11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

venerdì 17 luglio 2009

553


I
l luogo all’interno della città del peccato scelto da Midda per il ritrovo con il proprio scudiero, quella sera, non avrebbe potuto essere diverso dalla locanda di Be’Sihl: essa era, del resto, una delle poche oasi di pace in cui entrambi avrebbero potuto trovare sincero conforto, sicura requie, risultando probabilmente ed addirittura unica nel suo genere entro i confini della capitale. Definizione valida, quella così formulata, ancor prima di prendere in considerazione l’evidenza di come, comunque, essa sarebbe inevitabilmente stata meta naturale, riferimento personale tanto per lei quanto per lui: per la prima, quale conseguenza del suo particolare rapporto con il proprietario, della stretta amicizia e collaborazione che da lunghi anni li legava; per il secondo, in virtù del suo recente passato all’interno di quelle stesse mura nonché della riconoscenza verso il padrone delle medesime, sentimento per il quale a lui sarebbe rimasto per sempre affezionato.
Nel dare per certa la presenza della propria signora nelle sue camere già da lungo tempo, forse addirittura fin da quando si erano lasciati innanzi alla dimora di Geto, Seem fu, al contrario, il primo a dimostrare la propria figura sulla soglia del locale. Levando così, quasi distrattamente, una mano quale cenno di saluto verso l’indaffarato locandiere, il giovane mosse i propri passi con decisione verso le scale, nel volerle risalire e raggiungere, in tal modo, le stanze del proprio cavaliere, a prestare rapporto per quanto accaduto, per quanto visto ed ascoltato.
Al di là dell’indomito coraggio, dell’incontenibile energia che aveva sempre ed indubbiamente caratterizzato la donna guerriero, assurda, dal punto di vista del suo scudiero, innanzi alla logica del suo compagno di ventura, sarebbe stata l’eventualità che ella avesse realmente posto in essere quanto aveva precedentemente annunciato essere sua intenzione compiere. Midda si sarebbe potuta considerare, ed era effettivamente considerata, quale una delle figure mercenarie, delle avventuriere, più autorevoli in quelle terre, in quell’angolo di continente: un rispetto sicuramente ed ampiamente meritato, quale frutto delle proprie gesta, dell’aura di leggenda che era stata in grado di associare al proprio nome, anche senza ricercarlo esplicitamente, senza forse desiderarlo in maniera tanto enfatizzata quale altresì era. Ciò nonostante, però, ella non era né sarebbe probabilmente mai divenuta una semidivinità, o ancor più una divinità, e in quanto perfettamente a conoscenza di ciò non avrebbe mai sprecato la propria vita vanamente. Non, per lo meno, così come aveva apparentemente dichiarato di voler fare, forse solo al fine di scherzare con lui, di giocare con la sua emotività, il senso di ansia che sapeva lo avrebbe potuto dominare.
In contrasto a tanta sicurezza da parte di Seem, si propose, però, la voce dello shar’tiagho, unico ed autonomo proprietario di quella forse modesta e pur importante edificazione, richiamandolo, bloccandone il passo con un’affermazione di poche ma efficaci parole, perfettamente ponderate nell’assolvimento di uno scopo prefisso, nella trasmissione di un messaggio inequivocabile.

« Lei non c’è. »
« Non c’è? » ripeté l’altro, con evidente senso di retorica, salvo poi tentare di estendere la propria domanda in una formulazione solo apparentemente più completa, sebbene ancora priva di reale sostanza « Sai dirmi dove è andata? Dove la posso raggiungere? »
« Oh, bella. » sorrise il locandiere, aggrottando la fronte a quella richiesta « E dire che stavo giusto ponendomi i medesimi interrogativi. Per quanto mi è dato di sapere, l’ultima volta che l’ho vista uscire da questo salone era accanto a te. Dovrei forse preoccuparmi per il fatto che tu, ora, ti sia ripresentato qui solo e tanto confuso a suo riguardo? »
« Ci siamo separati qualche ora fa… dandoci appuntamento qui, per questa sera. » rispose lo scudiero, effettivamente disorientato in conseguenza di quell’inattesa sorpresa, non avendo preso lontanamente in esame possibilità alternative alla presenza della sua signora in quella locanda, al suo ritorno lì subito dopo la loro divisione di qualche ora prima.
« Nulla di grave, allora. » cercò di minimizzare Be’Sihl, nel lasciare un paio di pesanti boccali colmi di birra ad un tavolo, innanzi a due clienti, prima di tornare al bancone, indaffarato come sempre nella gestione della propria attività « Probabilmente hai concluso prima di lei ciò che era tua responsabilità compiere. »
L’idea proposta dall’ex-padrone al proprio garzone di un tempo, però, non parve offrire soddisfazione a quest’ultimo, quanto, al contrario, imporgli maggiormente un senso di inquietudine, di preoccupazione, le medesime emozioni che fino a quel momento si era voluto esplicitamente negare.
« Calmati, ragazzo, calmati. » lo invitò, in un sorriso aperto e cordiale, nel cogliere senza eccessiva fatica i pensieri che stavano attraversando, in quel momento, la mente del proprio interlocutore « Se desideri davvero essere parte della vita di Midda Bontor, devi anche essere in grado di accettare gli oneri che tale ruolo comporta, come quello di non poter evitare di provare un particolare genere di impotenza di fronte alle sue scelte, alle sue decisioni, alle vie sulle quali il destino e il suo carisma la spingerà continuamente. Prima imparerai a gestire tutto questo con la necessaria filosofia e meglio sarà per te… fidati, so di cosa parlo. »
« Ma… » esitò l’altro, allora, diviso fra il timore di apparire eccessivamente premuroso, in ansia per la propria attuale padrona, e la volontà di dimostrarsi degno della carica a lui riservata « … temo che ella sia andata a chiedere udienza a lord Bugeor in persona. » ammise poi, nell’offrir voce alle proprie paure, alle proprie incertezze nel merito di quel ritardo.
« Uhm… » espresse egli, mostrandosi in volto diviso fra curiosità e dubbio « Credo che mi stiano sfuggendo le ragioni per cui avrebbe dovuto andare a cercarlo. Non corre buon sangue fra loro e questo è risaputo e indubbio: è forse, però, successo qualcos’altro di cui non sono informato? »
Osservandosi attorno incerto, il giovane cercò allora una maggiore vicinanza con il proprio ex-padrone ed amico, in un evidente desiderio di confidenza con lui: « Una taglia. » sussurrò, cercando di evitare che orecchie indiscrete potessero cogliere quel messaggio « Pare che lord Bugeor abbia posto una taglia sulla sua testa, viva o morta. E questo sta scatenando contro di lei la popolazione di mezza città… »
« Addirittura mezza città è, sinceramente, esagerato. » sorrise Be’Sihl, dimostrando un’incredibile capacità di gestire quell’informazione considerata dall’altro quale assolutamente sconvolgente, temibile nelle proprie possibilità di evoluzione a discapito di una persona a loro tanto vicina e, sicuramente, amata, pur a livelli estremamente diversi « Coloro che prestano a Bugeor la loro fedeltà sono un numero estremamente inferiore, non temere. In fondo è questo uno degli aspetti migliori di questa capitale: una divisione naturale del potere al suo interno, tale da non concedere a nessuno una supremazia sugli altri. »
« Una taglia è pur sempre una taglia! » replicò Seem, probabilmente sconvolto da tale eccesso di calma da parte di colui nel quale aveva comunque cercato confidenza e conforto, non comprendendo in ciò quanto comunque egli si stesse impegnando a quel fine.
« A simile riguardo, nei tuoi panni, non oserei impegnare eccessiva fiducia. » commentò, aggrottando la fronte « Aspetta un attimo… »

Accanto a quell’ultima richiesta verbale, una mano venne levata con tutte le dita stese, il palmo aperto e rivolto verso l’altro, per sottolineare il concetto appena espresso e per richiedere da lui pazienza e silenzio. In quel mentre, in quel gesto, il locandiere si volle riservare la possibilità di voltarsi, ad osservare un istante l’ambiente attorno a sé, come a cercare qualcosa o qualcuno: non appena il suo sguardo riuscì a raggiungere l’obiettivo prefisso, medio, anulare e mignolo si richiusero, lasciando in tal modo solo all’indice il compito di comunicare la richiesta di un ulteriore istante, di un altro momento di pazienza, tale da consentirgli di compiere una rapida ricognizione, un’incursione nella direzione adocchiata.
Armandosi, così, di una brocca di vino fresco, per quanto apparentemente non richiesto in maniera esplicita da alcuno in quel particolare frangente, l’uomo si mosse con assoluta confidenza, a passo sicuro, allontanandosi dal giovane e avvicinandosi, altresì, a un tavolo poco distante, dove un gruppetto di chiassosi e robusti compari stavano consumando la propria cena, intrattenendosi reciprocamente con qualche storia sicuramente a base di sangue e donne.

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