11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

giovedì 19 settembre 2013

2043


Le ragioni sussistenti dietro al condiviso stupore innanzi al nome della nave con l’equipaggio della quale ero scesa a un confronto di ordine squisitamente fisico, in conseguenza all’impostoci silenzio, rimasero per me sconosciute non soltanto per tutta la durata del viaggio che, come anticipato, non fu propriamente breve, ma anche per un paio di giorni seguenti, i quali, allora, si videro necessari per mettermi nelle condizioni di lavorare all’interno delle miniere di idrargirio della terza luna di Kritone, presso il carcere là dove ero così stata trasferita. E se, forse, quanto avvenne nel corso di quegli ulteriori due giorni, da parte dei più avrebbe dovuto essere inteso quale una sorta di torto a mio discapito, alla mia attenzione, nel confronto con il mio giudizio, altro non fu che un intervento benevolo e a dir poco miracoloso: un miracolo per ottenere i benefici del quale, più di vent’anni fa, ero stata costretta a scendere a indegni patti con un’empia razza non umana, quale quella che per me aveva forgiato e animato un braccio di nera armatura dai rossi riflessi in sostituzione al mio allora perduto avambraccio destro; e per godere di qualcosa del tutto equivalente, e forse e persino migliore, in sostituzione del mio intero arto, dalla spalla in giù, non mi venne altresì lì richiesto neppure un soffio d’oro… né altri peggiori pegni.
Nei miei primi due giorni di condanna, infatti, al di là di ogni considerazione sull’iniquità del sistema giuridico che lassù mi aveva trascinata e mi aveva ipoteticamente confinata per non meno di un anno, subii una serie di interventi utili al fine di ripristinare completamente la mia potenziale operatività. E dal momento in cui, in quel centro di detenzione, ero stata condotta non per marcire ignava e indolente all’interno di una cella, quanto e piuttosto per lavorare, spaccando pietre alla ricerca del materiale più prezioso del nostro universo, in una misura tale per cui persino l’oro potrebbe essere considerato un metallo volgare; ripristinare completamente la mia potenziale operatività significò, all’atto pratico, restituirmi il mio destro perduto: non un braccio in carne e ossa, ovviamente, né una protesi come quella della quale avrei potuto beneficiare pagando adeguatamente presso un’adeguata struttura sanitaria; ma, comunque, un braccio destro, in lucente metallo cromato, costruito in forme e proporzioni del tutto speculari al mio sinistro, connesso alla mia spalla e al mio sistema nervoso in maniera permanente, e, ovviamente, alimentato da una propria batteria all’idrargirio, che ne avrebbe assicurato l’efficienza in eterno, ammesso che io fossi vissuta tanto e, soprattutto, ammesso che, a tempo debito, avessi provveduto a rigenerarne il nucleo, così come si volle premurare di comunicarmi il medico, al termine delle prove utili a verificarne la funzionalità…

« Le abbiamo fornito una rudimentale protesi… » sì, proprio così la definì, laddove ai miei occhi appare, anche in questo stesso momento che sono qui a rimirarla nel mentre in cui scrivo, qual la più bella cosa che abbia mai potuto osservare « … unicamente al fine di permetterle di operare al pieno delle sue possibilità all’interno dei turni di lavoro che le verranno assegnati. » puntualizzò con tono serio e distaccato, del tutto indifferente a quanto straordinario, per me, tutto ciò stesse apparendo, per lui probabilmente un semplice intervento abituale, quotidiano, mentre per me ciò che, malgrado il sogno me lo avesse inevitabilmente profetizzato, non volevo ancora accettare qual possibile, qual realizzabile «  L’idrargirio utile ad alimentarlo, in questo momento, ha un livello di carica praticamente minimo, che le sarà utile per ogni attività di cui potrà abbisognare da ora sino a domani mattina, all’inizio dell’attività lavorativa. Ogni giorno, dopo colazione, le sarà concessa la possibilità di energizzare nuovamente il nucleo unicamente per il minimo potenziale utile a giungere a fine giornata, al fine di ovviare a impieghi impropri di simile attrezzatura. »
« … è straordinario… » non riuscii a evitare di commentare, ammirando le dita affusolate che, in grazia a quella “rudimentale” protesi mi erano state concesse, così perfette e così eleganti, del tutto estranee alle rozze estremità che, negli ultimi vent’anni mi avevano accompagnata.
« Se accetta un consiglio, eviti sforzi superiori a quelli che compirebbe con il suo braccio sinistro. » mi raccomandò il medico, aggrottando appena la fronte in conseguenza a quel mio intervento di lode per quanto, ai suoi occhi, non avrebbe potuto che risultare estremamente rozzo, nel risultare esteticamente metallico, privo di qualunque epidermide sintetica utile a replicare un’apparenza di normalità, e, soprattutto, necessaria a concedermi una qualche possibilità di sensibilità tattile, che, in quel frangente, così come, del resto, nei due decenni precedenti, non mi era stata più restituita « La sua protesi è indicata per lavori pesanti e i servomotori con i quali è equipaggiata potrebbero permetterle di sollevare anche mille libbre senza affaticamento alcuno, né rischi per l’integrità strutturale dell’arto stesso. Ma l’energia che le sarà concessa, per tutta la sua permanenza presso la nostra struttura, non le perdonerà occasione alcuna di esuberante sfoggio di forza… e, a meno di non volersi ritrovare comunque costretta a scavare con un braccio solo, sarà per lei utile dosare adeguatamente la carica residua a sua disposizione. »

Mille libbre senza affaticamento alcuno. Ancora adesso quelle parole risuonano nella mia mente eccitata, emozionata, persino imbarazzata, più di quanto non avrebbe potuto essere nel confronto con una dichiarazione d’amore. Più di quanto, Be’Sihl mi possa perdonare, non ebbi possibilità di essere neppure nel giorno in cui egli mi aprì esplicitamente il proprio cuore e mi pose davanti alla scelta fra accettarlo nella mia vita o escluderlo definitivamente.
Mille libbre. Thyres!... Con la mia vecchia protesi, allora perduta, non avevo mai potuto ambire a ottenere nulla di più di quanto non avrei ottenuto con il mio braccio originale, rimettendoci, anzi, in sensibilità e destrezza. E per quanto, quell’arto nero dai rossi riflessi fosse stato per me fedele compagno di due decenni di avventure, scudo o mazza all’occorrenza, per difendermi dalle aggressioni avversarie o per spaccare qualche testa nell’impeto di un pugno mosso con tutta l’energia che il mio corpo sarebbe stato in grado di imporgli; mai avrei potuto ipotizzare, con esso, di raggiungere un tale potenziale. Un braccio capace di esercitare la forza utile a sollevare mille libbre di peso, avrebbe potuto concedermi la possibilità di abbattere un muro, di sollevare un cavallo e, persino, di prendere a pugni in faccia il mio defunto maritino e di scaraventarlo, così facendo, lontano da me, quasi fosse un bambolotto di pezza fra le mani di una bambina annoiata. Diamine… nel realizzare simile pensiero, mi ritrovai a essere quasi dispiaciuto per la perdita di un corpo fisico da parte del mio poco amato sposo, il quale, altrimenti, avrebbe potuto essere non soltanto testimone, ma esplicita riprova di quel mio ultimo, insperato, aggiornamento fisico.
Nel mentre in cui, dentro la mia testa, quelle mille libbre continuavano a rimbalzare da un lato all’altro, spingendomi a fantasticare impunemente su mille e più diversi utilizzi nei quali avrei potuto impiegare un tale potenziale; il medico che aveva supervisionato il risultato dell’intervento di impianto continuò a illustrarmi le caratteristiche di quel mio nuovo arto, per gentile concessione dell’omni-governo di Loicare. Arto che, a tutti gli effetti, seppur costruito espressamente su mia misura, avrebbe dovuto essere considerato un mero prestito da parte dei miei carcerieri; ma che, a conclusione del mio periodo di soggiorno presso quella struttura, avrei potuto comunque ed eventualmente decidere di riscattare, dietro il pagamento di un prezzo convenzionale, al fine di poterlo mantenere. E benché, sinceramente, non avrebbe dovuto essere riconosciuta mia intenzione permanere in quel luogo sino al termine naturale della mia condanna; nel sentirmi avvisare di una tale clausola, di una simile postilla, sarei stata disposta a pagare qualunque somma, convenzionale o no che fosse, per trattenere a me quella meraviglia da mille libbre di potenza!

« E’ tutto chiaro quanto ho detto…? » concluse il mio benefattore, qual tale non potei che considerarlo, malgrado, a tutti gli effetti, altro non fosse che un mio potenziale aguzzino.
« … sì, certo… » annuii, trascurando il fatto che più della metà delle cose che aveva detto non erano state da me ascoltate e che meno della metà delle cose da me ascoltate erano state realmente apprezzate nel loro significato, oltre che nel loro mero significante, errori di traduzione a parte.
« Se non ci sono domande, servirebbero un paio di firme su questi moduli. » dichiarò, indicando alcuni plichi appoggiati su una scrivania lì accanto, alla quale si affiancò nel mentre di tali parole « E poi le guardie la accompagneranno alla sua sistemazione per il prossimo ciclo. »


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