11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

lunedì 13 aprile 2009

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Q
uando raggiunse le proprie stanze o, meglio, le stanze in cui aveva soggiornato nelle ultime settimane, ella non si riservò un solo istante di esitazione prima di agire, privandosi rapidamente del burqa e recuperando, in un gesto tanto semplice, la propria integrità, la propria libertà fisica e mentale che, purtroppo, aveva sentito messa duramente alla prova nel confronto con la scena a cui aveva dovuto parzialmente assistere. Benché l'ira per quanto accaduto fosse stata ormai superata, come era del resto proprio nel suo carattere, nel suo modo d'essere a non permettere alle emozioni di offuscare il suo raziocinio e renderla, in conseguenza di ciò, indifesa di fronte ai propri potenziali avversari, ella aveva comunque mantenuto in sé la volontà di non rimandare ad un ipotetico futuro la conclusione della propria opera: Nass'Hya aveva avuto, in fondo, l'occasione per emergere agli occhi del sovrano, per diventarne una promessa sposa, ed in ciò aveva guadagnato anche il diritto ad essere sua preda, vittima designata di un rapimento pianificato ormai da lunghi mesi.
Ovviamente la donna guerriero avrebbe preferito poter agire per vie moderate piuttosto che nel modo più violento, nel portare a termine l'incarico accettato. Come era vero che, da sempre, aveva regolato la propria vita su una serie di principi, regole fondamentali da non violare per alcuna ragione, ideali da non tradire dove il prezzo da pagare, in tal caso, sarebbe corrisposto a quello della propria stessa integrità quale essere umano, e come era ugualmente vero che fra questi valori alcuno le avrebbe mai impedito di rapire o uccidere qualcuno nell'assolvimento di propri compiti, della propria missione, era altrettanto ed umanamente vero che, avendo la possibilità di scegliere, ella avrebbe preferito operare in collaborazione con coloro eventualmente coinvolti con lei, piuttosto che forzarne la volontà. Anche con la principessa, non a caso, aveva cercato di intrattenere un rapporto costruttivo, basato sul reciproco rispetto, sulla reciproca stima: giunta al momento atteso, innanzi all'esigenza di portare a termine il rapimento, nei piani della mercenaria sarebbe dovuto essere un dialogo con quest'ultima, nella volontà di concederle quel rapimento, inesorabile, non tanto come un dolo a proprio discapito quanto, piuttosto, simile ad un'alternativa da una vita ben lontana dal poterle offrire ciò che avrebbe meritato, in una cultura che non le avrebbe mai concesso rispetto. E se in verità anche la cultura kofreyota non si era mai proposta particolarmente liberale verso le donne, al pari della maggior parte delle società esistenti, ella sperava che alla giovane, una volta lasciata Y'Shalf, potessero essere offerte scelte più variegate rispetto a quelle lì altresì presenti, spingendosi, addirittura e paradossalmente in quanto attraverso un rapimento, nella ricerca della propria autodeterminazione.
Purtroppo, però, nonostante i propri propositi e tutto il lavoro di quell'ultimo periodo per portarli a compimento, ormai la misura era davvero colma. Midda, in conseguenza di ciò, si rendeva perfettamente conto di come non sarebbe riuscita a restare ancora fedele al ruolo assunto dove, teoricamente, ancora necessario nell'attesa di una certezza, di quella definizione priva di ogni dubbio che il suo mecenate le aveva domandato. Ma ella era una combattente, era abituata all'azione nei campi da battaglia, alle sfide mortali negli angoli più improponibili del mondo conosciuto, non una spia, un'esperta in operazioni di quel genere, di quella tipologia: avendo già lottato troppo a lungo contro la propria stessa natura, era consapevole che non le sarebbe stato più possibile attendere, non avrebbe più potuto negarsi la propria lama in virtù di una qualche simulazione. E proprio tornando ad impugnare quest'ultima saldamente, la figlia di Marr'Mahew si dispose insieme ad essa, spiritualmente e fisicamente, pronta a qualsiasi sviluppo le fosse stato richiesto dal fato.
Ciò che, però, a prescindere da tutti i propri pensieri, da tutte le proprie emozioni, ella non si sarebbe sinceramente attesa, fu altresì quanto avvenne, e con una certa sorpresa, la donna guerrierio si ritrovò colta in contropiede dal rumore della porta in apertura alle proprie spalle, segnalante l'arrivo di un nuovo interprete sulla scena. Un movimento immediato, naturale, spontaneo come sarebbe stato lo stesso respirare, la vide, in reazione a tale avvertimento, estrarre rapida la spada dal proprio fodero, lasciandone rilucere il metallo dagli azzurri riflessi e direzionandone, con assoluto controllo, la punta affilata contro la gola dell'intruso, del proprio ipotetico avversario.

« M'Aydah?! » sussultò la principessa, osservandola con occhi sgranati nel ritrovarsi quel filo mortale contro la stoffa del proprio burqa, sotto al proprio mento.
Nel riconoscerla, la mercenaria non si riservò alcuna incertezza, dove la situazione risultava essere ormai precipitata: « Chiudi la porta! » le impose, con tono fermo, freddo non meno rispetto al ghiaccio dei propri occhi ed al metallo della propria lama.
Nass'Hya, che pur non era una stupida, non si ribellò a quell'ordine, comprendendo che in caso contrario avrebbe avuto sicuramente molo da rimetterci: aveva del resto già visto all'opera quella donna, e sapeva bene come esserle nemica non avrebbe portato a nulla di salutare.
« Perdona i miei toni, ma non desideravo che qualcuno, passando, potesse vedermi… » commentò a quel punto, con voce meno tesa, seppur non abbassando la propria arma o il proprio livello di guardia « Come mai sei qui? Pensavo ti stessi impegnando nel compiacere il tuo futuro sposo… »
« Chi sei? » domandò l'aristocratica, in replica a quelle affermazioni sprezzanti, dalle quali non poté che sentirsi ferita, soprattutto perché pronunciate da lei.
« Mi hai chiamato per nome un istante fa… » replicò la mercenaria, scuotendo il capo, con non poca soddisfazione nell'accorgersi di poter, nuovamente, agitare in ciò i propri capelli naturalmente scompigliati « Dubiti che io sia io, forse?! »
« Credo di non aver mai saputo chi tu fossi… M'Aydah… » denotò la giovane, storcendo le labbra « Di certo non l'umile serva di questo harem, come hai finto di essere da quando ci siamo incontrate. »
« Te ne devo rendere atto. » ammise l'altra, ora annuendo e facendo appena spallucce « Ho tralasciato qualche piccolo particolare nel presentarmi, ma se vorrai ascoltare quanto ho da dirti, forse ne capirai le ragioni. »
La principessa chinò per un istante lo sguardo verso la spada, ancora levata verso di sé, tesa quasi quale un'estensione del braccio sinistro della compagna, ora avversaria, la quale non sembrava provare alcuna fatica in ciò, in simile posizione: « Ho qualche alternativa? » chiese, rivelando chiaro realismo innanzi a tale situazione.
« Effettivamente no. » confermò retoricamente la donna, offrendo ora un sorriso accennato « Avrei preferito svolgere questo discorso in tempi e modi leggermente diversi da quelli attuali, ma a fronte della sciocchezza che ti ho visto commettere, mi spiace, ma non ho resistito… »

Nuovamente posta sotto accusa dalla propria ex-serva, nella fanciulla crebbe un evidente moto di stizza. Probabilmente solo in virtù della lama posta fra loro, la parte più razionale di lei riusciva a tenere a freno le sue emozioni, evitando di saltarle addosso per punirla di tanto ardire, di simile giudizio del tutto gratuito che sembrava essere disposta ad imporle con tanta leggerezza: non aveva mai avuto ragione di volerla offendere fisicamente, anche dove per ragioni del tutto vane molte sue pari non si frenavano innanzi alle proprie ancelle, ma tutto quello stava diventando sinceramene eccessivo, quasi paradossale.

« Ma con chi credi di avere a che fare, razza di… traditrice! » esclamò aspramente, senza zittirsi eppur senza muoversi « Come puoi arrogarti il diritto di giudicare le mie azioni, le mi scelte? Sei forse tu perfetta in tutto ciò che fai, in tutto ciò che compi, al punto tale da non doverti mai rimproverare di nulla?! »

E per quanto la principessa avrebbe potuto pensare che simile sfogo sarebbe potuto passare del tutto inascoltato all'attenzione dell'altra, nell'essere colto quale, appunto, un semplice sfogo e nulla di più, Midda restò altresì sinceramente colpita dai termini scelti, dalle accuse contro di sé formulate, dove esse andarono a colpirla in un argomento per lei particolarmente importante e delicato.

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