11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

martedì 17 settembre 2013

2041


A voler offrire sicuramente tardiva ammenda per le mie colpe, nella speranza che gli dei, a tempo debito, possano rammentare quanto, da parte mia, sia stato un certo, onesto ravvedimento; credo sia corretto sottolineare quanto sentirmi criticare per un approccio eccessivamente rivolto alla tutela del mio medesimo ego da parte del mio sposo, di quel mostro di Desmair, che della cultura dell’ego aveva fatto una vera e propria arte; mi costrinse a un necessario momento di riflessione, e di seria riflessione nel merito delle mie scelte nel corso di quelle ultime ore.
Per quanto, infatti, addirittura retorico avrebbe dovuto essere riconosciuta l’evidenza di quanto le scelte che avevo compiuto, in termini di approccio, non avrebbero dovuto essere considerate quali le migliori fra tutte quelle che mai avrei potuto rendere quali mie; quell’ultima, irritata replica sbottata dall’ombra di colui che un tempo era stato un semidio arrogante, crudele e meschino, mi andò a colpire molto più profondamente di quanto non avrei apprezzato avvenisse, sorprendendomi sinceramente in ciò e costringendomi a una seria e sincera riflessione su quanto fosse accaduto. E per quanto sarebbe sicuramente stato comodo, da parte mia, minimizzare il valore di quegli eventi riducendoli a una mera, seppur indubbiamente eccessiva, reazione a quanto era avvenuto in quelle ultime ore, e, ancor più, al confronto con un mondo per me nuovo e inesplorato; sprecare energie in simili argomentazioni avrebbe soltanto aggravato la mia personale condizione, almeno sotto un profilo di ordine morale.
Così, nel considerare, soprattutto, quanto non fossi solita mentire a me stessa, non potendo sperare di ottenere, da ciò, alcun, particolare, beneficio; fu mia scelta quella di accettare di buon grado la verità: quella di essermi lasciata trasportare da eccessivo entusiasmo in una situazione che, altresì, avrebbe preferito da parte mia maggiore moderazione, più modesta prudenza. Anche e soprattutto alla luce di quanto, purtroppo, da parte mia non avrebbe neppure potuto essere considerata una quieta e assoluta ignoranza nel merito di quanto, là fuori, fra le stelle, mi avrebbe potuto attendere, nell’aver avuto la straordinaria possibilità di vivere, in anticipo, un possibile futuro in forma di sogno, e di sogno ricorrente e quasi ossessivo.
Il conoscere, tuttavia, un’ipotetica successiva parte della mia stessa storia, in quel frangente, non mi avrebbe potuto essere d’alcun aiuto nel presupporre in che tempi e in che modi sarei mai potuta giungere a simile traguardo. Ragione per la quale, vi prego di non fraintendermi, mi ritrovai comunque e costantemente costretta ad agire secondo coscienza e secondo l’ispirazione del momento, soltanto sperando che, ogni scelta da me compiuta, nella buona così come nella cattiva sorte, pur magari non contribuendo ad avvicinarmi al mio obiettivo, e da coloro con i quali non soltanto sapevo, ma desideravo, poter condividere il mio prossimo futuro, non avrebbe neppure operato in senso contrario, allontanandomi pericolosamente dal quanto atteso e, quasi capricciosamente, voluto.
Nel confronto con ciò, spero possa essere apprezzato qual comprensibile e giustificato il mio più sincero e vivo stupore nello scoprire, a posteriori, quanto quel futuro da me sognato, e da me lì ricercato, avrebbe avuto occasione di concretizzarsi proprio in paradossale conseguenza al guaio nel quale mi ero andata a porre, e della prigionia alla quale ero stata tanto facilmente condannata, ancor prima di qualunque prospettiva di processo. Perché fu proprio nel momento in cui, di lì a poche ore, venni condotta, in catene, a bordo del mezzo che avrebbe provveduto a trasferirmi alle miniere di idrargirio, una navicella destinata unicamente a tale scopo, lì dedicata a me e a tutti coloro che insieme a me sarebbero stati accompagnati a tale, forse ultima, meta della propria esistenza; che ebbi occasione di tornare ad ascoltare, o, per maggior amore di dettaglio, che ebbi occasione di ascoltare per la prima volta, la voce di quella straordinaria donna che ero già certa sarebbe divenuta, per me, una meravigliosa compagna di ventura, accanto alla quale avrei condiviso grandi battaglie, incredibili trionfi e, probabilmente, qualche sconfitta…

« Ehy… stai attento a dove appoggi le mani, cocco! » esclamò, con un tono che male si sarebbe accordato con lo stato, per lei allora proprio, di prigioniera, e che pur, da parte sua, mai sarebbe stato accettato, non in misura maggiore rispetto a quanto non lo avrei potuto sopportare io stessa, per lo meno « Non vorrei mai essere costretta a denunciarti per molestie sessuali e abuso di potere, per poi ritrovarti a spaccare pietre accanto a me su quella dannata luna sulla quale ci state portando… »
« … Duva Nebiria?! » non riuscii a trattenermi dall’esclamare, voltandomi di scatto verso di lei, in quel momento alle mie spalle, richiamandola per nome ancora prima di poterne incontrare il volto, nella più assoluta certezza di quanto, là dietro, altri non avrei ritrovato che lei, per quanto tutto ciò avrebbe potuto essere considerato paradossale, soprattutto nel confronto con ogni mio dubbio precedente, ogni mio timore ormai passato di aver potuto, in qualche modo, compromettere la mia possibilità di incontrare il primo ufficiale della Kasta Hamina e, con lei, tutti quei amici che avrei ancora dovuto conoscere e dei quali, malgrado tutto, sentivo già la nostalgia, non di meno rispetto a una famiglia da troppo tempo abbandonata.

Al di là di quanto, comunque, nella mia mente fosse ancora ben impressa l’immagine corrispondente a quel nome e a quel cognome, qual quella di una donna a me pressoché coetanea, dal fisico alto e slanciato, dalla pelle color della terra e dagli occhi color dell’oro, dalle carnose labbra e dai lunghi capelli castani composti in centinaia di sottili treccine, in termini sufficientemente prossimi a quelli propri dell’acconciatura del mio amato Be’Sihl; quanto altresì da me a lei presentato, prevedibilmente e logicamente, avrebbe dovuto essere riconosciuto soltanto qual del tutto estraneo a ogni suo possibile ricordo, non appartenendo io al suo passato, quanto e piuttosto al suo futuro… a quel futuro che, speranzosamente, avrebbe avuto inizio proprio in quel giorno.
In necessaria conseguenza a tale considerazione, in quello sguardo dorato non potei che intravedere soltanto curiosità e incertezza: l’incertezza di chi in dubbio sul dover riconoscere o meno la propria interlocutrice; e la curiosità di chi, altresì, desiderosa di comprendere chi fosse la donna che, con tanto entusiasmo, l’aveva appena richiamata, balzando letteralmente in piedi malgrado i costringenti limiti imposti dalle catene che tutti noi, prigionieri, mantenevano ancorati alle nostre posizioni, ai sedili ai quali eravamo stati accompagnati dai nostri secondini. E dove anche l’incertezza avrebbe potuto facilmente trasformarsi in diffidenza, soprattutto in un contesto qual quello che ci stava venendo lì riservato; la curiosità sembrò prevalere in lei, portandola a inarcare un sopracciglio nello squadrarmi e, un attimo dopo, nell’apostrofarmi, in risposta…

« Temo di non riuscire a ricordarmi di te, sorella… ammesso che effettivamente io ti conosca. » ammise, a scusarsi, comunque, per quella che io pur ero consapevole non avrebbe mai potuto essere una sua colpa, nel sostanziale e assoluto mancare di qualunque pregresso fra noi « E nel caso io ti conosca e ti debba dei soldi, spero bene che potrai comprendere il perché, in questo momento, non sia in grado di saldare il mio debito! » soggiunse.

E se, il suo, fu un chiaro tentativo volto sdrammatizzare quella breve parentesi venuta a creare; ciò non avrebbe dovuto essere equivocato qual necessario per la prematura esistenza di una qualche apparente tensione emotiva fra noi, quanto e piuttosto in risposta alla severità delle guardie, che, allora, intervennero prontamente a imporre nuovamente, su di noi, l’ordine che stavamo lì perturbando, con quel quieto momento di chiacchiere in un contesto che pur non avrebbe dovuto prevedere, da parte nostra, alcuna distratta indifferenza alla condanna alla quale eravamo state destinate.
Così, nel mentre in cui la già pur minima disponibilità di catena a me concessa in quel momento venne prontamente accorciata, vedendomi letteralmente trascinata verso il suolo e, in ciò, costretta a tornare a sedermi; alla mia interlocutrice non venne negato l’incitamento offerto dalla punta di un’affilata daga, arma bianca con la quale tutti i nostri carcerieri erano equipaggiati per eventuali confronti all’interno del pur ristretto ambiente riservatoci, e non per una qualche mera ragione ornamentale, quanto e piuttosto per una concreta possibilità d’impiego all’interno di quell’area pressurizzata, che ben presto si sarebbe ritrovata nello spazio siderale e che, in ciò, si sarebbe potuta trasformare troppo facilmente in una tomba per tutti noi se solo un colpo d’arma da fuoco, laser, al plasma o sonica che essa fosse, fosse stato sparato da un qualche indice eccessivamente contratto sopra il relativo grilletto e fosse finito in contrasto a una delle pareti loro circostanti, danneggiandola o, peggio, distruggendola.


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