11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

venerdì 24 aprile 2009

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A
lfine anche l'ultimo inverno stava giungendo alla propria naturale conclusione, accompagnando l'anno ormai terminato ad essere parte della memoria, a unirsi a quel bagaglio di eventi lontani normalmente indicati con il termine di “passato”, per offrire spazio alla rinascita della primavera e, con essa, al ritorno delle speranze, dei sogni e della vita. Un ciclo perpetuo, conseguenza inevitabile di quello altrettanto irrefrenabile del giorno e della notte, che mai alcun mortale avrebbe potuto arrestare, che mai alcuna volontà, fosse anche quella di un re, avrebbe potuto impedire o fosse solo rallentare: l'alternanza delle stagioni avrebbe sempre spinto l'umanità verso il proprio futuro, forse nell’assurda speranza di donare alla medesima una consapevolezza maggiore sulla propria essenza, sulle proprie ragioni d'essere e su ciò a cui sarebbe stato giusto o sbagliato ambire.
Purtroppo però non era mai apparsa quale caratteristica della natura umana quella di riuscire ad aprirsi agli insegnamenti offerti loro attraverso simili meccanismi, di poter apprendere i concetti più semplici in virtù dei quali avrebbero potuto tendere verso un sostanziale progresso, un'evoluzione ad un livello di benessere condiviso e superiore. Nonostante tanto impegno da parte di tutti gli dei per concedere simile opportunità alle proprie creature, al frutto di un bizzarro ludo dal quale la mortale esistenza aveva avuto origine, che in tale condizione sarebbero sempre rimasti fossero essi sufficientemente umili da riconoscere la presenza dei propri artefici o fossero anche tanto arroganti da giungere a negarla spudoratamente, egoismo, codardia, menzogna, verso se stessi ancor prima che verso i propri fratelli e sorelle, avevano purtroppo da sempre segnato l'animo di uomini e donne, negando loro ogni possibilità di comprendere i propri errori, di riuscire a maturare come altrimenti sperato.

A rappresentare una chiara riprova di simile triste fato, condanna autoimposta e non conseguenza di un qualche arbitrio divino come troppo ingenerosamente spesso i mortali erano comodamente abituati accusare, nel vano tentativo di rifiutare qualsiasi genere di responsabilità sulla propria miserabile condizione, si poneva, innanzitutto, l'esercizio letale all'interno del quale interi popoli apparivano contenti di rigettare vanamente le proprie vite: in nome di valori vuoti, se presenti, o, altresì e peggio ancora, semplicemente nel perpetrare qualcosa di cui non sarebbero stati in grado di giustificarne le cause, dimenticate molte generazioni prima di quella dei loro nonni, la guerra incarnava certamente l’apice negativo dell’involuzione umana. Tanto abbondanti quanto privi di ragioni, i conflitti armati si presentavano in maniera equamente distribuita sull'intera superficie dei tre continenti, ovviamente trovando in determinate zone, al loro interno, una spontanea concentrazione, naturali fulcri di aggregazione nei quali le energie e le volontà di tutte le popolazioni lì abitanti o confinanti avrebbero potuto riversare uno psicotico, ma assolutamente vivo, interesse. Nel funereo censimento di simili sconfinati altari innalzati in onore della morte, della distruzione, dell'annichilimento di ogni civiltà, spesso da tempi remoti al punto da rendere difficile ricordare una realtà diversa da quella ormai impostasi, un'area particolarmente attiva in tal senso si poneva essere quella sul confine di due nazioni, due regni fra loro estremamente simili nella cultura, nella religione, nella società, nella lingua, eppur ugualmente e paradossalmente rivali: Kofreya e Y'Shalf.
Poste in contrapposizione sui due fronti della catena composta dai monti Rou'Farth, come molte altre loro pari, quelle rivali non sembravano poter sperare nella pace almeno fino all'annientamento di una delle due parti in causa, alla caduta di una delle di loro, proseguendo ciecamente in un conflitto che, anche dove un giorno portato a compimento, non avrebbe potuto ritrovare alcun reale vincitore, nell'enumerare tutti i soldati e le vittime civili cadute nel corso del tempo, non solo in virtù della violenza nemica ma, addirittura, della propria stessa furia. Tanto su un fronte quanto sull'altro, sebbene forse in termini più rilevanti ad occidente, nei confini kofreyoti, che ad oriente, nei confini y'shalfichi, la guerra aveva purtroppo creato disequilibri interni tali da giustificare ogni sorta di violenze, ogni sorta di abusi. A ponente, in conseguenza di ciò, si era da tempo giunti all'incredibile apoteosi rappresentata dalla provincia di Kriarya, città del peccato: lì ogni autorità nazionale, ogni potere sovrano, era venuto da lungo tempo meno, lasciando la gestione della città e del territorio circostante affidata alla brutalità criminale e vedendo, in conseguenza, la popolazione locale essere rapidamente sostituita da ladri e assassini, prostitute e mercenari, asserviti ad una "nobiltà" di fatto, non basata come altrove sulla discendenza di sangue o sulla semplice influenza economica, quanto piuttosto sulla capacità di dominare quel caos, gestendo ogni traffico all'interno di quelle vie corrotte. A levante, parallelamente, non vi era stata invero tale degenerazione nella provincia di Y'Lohaf, più esposta verso il conflitto come già Kriarya: tale diversità, in effetti, era riuscita ad essere tale solo in conseguenza di un controllo maggiore, sui propri sudditi, esercitato dai vari sultani nel corso del tempo, dove essi si erano dimostrati evidentemente in grado, attraverso i propri visir, di mantenere la quiete ed il vivere civile come sul fronte opposto non erano stati in grado di fare i vari sovrani, attraverso i propri feudatari. Ma tanto in Kofreya quanto in Y'Shalf, per ragioni simili pur con determinazioni ovviamente diverse, si erano venuti a creare movimenti di resistenza locale, un’opposizione al potere sovrano sorta direttamente dalle fasce più basse del popolo allo scopo di rivendicare il diritto alla pace, alla conclusione di ogni conflitto all'interno dei quali, inevitabilmente, non sarebbero stati gli aristocratici i primi a cadere o a subirne un qualche danno quanto la povera gente, volente o nolente vittima di tanta follia: ad ovest, così, era nato il brigantaggio mentre ad est la guerriglia.

In quel mese di Pharfe, o Farph a seconda del vocabolario prescelto per riferirsi al medesimo periodo dell'anno morente, nel rispetto della propria natura nomade uno dei diversi accampamenti minori della guerriglia y'shalfica aveva trovato temporanea sistemazione all’interno della zona collinare anteposta ai monti di confine. All’interno di tale area, per quanto tanto vicine alla frontiera ed all’inarrestabile confronto fra le due nazioni, essi avevano cercato rifugio, per ritemprare le proprie energie in attesa della primavera, della nuova stagione nel corso della quale avrebbero ripreso l’operato in sospeso. Un periodo che era stato utile, necessario più a livello psicologico che fisico, nel desiderio di dimenticare non solo la totale assenza di risultati di quell'ultimo anno quanto, peggio ancora, la tremenda disfatta subita in quell’ultima stagione.
All'inizio dell'inverno, spronati purtroppo solo apparentemente da ideali di pace, dietro ai quali paradossalmente ormai avevano ormai celato la stessa affezione all’omicidio, alla strage, contro la quale avrebbero voluto offrire la propria protesta, un gruppo scelto dei loro compagni aveva tentato di prendere in ostaggio il futuro dell'aristocrazia di Y'Lohaf, rappresentato dai figli e le figlie delle famiglie nobili locali. Tale tentativo, però, era stato clamorosamente soffocato, nonostante in un primo momento fosse apparso rivolto verso un apparente e completo successo: approfittando di uno dei momenti sociali più importanti per colpire, in occasione della celebrazione del giorno di transizione all'interno dell'harem della capitale, essi erano riusciti ad arrivare al proprio obiettivo, salvo poi essere sterminati dall’intervento di una creatura sovrannaturale, una jinn vampira, un’algul. E la comparsa di quel mostro non aveva semplicemente negato alla causa della guerriglia la possibilità di portare a termine il proprio piano, ma aveva, peggio, negato loro qualsiasi risalto pubblico, dove ogni cronaca a tal riguardo era stata altresì concentrata su una misteriosa straniera, una donna guerriero giunta al momento giusto per salvaguardare gli interessi del regno, preservando la vita dei giovani nobili nell’uccisione della jinn. A questa imprevedibile salvatrice, per quanto di ignota origine, erano stati offerti onori e clamore, nella diffusione di diverse ballate, all’interno delle quali era stato anche preciso interesse politico far emergere la guerriglia a livelli assolutamente ridicoli, grotteschi, a non concedere alcun vago ricordo della loro pur solo iniziale vittoria.
Ma dove ormai quei giorni cupi sembravano essere così lontani, anche i guerriglieri avevano ritrovato la propria quiete ed attendevano con serenità l’inizio della nuova stagione e del nuovo anno. La tranquilla esistenza concessa loro all’interno dell’accampamento, nell’illusione di pace proposta loro dalle proprie famiglie, dalle proprie mogli e dai propri figli, aveva permesso loro di ritrovare uno sprone utile a non concedergli di arrestare la missione prepostasi, per riservarsi il diritto di godere di tale sogno non in poche effimere fughe dalla realtà quanto piuttosto nella vita di tutti i giorni.
E proprio in tali giorni di riposo, in quell’ultimo scampolo di inverno, fu l’arrivo di una sconosciuta, quasi nuda e svenuta sul dorso di un asino stremato, al limite delle proprie energie, ad attrarre l’attenzione di tutti, nell’implicita e naturale richiesta d’aiuto che, pur incosciente, ella parve loro supplicare.

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