11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

domenica 29 settembre 2013

2053


Per quanto, come ebbe occasione di confermarmi il mattino seguente, Duva avrebbe gradito proseguire ancora in quel confronto verbale non meno di quanto non avrei personalmente preferito fare, le sedici ore di lavoro accumulate sulle spalle ebbero la meglio su di lei e, quasi senza che le fosse concessa possibilità di rendersene effettivamente conto, ella crollò addormentata, affidandosi alla protezione di qualunque dio del sonno vegliasse su di lei.
Dal canto mio, come ho già detto, non avevo alcuna intenzione di mettermi a dormire, nella consapevolezza di come, sdraiarmi in quel momento, con così tanta eccitazione in corpo e così tanti pensieri per la mente, avrebbe soltanto significato condannarmi a un tormento privo di possibilità di soddisfazione e volto a vedermi, semplicemente e costantemente, rigirarmi senza requie in tale giaciglio, in tale branda sospesa, quale era rimasta quella a mia disposizione. Per tale ragione, dopo essere tornata a misurare, per l’ennesima volta, le dimensioni della cella, decisi di dedicarmi a un genere di attività nel quale già da troppi giorni non stavo trovando occasione di cimentarmi, in quello che, probabilmente, avrebbe dovuto essere riconosciuto qual un primato, negativo e pur sempre un primato, da parte mia, nella costanza che, altrimenti, aveva da sempre contraddistinto il mio impegno in tal senso.
In contrasto a ogni consiglio, fosse esso delle guardie, fosse di Duva, iniziai allora a impegnarmi in una serie di esercizi fisici in sola grazia alla dedizione ai quali mi era stata concessa la possibilità di giungere a quattro decenni di vita conservando, obiettivamente, ancora l’agilità e la prestanza di una ventenne. Un requisito fondamentale, a dispetto di quanto non potrebbero sprecarsi a sostenere i più maliziosi, non soltanto per i miei incontri intimi con Be’Sihl, che pur mai ha trovato ragione per cui lamentarsi, almeno sino a oggi; quanto e piuttosto per concedermi la possibilità di sopravvivere alla mia stessa esistenza quotidiana, colma di duelli, combattimenti e battaglie, sangue, dolore e morte; non in conseguenza a una qualche maledizione, a una qualche costrizione divina, quanto e piuttosto per mia esplicita volontà, per mia precisa scelta, nel ritrovare soltanto in tutto ciò, in tale sfida continua, la possibilità di sentirmi realizzata, di sentire la mia esistenza qual realmente vissuta.
E volendo unire, allora, l’utile al dilettevole, non mancai anche di porre alla prova il mio nuovo arto destro, non pretendendo da lui, banalmente, quanto richiesto al mio mancino; ma anche, e addirittura, qualcosa di nuovo, qualcosa di diverso, qualcosa di più, a verificare non soltanto quanto controllo avrei potuto vantare su quella nuova estensione del mio corpo, ancora fondamentalmente per me sconosciuta, ma, ancor più, quanto avrei potuto esigere nei suoi confronti, pur consapevole della limitata carica con il quale, in quel frangente, mi era stato fornito. Così, nel mentre in cui mi stavo impegnando in una serie di flessioni, scelsi di concentrarmi, per un momento, soltanto su quella protesi, sollevando da terra la mia mancina e andando a riporla dietro la schiena, per poter meglio contemplare quel miracolo della tecnologia all’opera.
… lo ammetto, senza pudori e senza menzogne: la sensazione che provai fu quanto di più simile a un momento di eccitazione sessuale avrei potuto sperare di poter provare all’interno di quella prigione!
Come ho già accennato, per vent’anni, al mio fianco, era stata una protesi egualmente metallica, egualmente insensibile ma estremamente grezza nella propria forma e ingombrante nelle proprie dimensioni; che mi era costata un prezzo ben più grande di quanto non potrei mai avere desiderio di stare a disquisire con chicchessia; e, soprattutto, che da me assorbiva energie nella stessa identica misura del mio arto in carne e ossa, stancandomi nell’eguale misura e, soprattutto, non riservandomi vantaggio di sorta nel suo impiego, nel suo utilizzo, se non quello semplicemente derivante dal possedere sempre, al mio fianco, una risorsa utile a difendermi e, talvolta, a offendere miei eventuali avversari. Dati questi presupposti, come non avrei potuto essere meno che entusiasta, meno che incredibilmente galvanizzata e, persino, eccitata, all’idea di star lì compiendo una serie di flessioni senza neppure rendermi conto di quanto stavo compiendo, non provando alcun senso di affaticamento, non dovendomi impegnare in alcun genere di sforzo, se non in quello proprio del pensare a eseguire quel movimento?

« … Thyres… » ansimai, addirittura, per l’emozione, nel mentre in cui contemplavo quella meraviglia cromata in azione, quelle forme del tutto simile a una muscolatura completa, del tutto identiche, e speculari, alla mia muscolatura a ornamento del mancino, contrarsi e distendersi, distendersi e contrari, malgrado la sua straordinaria metallica solidità, così perfetta e statuaria.

Fu questione di un istante e, quasi drogata da quanto stava accadendo, costrinsi ogni muscolo del mio corpo a una repentina contrazione, per spingermi su una perfetta verticale, una linea retta, perpendicolare al suolo, lì tracciata da tutta me stessa, dai miei piedi, dalle mie gambe, dal mio addome, dalla mia testa e, ancora e soprattutto, dalle mie braccia: il mio sinistro mantenuto disteso al mio fianco, nell’unico sforzo necessario a mantenere quella postura, e il mio destro, altresì, teso verso il suolo, a sorreggere, solo, il mio intero peso, senza che me ne fosse neppure offerta l’impressione, la percezione, quasi, lì, fossi allora sospesa in aria, per effetto di quella  che, in tal caso, sarebbe stata un’inquietante magia e che, al contrario, non potei che interpretare qual il più straordinario miracolo del quale avrei mai potuto beneficiare.
Dal mio deltoide destro, il lucente metallo si estendeva al di sopra della mia spalla e, più in basso, lungo il mio bicipite, sul mio gomito, sull’avambraccio, sino al polso e alla mano, alle dita incredibilmente eleganti e affusolate; imponendosi immobile e, forse, inamovibile, fermo e, probabilmente, privo di qualunque possibilità di subire disturbo, da parte del mondo circostante, in sfida, persino e per quanto mi avrebbe potuto allora riguardare, a un terremoto.

« … Thyres… » gemetti, spostando lo sguardo da quella stupefacente perfezione della tecnica al soffitto sotto i miei piedi e, da lì, alla vicina branda, la mia branda sulla quale avrei dovuto pormi a riposo.

E… sì. Se qualcuno sta pensando che volli esagerare, è proprio così. Volli esagerare.
Ed esagerando, nella consapevolezza di essere stata dotata del potere potenzialmente utile a sollevare almeno mille libbre di peso senza neppure rendermi conto di quanto stesse accadendo, decisi di piegare leggermente il mio nuovo arto, per avvicinarmi lentamente al suolo quanto sufficiente a prendere lo slancio che ritenni utile a tradurre in realtà il mio proposito. Un proposito che ebbe a concretizzarsi, dopo un silenzioso, intimo conto alla rovescia, in una distensione improvvisa del braccio, con energia tale, secondo i miei piani, a spingermi in un’elegante capriola fin sopra alla mia branda, lasciandomi ricadere placidamente sulla medesima quasi, quanto in tal modo compiuto, avesse a doversi considerare il gesto più semplice, più ovvio, più banale del mondo, qualcosa di sì scontato da non poter neppure essere posto in dubbio.
Mio malgrado, tuttavia, l’essere contraddistinta da un’energia utile a sollevare almeno mille libbre di peso senza neppure rendermi conto di quanto stesse accadendo, avrebbe dovuto essere considerata per me una condizione del tutto inedita, mai sperimentata prima. E nel non aver mai sperimentato prima non soltanto quella condizione, ma anche, e peggio, quel gesto, quel movimento, l’effetto finale ebbe a discostarsi lievemente dalle aspettative. Lievemente, per lo meno, quanto utile a scaraventarmi con sin troppa violenza contro lo spigolo fra la parete e il soffitto; lì sopra costringendomi a espellere istantaneamente tutta l’aria che avevo in corpo in un lamento sommesso, prima di vedermi ricadere, qual peso morto, sopra il giaciglio mio unico obiettivo.
Tutto avvenne così rapidamente che, in un primo istante, non ebbi neppure modo di comprendere, con precisione, quanto fosse occorso. Per fortuna, in assenza di colpi subiti alla nuca, dopo qualche istante fui perfettamente in grado di ricostruire la dinamica del mio errore e, per esso, rimproverarmi aspramente, a denti stretti...

« Questo… non è stato gradevole… però… » sussurrai, nel mentre in cui mi ritrovai costretta ad accartocciarmi, in posizione fetale, non dissimile da un’animale ferito in cerca di sollievo… un animale ferito molto, molto stupido.



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