11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

mercoledì 18 luglio 2018

2611


Tutto avvenne tanto rapidamente al punto tale che Lys’sh non ebbe neppure il tempo di avvisare la propria compagna prima di ritrovarsi precipitata nella tiepida acqua del lago, in essa sprofondata per almeno una decina di piedi, e lì estemporaneamente privata persino della capacità di orientarsi, di comprendere in quale direzione fosse il cielo e in quale la terra. Per propria fortuna, a differenza della maggior parte degli ofidiani, Lys’sh avrebbe avuto a doversi considerare a suo agio tanto in terra quanto in acqua, laddove, il suo sangue impuro, non avrebbe avuto a doversi limitare semplicemente alla presenza di un antenato umano, ma anche di alcuni antenati appartenenti a una particolare razza di ofidiani anfibi, tale per cui, appunto, i suoi genitori non avevano mai avuto ragione per tenere né lei, né i suoi fratelli e sorelle, lontani dall’acqua, incitandoli, anzi, a cercare quanto più possibile di maturare confidenza con essa, fosse anche e soltanto in quegli stessi periodi di vacanza nel corso dei quali aveva anche imparato ad andare in canoa nonché a portare una barca a vela… con fiera approvazione da parte di Midda quando, per puro caso, avevano avuto occasione di affrontare il discorso.
Così, avviluppata dalle acque del lago divenute, da quella prospettiva, decisamente meno lucenti, indubbiamente meno affascinanti rispetto a quanto non avrebbe potuto apprezzare pocanzi, nel mostrarsi piuttosto torbide, inquietantemente oscure e tenebrose, Lys’sh non perse assolutamente la calma, e, al contrario, cercò subito non tanto di risalire in superficie, quanto e piuttosto di preoccuparsi per le ragioni per la quale era stata così precipitata sotto la superficie.

« … »

Fu proprio allora che, proprio malgrado, un’improvvisa stretta all’altezza della propria caviglia destra ebbe a sorprenderla, costringendola a un lieve grido, e a un grido che, sotto le acque del lago, la vide soltanto perdere parte della già scarsa, e incredibilmente preziosa, riserva di ossigeno presente nei propri polmoni, nel mentre in cui ebbe a sentirsi trascinare, e trascinare verso il basso, verso le profondità del lago.
Recuperato rapidamente il controllo di sé, la giovane ofidiana ebbe a tentare di colpire, e di colpire con tutta la violenza concessale dalla densità di quel liquido, atta a frenare sgradevolmente i propri movimenti, qualunque cosa la stesse in tal maniera trattenendo, muovendo in tal senso il proprio tallone sinistro e direzionandolo, a sensazione, là dove avrebbe potuto raggiungere il proprio avversario, il proprio antagonista. E fu così che, ad accogliere i propri colpi, ella ebbe a ravvisare la presenza di qualcosa di solido, sì, e pur, al tempo stesso, sgradevolmente soffice e viscoso, in termini tali da poter essere persino definito molliccio, per quanto la solida stretta impostale avrebbe avuto a testimoniare una realtà decisamente diversa. Qualunque cosa l’avesse catturata sembrava allora in grado di vanificare in maniera naturale alla violenza dei suoi attacchi, dei suoi colpi, costringendo il suo piede sinistro, semplicemente, a scivolare, e a scivolare verso il nulla, quasi stesse provando a aggredire qualcosa cosparso di olio o di sapone.
Comprendendo, quindi, di non poter fare molto per liberarsi, non in quelle condizioni, non senza l’ausilio di una qualche arma utile a scalfire l’indifferenza del proprio antagonista, Lys’sh non poté ovviare a sentirsi grada a qualunque dio in quel momento fosse giunto in suo soccorso nell’istante in cui vide affondare, proprio davanti a sé, uno dei loro fucili. Fucili finti, certo, armi giocattolo, è vero, e, ciò non di meno, oggetti dotati di una certa solidità, in grazia alla quale, pur non potendo allora sparare, avrebbe potuto permetterle di usarlo come oggetto contundente, e come oggetto contundente speranzosamente utile a svincolarsi da quella stretta potenzialmente letale.
Fra l’idea e l’azione fu questione di un attimo e, afferrata l’arma prima che potesse precipitare oltre la sua portata, Lys’sh colpì, e colpì con violenza qualunque cosa stesse avvolgendo la sua caviglia, senza neppur preoccuparsi se, in tali colpi, avrebbe potuto rischiare di ferire anche se stessa: se avesse dovuto scegliere fra fratturarsi la caviglia e morire lì sotto, certamente, la prima alternativa avrebbe avuto a doversi considerare quella da preferire. Così, comunque, non fu, e, forse anche in conseguenza alla sorpresa di colpi questa volta necessariamente più efficaci rispetto alle tallonate precedenti, ella riuscì ad avvertire la presa attorno al proprio piede destro allentarsi, e allentarsi quanto sufficiente per permetterle di evadere da essa e di iniziare a nuotare e a nuotare freneticamente verso la superficie, abbandonando, forse stolidamente, il fucile nella necessità di raggiungere quanto prima il cielo là sopra, a riprendere fiato, a riempirsi nuovamente i polmoni d’aria, laddove, ormai, avrebbe avuto a doversi considerare giunta al limite.
Quasi invertendo cielo e terra, e tuffandosi dal lago direttamente nell’aria, ella riemerse allora sino alla superficie, con foga tale da avvertire il proprio corpo lasciare quelle acque torbide ben oltre la linea della propria vita, sino, addirittura, ai propri glutei. E semplicemente estasiante, inebriante, fu la sensazione concessale da un nuovo, profondo contatto con il mondo superiore, con l’aria, avvertita qual straordinariamente frizzante nei propri polmoni, nel proprio petto che, in tale gioia, ebbe a gonfiarsi al massimo delle proprie capacità, a recuperare quanto sino a quel momento perduto e, soprattutto, a prepararsi al peggio, perché, malgrado tutto, ella non avrebbe avuto a doversi considerare così stupida da poter realmente credere che tutto avesse a doversi considerare qual così semplicemente conclusosi.

« Lys’sh! » sentì gridare il proprio nome, e lo sentì gridare dalla voce di Rula, la quale, evidentemente e fortunatamente, doveva essere riuscita a ovviare all’aggressione di quella creatura lacustre, qualunque cosa essa fosse.

Purtroppo, però, non ebbe neppure il tempo di comprendere ove la propria compagna avrebbe a doversi considerare geograficamente collocata attorno a lei che, nuovamente, ebbe a sentirsi aggredita, e afferrata, questa volta, non soltanto all’altezza della propria caviglia destra, quanto, e peggio, a intrappolare entrambe le gambe, a stringerle in una morsa e in una morsa destinata a trascinarla, allora, verso il basso, senza più volerle garantire nuova occasione di fuga.
Fu questione di un istante, quindi, e tutti gli sforzi compiuti per riemergere vennero vanificati, e vanificati nel sentirsi, con forza, con prepotenza, con violenza, trascinata ancora una volta verso il fondo del lago, circondata, ora, attorno alle proprie gambe, da quanto riuscì a percepire qual qualcosa di simile a un tentacolo, o forse a più di uno, oscenamente avviluppatisi alla parte inferiore del suo corpo, stringendo con straordinaria forza i suoi piedi, le sue caviglie, il suoi polpacci, le sue ginocchia e, finanche, le sue cosce, quasi un’enorme mano l’avesse così avvolta e la stesse stritolando non diversamente da una mera bambola, da un semplice giocattolo.
Lasciando scendere le proprie mani all’altezza di quei tentacoli viscosi, ella cercò di affondare le proprie dita in essi, a tentare, in qualche maniera, di imporre loro un qualche dolore: ma tentare di stringere quel tessuto, sarebbe equivalso a tentare di stringere una saponetta bagnata sotto la doccia, in termini tali per cui, purtroppo, qualunque sforzo, qualunque impegno, avrebbe avuto a doversi considerare vanificato. E nel mentre in cui, osservandosi attorno, ella tentò di individuare un nuovo segno della benevolenza di un qualche dio, nell’offrirle una nuova risorsa utile alla propria liberazione, quanto ebbe a presentarsi innanzi al suo sguardo fu, in maniera francamente inattesa, l’immagine della stessa Rula, intenta a nuotare nella sua direzione, sorpresa, spaventata certamente da quanto, lì, stava riuscendo a distinguere, e, ciò non di meno, decisa a raggiungerla ed, evidentemente, a concederle il suo aiuto per fuggire da lì.
Un aiuto che, tuttavia, avrebbe potuto troppo facilmente tradursi in una sgradevole condanna a morte anche per la medesima, nel momento in cui fosse stata a sua volta catturata da quei tentacoli, ragione per la quale, sollevando le mani nella sua direzione, la invitò silenziosamente ad arrestarsi e ad allontanarsi da lì, finché, ancora, avrebbe avuto a doversi considerare in tempo per farlo.

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