11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

mercoledì 5 agosto 2009

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T
re continenti. Un’informazione elementare, semplice, immediata, tale per cui chiunque sarebbe riuscito ad mantenere memoria, a ricordare il numero così espresso: anche coloro che mai avrebbero saputo definire con precisione quale realtà il termine in tal modo quantificato indicasse, infatti, avrebbero potuto affermare con sufficiente certezza come tre essi ugualmente, inequivocabilmente fossero, trascendendo ovviamente poi nel merito dell’importanza dei loro precisi nomi, dei termini identificativi di quelle enormi terre emerse all’interno dell’infinito mare. In verità, oggettivamente, in un mondo nel quale una significativa maggioranza degli appartenenti alla specie presumibilmente dominante, quella della razza umana, non si concedeva neppure in grado di leggere, scrivere o, quanto meno, far di computo, che simili presenze geografiche potessero essere denominate come Hyn, Myrgan e Qahr, piuttosto che come Prima, Seconda e Terza, non avrebbe assunto alcun particolare significato, alcuna reale importanza. E, del resto, nel tentare di condurre, giorno dopo giorno, le proprie esistenze, il possesso di simile informazione non avrebbe portato ad alcun beneficio, non avrebbe donato, né al primo fra i potenti né all’ultimo fra i deboli, il benché minimo vantaggio.
Diversa importanza, altro merito, si sarebbe potuto invece considerare nel riguardo della divisione politica esistente all’interno di quelle immani realtà fisiche, innumerevoli e variegate frammentazioni territoriali che non sempre si sarebbero potute considerare in coincidenza di una qualche identità nazionale, ma la cui conoscenza, comunque, non sarebbe potuta essere ovviata. Nel ritrovarsi, infatti, ad attraversare il confine sbagliato, alcuna pur trasparente ignoranza sarebbe potuta valere quale giustificazione per il malcapitato: nel migliore dei casi, egli o ella sarebbe potuto semplicemente essere condannato a morte; nel peggiore, avrebbe addirittura potuto offrire il pretesto utile all’esplosione di un violento conflitto armato fra due interi popoli. Ciò nonostante, sebbene l’esistenza di tale rischio non sarebbe potuta essere stolidamente sottovalutata, tutt’altro che fittizio si sarebbe purtroppo potuto considerare l’analfabetismo effettivamente imperante, in conseguenza del quale, pur essendo comune la conoscenza nel merito della provincia e del regno di propria appartenenza, non molto oltre si sarebbe potuta spingere la cultura della massa, tale per cui anche uno stato confinante al proprio sarebbe potuto apparire come un mondo lontano, estraneo, sconosciuto e, in questo, potenzialmente avverso ed avversario.
Scegliendo l’estremità sud-occidentale del continente di Qahr quale esemplificazione dell’insipienza del volgo, tutt’altro che sgradita o disincentivata dai diversi poteri locali, quattro sarebbero stati i principali regni che, da tempi immemori, si spartivano simil vertice, lembo di terra proposto in effetti verso il nulla, o presunto tale, rappresentato dalla sconosciuta vastità del mare: Kofreya, la conquistatrice, Y’Shalf, l’esotica, Tranith, la commerciante, e Gorthia, la belligerante. Un qualunque abitante di tali terre, colto dalla questione nel merito delle nazioni a sé confinanti, prossime, avrebbe indubbiamente saputo confermare l’esistenza di un atavico conflitto fra kofreyoti ed y’shalfichi, avrebbe potuto esaltare la fama guerriera dei gorthesi e, forse, avrebbe espresso qualche commento sull’indole pacifica, diplomatica, dei tranithi. Ma, oltre a tale retorica, a simili stereotipi, probabilmente impossibile sarebbe stato ottenere informazioni supplementari, nelle sole, rare, eccezioni rappresentate da mercanti ed avventurieri. Per i primi, infatti, la conoscenza del territorio, delle leggi e dei potenziali pericoli si sarebbe dovuta ritenere quale fondamento stesso della propria stessa attività; per gli altri, poi, l’esperienza offerta dalla propria vita in spazi sempre nuovi, nel confronto con mete sempre sconosciute, sarebbe di certo equivalsa a più ortodosse formazioni accademiche. In verità, a completamento di tale anomalia, se così si fosse voluta considerare, una terza categoria, classe, casta non sarebbe dovuta esser dimenticata, per quanto la propria diffusione, il numero dei propri adepti fosse estremamente inferiore alle altre: quella formata da coloro che dello studio avevano fatto il proprio principale credo, la propria forza, al punto da finir per essere corrotti dal potere per loro derivante da esso e, in ciò, giungendo ad arroccarsi su posizioni considerabili superate, obsolete, se non addirittura clamorosamente errate e pur in grado di assicurare loro il mantenimento del proprio stato sociale, soprattutto quando impiegati nelle diverse corti nobiliari.
In un siffatto contesto, in un mondo abituato a ritrovare i propri unici obiettivi solo in estemporanee soddisfazioni giornaliere, spesso coincidenti con la mera sopravvivenza, si poneva evidente come non solo il concetto stesso di cultura, ma, naturalmente, anche tutte le quiete espressioni della medesima, pur supposte inutili, si sarebbero invece proposte quali preziose rarità, assolutamente estranee alla disponibilità della maggior parte della popolazione, prevalentemente dei ceti poveri ma, sovente, anche di quelli più ricchi, dove difficilmente il valore intrinseco in tale risorsa sarebbe stato compreso ed apprezzato. A partire da un banale foglio di pergamena, dalla semplice accoppiata formata da penna e calamaio, articoli difficilmente rintracciabili nelle comuni abitazioni, nei normali alloggi, per proseguire con più impegnativi volumi rilegati, fonti meravigliose di erudizione, ogni genere di simulacro atto ad accogliere scienza, dottrina, o anche solo l’espressione dell’umana creatività, non sarebbe potuto essere comunemente diffuso, liberamente fruibile.
E lo stesso edificio che sarebbe potuto e dovuto essere considerato quale il tempio di ogni sapienza, il delubro preposto a quel culto, tanto importante e pur incredibilmente trascurato dall’intera umanità, la biblioteca, si poneva essere tanto pregiato quanto irraggiungibile, forse ancor più di luoghi maledetti quali la palude di Grykoo, sede di negromantici e terribili poteri arcani entro i cui confini alcun mortale avrebbe mai potuto condurre i propri passi sperando in un qualche avvenire.

La biblioteca di Lysiath, fondata dalla e nella lungimiranza di storici sovrani tranithi e, solo successivamente, acquisita insieme alla medesima ed intera provincia di Lysiath dal governo kofreyota quale pegno di un iniquo patto di non belligeranza, era stata una delle più importanti, ricche e fornite mai concepite in quell’angolo del continente di Qahr, un tempo meraviglia tanto nota e frequentata dall’essere conosciuta, per nome e per fama, anche da coloro che mai avrebbero potuto spingersi al suo interno per qualche utilità personale, dove incapaci a leggere, a dissetarsi a quella fonte di conoscenza. Purtroppo, però, nel passaggio a Kofreya, terra bramosa di conquiste, nonché da troppi anni impegnata sul proprio fronte orientale nella guerra contro Y’Shalf, alla biblioteca era stata negata la propria stessa natura, il proprio ruolo, iniziando, un tempo, a limitarne le possibilità d’afflusso, di visita, per giungere, infine, addirittura a proibirlo, nel timore che quell’edificio tanto importante, fondamentale, si sarebbe potuto offrire quale bersaglio per azioni belliche, rappresaglie da parte dei propri nemici.
Nonostante l’oblio volutamente gettato su quel luogo in nome della sua stessa protezione, paradossalmente, la rovina era riuscita ugualmente a giungere ad esso, non tanto in conseguenza dell’abbandono, dell’incuria lì riversati, peccati imperdonabili contro gli uomini e gli dei tutti, quanto piuttosto da un incendio, ufficialmente attribuito ad un’azione dolosa da parte di un qualche contingente y’shalfico, ma, in realtà, spiacevole conseguenza dell’azione volta alla sopravvivenza di un gruppo di mercenari. Spintisi entro quelle mura nella volontà di ottenere alcune informazioni ritenute essenziali per l’adempimento della propria missione, due uomini e due donne si erano ritrovati, loro malgrado, a dover dichiarare battaglia a un insolito e mostruoso esercito di gigantesche aracnidi, capeggiate da un abominio ibrido, una creatura metà donna e metà ragno, e proprio nel corso di tale scontro, il fuoco si era concesso ai guerrieri quale la sola speranza per godere dell’occasione di una nuova alba, spingendoli a dar luogo a tale tragedia, ad un efferato ed inaccettabile crimine contro l’intera umanità.
Al fine di poter espiare la propria colpa, l’assurdo, inconcepibile delitto nei confronti dell’intera umanità, la responsabilità del rogo all’interno del quale la meraviglia impareggiabile proposta dalla biblioteca di Lysiath era andata perduta, i quattro mercenari avevano però accettato, chi di buon grado, chi meno, un particolare patto con un ancor più particolare individuo, uno studioso esterno ad ogni canone, ad ogni corte, un uomo di nome Sha’Maech. Questi, uomo devoto unicamente alla propria filosofia, alla propria fede, allo studio e alla sperimentazione, proprie ragioni di vita, non avrebbe infatti mai potuto sopportare la sola idea di un proprio, effettivo, coinvolgimento in quel tremendo incendio, dove, in verità, era stato proprio egli stesso ad indirizzarli verso simile meta, nella promessa di poterli aiutare solo in conseguenza del recupero di un particolare documento alla stessa. E, per tale ragione, a propria volta bramoso di poter alleggerire lo spropositato carico sul proprio animo e cuore, lo studioso aveva richiesto loro l’impegno a condurre al proprio cospetto qualsiasi reperto accessorio recuperato in seguito all’adempimento di un qualche incarico, nella speranza di poter, lentamente ma costantemente, non tanto ripristinare il patrimonio perduto ma, almeno, porre le basi per un nuovo inizio, per la rinascita di una nuova grande biblioteca.

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