11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

sabato 21 settembre 2013

2045


Purtroppo e in verità, che con il mio agire stessi colpendo, innanzitutto, me stessa e l’uomo da me onestamente amato, l’uomo con il quale ho deciso che trascorrerò il resto della mia vita, fino a quando me ne sarà concessa possibilità, non avrebbe potuto essere considerata una ragione di particolare incertezza, di concreto dubbio e, soprattutto, di effettiva possibilità di argomentazione. Sebbene, infatti, la nostra relazione abbia avuto modo di raggiungere uno stadio più pieno, più ricco e completo, soltanto in questi ultimi anni, dopo oltre tre lustri di paziente attesa da parte del mio buon locandiere; l’evidenza di quanto il rapporto fra noi non avrebbe potuto essere mantenuto, in eterno, entro i confini di una mera amicizia avrebbe dovuto essere ammessa, da parte di entrambi, e soprattutto da parte mia, probabilmente sin dal nostro primo momento d’incontro, nella stessa misura in cui, del resto, avrebbe potuto essere tranquillamente testimoniata, praticamente, da parte di chiunque avesse mai avuto possibilità di conoscerci o, banalmente, di ascoltare, anche solo distrattamente, un qualunque nostro momento di confronto, un qualunque nostro dialogo, conversazioni sempre e puntualmente contraddistinte da un costante e reciproco provocarsi e, ancor più, da un’innegabile tensione, non soltanto di natura emotiva o psicologica, ma anche e inevitabilmente fisica.
Non desidero, ora, mettermi a disquisire nel merito dei dettagli delle mie relazioni, né, tantomeno, nel merito dei più piccanti particolari dei miei momenti di intimità; ma, a ovviare a qualunque possibilità di fraintendimento, credo sia utile puntualizzare quanto, a prescindere da qualunque voce, cronaca o leggenda associata al mio nome, io sia, sia sempre stata, e desideri restare, una donna. Una donna umana di carne e ossa… e, insieme alla carne e alle ossa, con ogni normale, consueto e naturale desiderio e appetito, nei confronti, certamente, del buon cibo, così come dell’ottimo bere e, non di meno, di ogni sfumatura squisitamente carnale di un rapporto di coppia.
Sul serio, credetemi: non sono mai stata un qualche genere di vergine sacerdotessa votata, con la mia castità, a un qualche dio o a una qualche dea. E, al contrario, credo di non essermi mai fatta mancare soddisfazione alcuna, non negandomi neppure, di tanto in tanto, un qualche momento di sfogo di natura squisitamente ed esclusivamente fisica; un’occasione di sesso senza troppe implicazioni emotive in risposta a una semplice brama di natura quasi istintiva nei confronti di qualche affascinante esemplare maschile; in termini che, probabilmente, potrebbero costarmi le critiche non solo di miei consueti detrattori ma, anche, di miei possibili sostenitori, soprattutto fra coloro che, tanto appassionati all’idea che, con il tempo, lo comprendo, ho finito per rappresentare innanzi al loro giudizio. E di rappresentare in misura tale dall’aver permesso loro di dimenticarsi di quanto io non abbia a dover essere considerata un mero stereotipo, la perfetta guerriera protagonista di vicende cariche di sangue, guerra e morte; quanto e piuttosto una donna, umana, mortale, fallibile e, inoppugnabilmente, donna... e, in quanto tale, contraddistinta da una serie di tanto consueti, quanto spesso ignorati, soprattutto dai cantori, limiti, siano essi giudicabili quali pregi, siano essi altresì condannabili quali difetti.
Per qualcuno, ciò deve farmi considerare un prostituta? L’idea di un mio coinvolgimento fisico con diversi amanti, nel corso di oltre quarant’anni di vita, contrasta con la leggenda attorno al mio nome, degradandomi ai livelli di una cagna in calore?!
Se la risposta che da tali interrogativi ha a derivare, si può riconoscere qual positiva; il mio solo invito non può che essere quello di disaffezionarsi quanto prima a me, al mio nome e alla mia intera vita; laddove non desidero ritrovarmi a dover rendere conto ad alcuno, né ora, né mai, delle mie scelte o delle mie azioni. Non, in particolare, a qualche ottuso bigotto, incapace a comprendere quanto il fatto che gli dei mi abbiano creata qual donna non ha da doversi considerare qual giustificante per vedermi posta in una qualche condizione di subalternità all’uomo, in misura tale dal dover essere sempre e solo un oggetto di desiderio, privato, in ciò, di qualunque diritto a desiderare… un traguardo di conquista al quale negare, ciò non di meno, qualunque diritto alla conquista, se non passiva, se non, meramente, succube dell’iniziativa di un uomo.
Al contrario, per tutti coloro i quali possono accettare non soltanto la mia natura di donna, ma anche e soprattutto di donna umana e mortale, contraddistinta anche da appassionate pulsioni tali da farmi tremare all’idea dell’abbraccio del mio uomo, e del suo corpo fremente sotto il mio; non difficile sarà comprendere quanto, purtroppo e in verità, come già ho scritto, con la mia scelta non stessi facendo altro che infliggermi dolore e frustrazione. Una scelta che, alla luce di ciò, tuttavia, non avrebbe dovuto essere considerata qual mera ripicca a discapito di chi, proprio malgrado, soltanto colpevole di avermi taciuto la verità dei fatti nel merito della presunta morte del mio sposo; quanto e piuttosto una spiacevole inibizione psicologica conseguente al mio più assoluto e fermo rifiuto in direzione di Desmair tale da impedirmi, persino, di trattenere i miei occhi per troppo tempo in quelli del mio amato Be’Sihl, nel timore di poter scoprire quanto dietro a quelle gemme ambrate non potesse più riconoscersi colui che lì desideravo incontrare quanto, e orrendamente, colui che lì temevo di finire per trovare.
Che, quindi, malgrado la censura impostami in replica all’ombra di mio marito apparsami innanzi, non rinunciai a sussurrare un’imprecazione a denti stretti, per maledirlo per quanto si stava divertendo a rinfacciarmi; credo abbia a considerarsi non meno umano e naturale di qualunque altra mia pulsione fisica, psicologica ed emotiva, mi sarebbe potuta essere concessa qual propria… soprattutto in un contesto qual quello per me lì, allora, presente. Un’imprecazione che, forse, probabilmente, non venne neppur intesa, da parte del traduttore automatico, in termini utili a permetterne il riadattamento a favore delle mie guardie e che, ciò non di meno, non mancò di attrarre il loro interesse, vedendo entrambi gli uomini impegnati a scortarmi dall’infermeria al mio prossimo alloggio, alla mia allora nuova dimora, voltarsi appena nella mia direzione, per cercare di comprendere non soltanto cosa avessi detto ma, soprattutto, il perché di un tono che, probabilmente, risuonò al contrario estremamente chiaro nei propri intendimenti.

« Diceva…? » mi interrogò uno fra i due, non mancando di ricorrere a quella particolare forma di rispetto, per quanto paradossale in un ambiente qual quello a noi circostante e, soprattutto, da parte di chi, obiettivamente, per me carceriere.
« In effetti sarebbe meglio che tu ripetessi quello che hai detto scandendolo meglio, mia cara… » gli fece eco Desmair, ancora presente innanzi a noi e ben distante, in apparenza, dalla prospettiva di dileguarsi, così come, al contrario, avrei gradito allora compisse « … anche io temo di non aver ben compreso, malgrado la nostra particolare connessione mentale! » dichiarò, al solo intento di rinnovare la provocazione precedente, nel doversi già considerare soddisfatto dall’evidenza di avermi costretta a quello sbottare.
« Nulla di importante… » minimizzai, sforzandomi di ignorare il mio sposo e di concentrare tutta la mia attenzione e tutto il mio interesse nei riguardi della mia scorta, quasi, in tal modo, l’ingombrante immagine rossa del mio persecutore psichico avrebbe potuto svanire, abbandonando la mia vista e, soprattutto, la mia mente « E’ stata soltanto una giornata molto… molto lunga… e la stanchezza inizia a farsi sentire. »

Un’affermazione, quella che volli in tal modo coscientemente formulare, che scatenò, come da me adeguatamente previsto, un violento moto di ilarità nei miei custodi.
Malgrado, infatti, fossi allora oscenamente distante da tutto ciò che per me avrebbe potuto essere considerato noto e familiare; malgrado, purtroppo e pur straordinariamente, fossi lì stata trasportata, dal fuoco della fenice, a una distanza addirittura incalcolabile rispetto al pianeta per me natio, al mio mondo; certe caratteristiche, certi comportamenti, certe predisposizioni psicologiche, possono essere considerate identiche e inalterate in ogni angolo di universo, in misura tale da non poter prevedere, da parte di un secondino, un reale sentimento di solidarietà con i prigionieri con i quali, pur, non avrebbe potuto evitare, sebbene per propria libera scelta e non per condanna, di condividere identici spazi nel medesimo tempo, ai quali, talvolta, spingersi persino a addebitare ogni propria ragione di frustrazione, di disagio o, anche e soltanto, di stanchezza, a coloro in assenza dei quali il proprio medesimo impiego, la propria professione, non avrebbe avuto la benché minima ragion d’essere.


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