11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

mercoledì 20 giugno 2012

1614


A
ccordatasi la collaborazione del muscoloso figlio dei regni desertici centrali, Midda non esitò un istante di più prima di lasciarsi ricadere oltre il parapetto, e da lì verso il basso, non in una caduta libera, qual pur avrebbe potuto essere la sua, quanto e piuttosto in una discesa controllata, in un lento, ma costante, avvicinamento alla superficie del mare, nell'abbraccio del quale incredibilmente facile per chiunque, anche per una nuotatrice esperta qual lei, sarebbe stato smarrirsi senza più speranza si ritorno. Per quanto, infatti, la nave sarebbe potuta quasi apparire immobile, o per lo meno tale a un occhio poco attento, medusa o no, essa stava comunque avanzando a una velocità pari a diverse leghe all'ora, tale per cui, se solo ella non avesse avuto la ferma certezza allora rappresentata da Av'Fahr, un solo istante avrebbe potuto rappresentare la distanza di diverse dozzine di piedi dalla nave, e l'impossibilità, per lei, di ritrovare con essa un qualunque contatto, fosse anche in un semplice sfiorare.
Al di là del freno naturalmente impostile dall'azione del proprio compagno di ventura, del proprio complice in quella follia per la quale, probabilmente, i capelli raccolti in fini treccine si sarebbero rizzati sopra il capo del suo amato Be'Sihl; la Figlia di Marr'Mahew riuscì a percorrere la distanza fra il cassero e il livello del mare in un tempo estremamente ridotto, permettendole di arrivare a toccare con la punta dei piedi l'acqua ben prima di quanto non avrebbe potuto sperare. Nessun danno, in ciò, quanto al contrario un'occasione di vantaggio, nell'aver ridotto, seppur di breve, l'intervallo fra il primo attacco della creatura e la potenziale… certa seconda offensiva da parte della medesima, animata da un impeto indubbiamente maggiore rispetto alla precedente, tale da rischiare di non permettere loro una nuova speranza di sopravvivenza.
Così, giunta al livello dell'acqua, ella non richiese alcun arresto, non domando da parte del proprio compare alcun freno, desiderosa di immergersi quanto sufficiente a rilevare, o meno, la presenza di una medusa al di sotto della loro chiglia. E quando Av'Fahr, di propria iniziativa, le impose un blocco, ella levò il capo e gridò…

« Dammi ancora una dozzina di piedi di corda, per Thyres! » gli comandò, contrariata da quel limite imposte con eccessiva repentinità, tale, persino, da farle quasi perdere la presa sull'impugnatura della propria preziosa lama « Devo immergermi per capire con cosa abbiamo a che fare… non stare in superficie a offrirmi quale facile preda. »

Se il colosso nero protestò, non vi fu modo di constatarlo per la mercenaria, frastornata dall'acqua che il movimento della nave, e in conseguenza il suo, continuava a gettarle contro. Tuttavia, al di là di ogni possibile obiezione, egli ubbidì e, un istante dopo, ella riprese la propria discesa, traendo un profondo respiro e preparandosi a essere inghiottita dal proprio tanto amato mare, in un azzardo che pochi avrebbero potuto giustificare qual necessario, e che pur, in quel momento, ella voleva considerare indispensabile a impedire al loro viaggio di incontrare prematura conclusione.
Fu questione di un istante e il volto sfregiato della donna fu completamente coperto dalle acque salate, costringendo, per un istante, i suoi occhi a una violenta chiusura, istintiva ancor prima che desiderata o ricercata. Superato l'impatto con l'acqua e con il sale, ella fu allora in grado di offrire ancora una volta al mare le proprie splendide iridi color ghiaccio, le quali, cariche di un colore tanto intenso, tanto freddo, avrebbero potuto gelare il sangue di chiunque, nelle vene, ma non l'infinità del mare, di quel ventre, materno, dal quale e nel quale ella aveva sempre ottenuto vita e protezione.
Contro il mare ella non avrebbe mai potuto levare la propria spada, né, nel caso in cui avesse osato, avrebbe potuto sperare di portare un colpo a successo. Ella, che pur aveva da sempre dichiarato serenamente guerra a uomini e dei, e che mai aveva avuto timore di condurre a compimento un fendente fosse anche contro chi immortale e invincibile; nel confronto con il mare avrebbe potuto provare solo assoluta ammirazione e devozione, non dissimile da quella di una figlia affezionata verso i propri genitori. Ammirazione e devozione, comunque, che non si sarebbero mai proposte quali manifestazioni passive, quanto, e piuttosto, attive, nella continua, costante e bramosa ricerca di approvazione per ognuna delle proprie azioni, ognuno dei propri successi.
Thyres, dopotutto, era da sempre una dea guerriera, riconosciuta qual tale da tutti suoi seguaci non di meno rispetto alla dea Marr'Mahew di cui ella portava il nome, pur non appartenente al proprio personale pantheon. In ciò, Thyres, non avrebbe mai potuto accettare al proprio seguito, qual esponente della propria congrega, una donna debole, una donna incapace a plasmare la propria vita nello stesso modo con cui le onde del mare plasmano dalla notte dei tempi le coste sulle quali si abbattono. In ciò, Thyres, non avrebbe mai potuto tollerare al proprio seguito, qual rappresentante del proprio culto, una donna vigliacca, una donna incapace ad affrontare le minacce della vita con la stessa fermezza con il quale qualunque marinaio a lei fedele avrebbe dovuto affrontare le minacce del mare. E, ancora, in ciò, Thyres, non avrebbe mai potuto concedere il dono della propria benedizione, e della propria protezione, a una donna modesta, una donna ben lontana dal dimostrarsi desiderosa di glorificare il proprio nome, e quello della sua dea prediletta, in grazia a incredibili battaglie e straordinarie vittorie, quale incredibile e straordinario da sempre era il mare, dal quale la vita sorgeva e nel quale, parimenti, la vita tramontava, non diversamente dall'astro maggiore del cielo… il sole.

« … Thyres… » sussurrò, o, per lo meno, avrebbe sussurrato se le sue parole avrebbero potuto udirsi all'interno dell'acqua, senza tramutarsi in un ammasso confuso di bolle d'aria.

Un'invocazione, la sua, più che legittima nel momento in cui, innanzi ai suoi occhi, si focalizzò l'immagine della medusa gigante… realmente gigante!
Del tutto paragonabile a una qualunque medusa di dimensioni inferiori, quella meraviglia, od orrore, del Creato, poteva vantare una cupola di almeno quaranta, forse sessanta piedi di diametro, impossibile da valutare con precisione, e tentacoli maggiori grandi due volte l'albero di maestra della Jol'Ange. In tal paragone, considerando come la goletta misurava quasi novanta piedi in lunghezza, e un baglio massimo di non meno di ventidue; facile risultava dedurre come seppur non sì grande da poter inglobare al proprio interno la stessa Jol'Ange, né, tantomeno, un'intera flotta, quel mostro sarebbe stato sufficientemente potente da poter affondare la nave e, con essa, tutti i suoi occupanti, tutto il suo equipaggio, che ne sarebbe divenuto semplice pasto, quasi nulla di più fossero che piccoli pesci. Pesci, in verità, che si tenevano ben lontani, a propria volta, da quella visione di morte certa, laddove neppure il più feroce fra tutti gli squali avrebbe potuto competere alla pari con una tale minaccia, con il rischio di essere avvelenato dalla medusa ancor prima di aver menato un singolo affondo a suo discapito.
E dal momento in cui né cervello, né cuore animavano quella creatura, la cui esistenza era del tutto naturale per quanto in apparente sfida a ogni legge della natura, improbabile sarebbe stato persino per lei, per la Figlia di Marr'Mahew, riuscire a respingere l'offensiva di un tale avversario. Anche contro l'invulnerabile corazza dell'ippocampo ella era riuscita a trovare un'occasione di morte per il medesimo, passando attraverso la sua bocca per giungere al cervello e, una volta lì arrivata con un terribile uncino, strapparlo con violenza, nella consapevolezza di come un attimo di pietà sarebbe potuto costarle la vita. Ma contro una medusa di tali dimensioni, a meno di non avere la forza disumana per sollevarla dal mare e gettarla contro una spiaggia sufficientemente vasta da permetterle di isolarsi completamente dall'acqua, improbabile sarebbe stato riuscire a elaborare una strategia.
Non, per lo meno, animati dalla volontà di sopravvivere a un progetto troppo folle per poter essere anche solo proposto verbalmente...

« … Thyres… » sussurrò, o forse gemette, nel ritrovare contatto con l'aria al di sopra del mare, godendo intimamente della sua freschezza e, in tal distrazione, sforzandosi per non disperarsi nel confronto con la consapevolezza di quanto, probabilmente, quelle sarebbero state le sue ultime boccate prima della fine.

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