11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

venerdì 17 aprile 2009

462


« F
erme dove siete! » intimò loro uno degli eunuchi, presentando la propria sciabola già rivolta nella loro direzione, senza lasciar trasparire alcuna remora in simile gesto, alcun dubbio nel compiere tale atto.

Accompagnando la sfiducia nella mercenaria, probabilmente, anche la sua demoralizzazione raggiunse in quel momento l'apice più alto a cui mai avrebbe potuto ambire. Sebbene mai avesse offerto completamente la propria vita nelle mani di chiunque altro, concedendo in tal modo a tale individuo possibilità di decretare per lei il suo destino, una parte del suo animo aveva, infatti, abbassato la guardia nei confronti della propria ipotetica vittima, di colei che avrebbe dovuto rapire: purtroppo, solo ora, innanzi a quelle guardie, si ritrovò a poter aprire metaforicamente i propri occhi ed a comprendere l'astuzia a dir poco geniale di cui l'altra era stata in grado, imbrogliandola con suprema maestria. Giocando con lei una perfetta partita a chaturaji, la principessa le aveva fatto credere di poter condurre ogni propria intenzione a termine, di poter vincere nel compimento della propria missione, salvo poi approfittare di lei, della sua stupidità, in assenza di un termine migliore per definirla, al solo scopo di mantenere comunque le redini dello scontro, indirizzandolo a proprio arbitrario piacimento. E dove ella si era illusa di poter lasciare in maniera impunita l'harem, nonché l'intera città, l'altra le aveva fatto ritrovare una schiera di guardie pronte ad arrestarla ed a condannarla in seduta stante, per delle colpe che sarebbero emerse assolutamente evidenti.

« Thyres… » sussurrò, a denti stretti, bestemmiando il nome della dea nel rimproverarsi per tanta ingenuità, per essersi fatta manipolare in maniera così banale da una ragazzina cresciuta nell'agio e nel vizio.

Rapidamente la sua mente si ritrovò ad analizzare le diverse alternative ormai a lei offerte, per cercare di comprendere cosa poter fare, come poter agire di fronte a tale situazione.
Avrebbe forse potuto cercare di mantenere il proprio ruolo, riprendendo quello che ora sarebbe comunque risultato quale un pericoloso azzardo: difficilmente, del resto, avrebbe potuto mantenere la propria copertura, la propria maschera, indossata nuovamente in quel tentativo di fuga, per tentare di contrastare la denuncia, le accuse sicuramente già rivolte a sé dalla propria mancata vittima. In simile tentativo, presumibilmente fallito sul nascere, avrebbe solo offerto ai propri nemici maggiore tempo per agire, per stringerla in una morsa tale da cui non sarebbe potuta uscire.
Avrebbe, altresì, potuto gettare la maschera: impugnando la lama preventivamente già legata al proprio fianco, sotto il burqa, avrebbe potuto estrarla rapidamente e, con essa, attaccare prima di poter essere attaccata, offendere prima di poter essere offesa, aprendosi in tal modo il cammino nel sangue dei propri avversari, come già spesso si era ritrovata a fare nella propria vita. In tale opportunità, forse più folle della precedente e, per questo, meno prevedibile, ella avrebbe potuto ottenere salva la vita nell'immediato, condannandosi comunque ad offrire contrasto forse all'intera nazione y'shalfica una volta che l'allarme fosse stato diffuso. E, sebbene non temesse una simile eventualità, ella non riponeva tanta illimitata fiducia nelle proprie potenzialità per accettare l'idea di dichiarare da sola guerra ad un regno intero, nonostante il nome di Figlia di Marr'Mahew che lontano da lì avevano deciso di riconoscerle.
Avrebbe, poi, potuto addirittura arrendersi, rifiutando di ingaggiare un qualsiasi genere di combattimento in quel momento, in quel frangente particolare dal quale difficilmente avrebbe potuto trovare evasione: in tal modo, avrebbe quindi potuto scommettere sull'eventualità che una sua completa confessione, sapientemente rielaborata nelle proprie parti più critiche, le avrebbe potuto far guadagnare tempo a concederle, con esso, nuove possibilità di fuga. Se, infatti, fosse riuscita a trasformare una questione privata in un caso di stato, nel far credere che quel tentativo di rapimento avesse avuto un chiaro stampo politico, la sua condanna non sarebbe potuta essere tanto rapida ed immediata, dove ogni giudizio ed ogni sentenza a tal riguardo sarebbero state sicuramente utili al governo y'shalfico per scopo propagandistico, a ribadire nuovamente la propria supremazia sul nemico, a far conoscere a tutti come alcun avversario della nazione avrebbe mai potuto riportare un qualche successo in quel conflitto secolare.
E dove proprio questa terza via, rapidamente elaborata nell'intimo della mercenaria, stava ritrovando da parte sua maggiore sostegno, considerando in essa sì una certa dose di rischio ma concedendole, comunque, migliori aspettative, ancor prima che ella potesse avere possibilità d'agire qualcosa o, meglio, qualcuno intervenne nella scena, a negare prontamente ogni giudizio ed ogni riflessione da lei formulati.

« Cosa accade?! » esclamò con alterigia la giovane aristocratica, spingendo la compagna da parte per avanzare verso le guardie, incurante delle armi levate contro di loro « Come osate proporvi innanzi a noi con tanta violenza, neanche fossimo due comuni malviventi? »
« Princip… » tentò di rispondere l'eunuco, riconoscendo immediatamente la voce della propria interlocutrice.
« Eppure non mi pare di aver trovato in voi tanta animosità, simile prontezza all'uso delle spade la sera in cui i guerriglieri, prima, e l'algul, poi, hanno tentato di sterminarci tutte… » aggiunse ancora, interrompendo l'altro, ed facendosi pesante scherno di loro, non a torto in effetti.
« E' inutile che alzi tanto la voce, principessa Nass'Hya. » intervenne, in suo contrasto, un nuovo attore, un nuovo protagonista per quella già complicata situazione, emergendo dalle ombre con le fattezze dell'intendente « Tanta indignazione è inutile innanzi a ciò che hai pianificato di fare… al tradimento nei confronti della nostra nazione che intendevi porre in essere questa stessa sera insieme a questa mercenaria. »

Midda, in silenzio, si ritrovò ad essere ormai completamente stupefatta e tristemente in balia di eventi da lei incontrollabili, per quanto avesse da sempre odiato simile condizione: escludendo, infatti, l'eventualità in cui, per qualche improponibile ragione, la sua preda considerata predatrice non avesse progettato anche quello strano gioco delle parti, Nass'Hya nella propria reazione verso le guardie, nel proprio pronto tentativo di aggirarne il blocco, si era appena scagionata da ogni accusa che ella le aveva silenziosamente rivolto, mal giudicandola.
Ma dove non a lei sarebbe dovuto essere imputato tutto quello, chi altri avrebbe mai potuto concedere all'intendente occasione per orchestrare quella trappola, fornendogli dettagli tanto precisi in merito a quanto era loro volontà fare?

« Intendente! » gridò, con assoluta e trasparente indignazione l'aristocratica, levando le mani al cielo quale reazione a quelle parole tanto gravi « Spero bene che non tutta la tua vita dipenda dal ruolo da poco assunto in questo harem o, altrimenti, ti ritroverai presto a mendicare agli angoli delle strade: non sono assolutamente disposta a tollerare simili insinuazioni, neppure si rivelino proposte per scherzo! »
« Ma non si tratta di un gioco, mia cara. » replicò l'eunuco, con la propria voce priva di ogni intonazione mascolina, come quella di ogni altro educatore di quell'istituzione « Quanto proposto a carico tuo e, peggio, della tua "serva" è ciò che di più terribile potrebbe mai esserci… e non appena ne verrà informata, presumo sarà la tua stessa famiglia la prima a prendere in mano le pietre utili per lapidarti! »
« Come osi, sottospecie di uomo?! » ringhiò l'altra, sgranando gli occhi « Come osi solo nominare la mia famiglia, con quella tua voce stridula, ridicola quanto la tua stessa condizione di vita?! Mio padre, informato di questi fatti, pretenderà il tuo cranio per poterlo usare come orinale durante la notte! Mia madre, ascoltando queste assurde follie, richiederà al sultano che le tue viscere possano essere gettate in pasto ai corvi, in mancanza di testicoli da poter loro altrimenti offrire! Ed i miei fratelli…. »

Se la mercenaria non avesse conosciuto la realtà, effettivamente coincidente con quanto affermato dall'intendente, avrebbe maturato seri dubbi sulle verità da lui proposte nell'assistere alla reazione della giovane nobile. Dimostrando una capacità recitativa indubbiamente superiore a quella che lei avrebbe mai potuto raggiungere, ella propose infatti una furia senza eguali, un trasporto così autentico nella propria voce e nei propri gesti, privata dalla presenza del velo nell'esprimere tale sentimento anche attraverso il proprio viso, da lasciar tutti impressionati, al punto tale da spingere le guardie ad abbassare, seppur di poco, le proprie armi. Anch'essi, infatti, si ponevano ormai incerti sulla correttezza di quell'assalto notturno, di quel dispiegamento forse improprio di forze.
Solo l'intendente, benché effettivamente colpito da tanta ira, fu costretto a restare immobile e ad apparire imperturbato ed imperturbabile, comprendendo come la sua testa sarebbe di certo caduta in conseguenza di quegli eventi, se la propria risorsa, ancora mantenuta celata, non avesse potuto dimostrare la solidità delle proprie accuse.

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