11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

sabato 21 luglio 2018

2614


Osservando la superficie placida del lago, nessun eventuale testimone esterno avrebbe mai potuto cogliere la benché minima evidenza di quanto, là sotto, stesse accadendo, nelle profondità più tenebrose di quello scintillante specchio di luce fra la pianura e le montagne. Solo una canoa rovesciata, una coppia di pagaie abbandonate e qualche indumento sparso avrebbero potuto essere colti allora lì inermi, alla deriva, destinati probabilmente all’oblio, smarrendosi per sempre in quel lago ignorato dai più, trascurato dalla maggior parte delle persone, nella troppo spiacevole promessa di morte virtuale che, in esso, avrebbero superficialmente contemplato, senza, altresì, rendersi conto di quanto, comunque, sotto quella superficie tranquilla, sotto quel luccicante manto d’acqua, un’assolutamente reale, e indubbiamente terrificante, possibilità di condanna avrebbe avuto a poterli attendere.
E se difficile sarebbe stato, per un eventuale testimone esterno, definire l’effettiva estensione dell’arco temporale nel corso del quale, là sotto, avrebbe veduto scomparire Lys’sh e Rula; ancor più difficile, se non impossibile, sarebbe stato per le due stesse compagne d’arme, per quelle due sorelle in arme, qual, ormai, avrebbero avuto a doversi considerare dopo quella comune lotta per la sopravvivenza, aver a poter valutare il tempo nel corso del quale, lì sotto, avevano avuto perdere contatto con la realtà, a perdere contatto con la vita, per immergersi drammaticamente, tragicamente, in un oscuro limbo dal quale improbabile sarebbe stato riservarsi la possibilità di riemergere, per i troppi fattori lì in loro contrasto, per quella che avrebbe avuto a dover essere contemplata quasi come un’eccessiva avversione del destino. Un destino il quale, a loro discapito, aveva in tal maniera non soltanto schierato quell’oscena tartaruga tentacolata aliena, ma, ancor più, e forse più banalmente, le acque proprie di quel lago, con le loro correnti, con le loro forze, e, soprattutto, con la più totale impossibilità, per entrambe, a respirare, nel suggerimento di una morte che, allora, non avrebbe avuto a potersi ipotizzare, forse, particolarmente più piacevole rispetto a quella che avrebbe potuto essere loro riservata nel caso avessero stolidamente affrontato il vuoto siderale senza alcuna tuta a garantire loro riparo dal gelo dello spazio e, soprattutto, aria per i loro polmoni.
Facile, troppo facile, per loro, così come per chiunque altro nelle loro condizioni, sarebbe quindi stato morire, sarebbe quindi stato divenire parte di quel lago, smarrendosi per sempre nei suoi meandri più oscuri, in un fato di morte in conseguenza al quale, poi, né Midda, né Duva, né alcun altro a bordo della Kasta Hamina, avrebbe mai avuto possibilità di comprensione, di accettazione, condannati a ignorare, per sempre, la loro sorte, il loro fato ultimo e, in ciò, condannati a non poter realmente accettare l’accaduto, a non poter realmente abbracciare il lutto e, con esso, a rassegnarsi per quella fine altresì inspiegabile, non diversamente rispetto a Dahab Virto nel merito del fato certamente non più sereno, non più felice, di suo figlio Comar.
Ma se pur facile, troppo facile, per loro, così come per chiunque altro nelle loro condizioni, sarebbe quindi stato morire, sarebbe quindi stato divenire parte di quel lago, quanto certamente avrebbe avuto a dover essere riconosciuto a entrambe, tanto alla giovane Lys’sh, quanto all’ancor più giovane Rula, avrebbe avuto a dover essere un’evidente avversione per le soluzioni troppo semplici, così come per le rese incondizionate innanzi a un fato scritto da qualcun altro. Ragione per la quale, allora, dopo un tempo forse interminabile, forse inumano, forse addirittura impossibile, osservando la superficie placida del lago, un eventuale testimone esterno sarebbe necessariamente stato sorpreso dalla comparsa, improvvisa, di due figure femminili al centro del medesimo, non lontane da quella canoa rovesciata e da quelle pagaie e quei vestiti alla deriva. Due figure femminili, un’ofidiana e un’umana, la prima delle quali palesemente provata dalla prolungata apnea, mentre la seconda delle quali, altresì, apparentemente priva di sensi, o forse di vita, per la medesima ragione…

« Danna… zione… » ansimò Lys’sh, osservandosi attorno e ricercando la canoa, nel cercare di mantenere a galla non soltanto se stessa, ma anche la propria compagna « Dannazione… Rula. Non… pensare neppure… per un secondo… di poter morire! » insistette, rivolgendosi apertamente alla compagna svenuta, peso morto fra le sue braccia, iniziando a nuotare con essa verso la canoa, per potersi lì appoggiare e, in qualche modo, per poter far riprendere coscienza all’amica, a colei che tanto si era sacrificata per assicurarle un futuro e che, in ciò, mai si sarebbe potuta perdonare se soltanto fosse morta.

Muovendosi con la maggior rapidità concessale dalla situazione, la giovane ofidiana coprì velocemente la breve distanza esistente fra loro e la canoa e, una volta giunta alla stessa, con tutte le proprie forze, con tutte le proprie energie, sollevò di peso l’amica e la proiettò, quasi la lanciò, sopra la medesima canoa rovesciata, a trovare, in tal maniera, un sostegno, un appoggio, e lì a concedere anche a se stessa l’opportunità di capire come poter agire per lei.
Non fu semplice, non fu scontato, e non fu immediato, per lei, riuscire in tal senso, ma, non senza una violenta botta per la stessa Rula, ella riuscì a posizionarla sulla canoa rovesciata e, lì, a porla in salvo, almeno estemporaneamente, dalle acque che tanto stavano cercando di reclamare la sua morte. Acque che pur, già infiltratesi nei suoi polmoni, non avrebbero tanto facilmente rinunciato a lei se soltanto Lys’sh non avesse agito alla svelta, nel tentare di rianimarla. E per quanto improbabile avrebbe avuto, allora, riuscire a restare entrambe in equilibrio su quella canoa rovesciata, sulla chiglia di quell’imbarcazione, l’ofidiana non esito ad agire, e ad agire con tutta la propria agilità, con tutto il proprio senso dell’equilibrio, al fine di conquistare posto accanto a lei, al di sopra di lei, per poter tentare, in qualche maniera, di liberarle i polmoni dall’acqua e di costringere il suo cuore, drammaticamente percepito qual fermo, a riprendere a battere, e a riprendere a battere con lo stesso ardimento, con lo stesso indomito coraggio che tanto aveva sospinto quella giovane sciocca a mettere così in dubbio il proprio destino, il proprio futuro, per salvarla, e per salvarla da morte certa.

« Stupida… umana… » imprecò Lys’sh, piegandosi su di lei, per praticarle la respirazione artificiale e per iniziare a massaggiarle il petto, cercando di forzare il suo cuore a riprendersi, a riavviarsi, pregando di non averci messo troppo tempo a recuperare la superficie, di non essere arrivata troppo tardi a intervenire e a intervenire per lei « Stupida… scimmia senza peli… » continuò a insultarla, alternando la respirazione bocca a bocca al massaggio cardiaco, in ciò impegnando tutte le proprie forze, tutte le proprie energie, e, anche, tutta la propria rabbia, rabbia per il sacrificio che Rula non aveva esitato a compiere per lei e per il quale mai si sarebbe potuta perdonare, se soltanto fosse morta « Non osare morire… non osare morire… o non ti perdonerò mai! » insistette verso di lei, quasi in sua opposizione, per quanto stesse compiendo tutto il possibile per cercare di risvegliarla, per tentare di farla riprendere dallo stato di morte apparente nel quale era precipitata « Mi hai capito?! Mi hai sentito, stupida che non sei altro?! »

Purtroppo, però, alcun segno sembrò essere in grado di suggerire che Rula la stesse effettivamente comprendendo, o anche solo ascoltando, riversa supina, in posizione quasi innaturale su quella canoa, sotto di lei, inanimata al pari di una meravigliosa bambola o, forse e peggio, di un cadavere. E, stremata dalle proprie emozioni, dalla propria frustrazione, dalla propria rabbia, Lys’sh non poté trattenersi, allora, dal colpirla al petto, e dal colpirla con la foga di uno… due… tre pugni… perfettamente mirati sul suo cuore, a cercare di costringerlo a riprendersi, a riavviarsi, benché, tragicamente, ormai stesse apparendo sufficientemente chiaro quanto la vita avrebbe avuto a doversi considerare ormai svanita per lei, ormai perduta per quella giovane, bella e incosciente donna che tanto aveva sognato, tanto aveva sperato, di poter dimostrare di essere a sua volta una guerriera, e che da guerriera, in tal maniera, era purtroppo morta.

« Rula... » sussurrò soffocata il nome dell’amica, crollando sopra di lei, in lacrime, non volendo accettare quella morte e, ciò non di meno, non potendo fare altro, nel confronto con l’ineluttabilità di un destino crudele.

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