11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

giovedì 12 febbraio 2009

399


C
ol cuore in gola Sym respirava,
forte in lui caldo sangue pulsava
in tempie ormai troppo martellanti
per un fato di cui non cercar vanti.

Un tempo amici a lui vicini,
or solo due spietati assassini,
la sua rovina desideravano
affondar in lui lama cercavano.

Con agilità ogni colpo schivava,
non per gloria ma per vita lottava,
nude sue le mani vigilanti
lo difendevano senza millanti.

Si poté imputar colpa ai vini,
alle grazie di muliebri bacini,
ma per la vendetta che bramavano
alcuna scusante meritavano.

Lucidi pugnali saettarono,
di ferocia l'aria saturarono,
da Sym sempre vani furono resi
i suoi cari vennero difesi.

Lode a tutti gli dei per quel giorno,
laddove non concessero ritorno
a chi morte aveva invocato
contro chi lottava senza peccato.

Non si canta di come scapparono,
nessuno seppe dove andarono,
i lor destini furono sottesi
nei versi che sì non vennero spesi.

Suo compimento non subì distorno,
dove ei non sa essere musorno,
e suo corso sarà sempre trovato
tutti lo conoscon come... il fato.

Credo fosse stata mia madre a cantarmi questi versi quand’ancora ero bambino, quando ancora in me era la speranza di un futuro giusto e meraviglioso, fondato sul mito di un padre inventato, mai esistito e che mai sarebbe potuto essere tale in una città come quella all’interno della quale non avevo avuto, in quegli infantili anni, modo di comprendere di essere nato. Parole conclusive di una lunga ballata quelle che, in questo momento, non posso fare a meno di ricordare nel ripensare a ciò che avvenne: una ninna nanna come altre, un motivetto per permettere ad un pargolo di addormentarsi alla sera, fra le braccia di colei che ai suoi occhi non sarebbe mai potuta essere meno che un’incredibile dea creatrice, eppur capace di offrire in sé, nelle proprie note, tante verità, una lunga sequenza di eventi drammatici, tragici, eppur colmi di speranza nella sua conclusione.
In effetti molte furono le differenze fra la mia vicenda e quella di Sym: anche io, come egli, avevo lottato a mani nude contro una coppia di balordi, vincendo su di loro, ma oltre a simile dettaglio alcun altro particolare sarebbe stato utile ad accomunarci. Dove egli aveva difeso la propria famiglia, sua moglie e le sue giovani figlie, dalla bramosia lussuriosa dei due amici di un tempo, io mi ero posto contro due semplici compagni a protezione di null’altro ad eccezione della mia stessa vita, spronato in simile confronto unicamente per la volontà del mio maestro. Dove Sym si era proposto innocente davanti alla malvagità degli uomini, io mi ero concesso macchiato del sangue di un amico dei miei giovani avversari. Dove la volontà di vendetta dei nemici di Sym non sarebbe mai potuta essere giustificata, dettata dalla loro insoddisfatta conquista rivolta alla donna poi divenuta sposa del protagonista, la volontà di vendetta delle mie controparti era umanamente apprezzabile e condivisibile, unica conseguenza dei miei errori, dei miei sbagli, della mia avventatezza per colpa della quale Vias aveva perduto la vita.
Nonostante tante differenze, l’esito dello scontro per mia fortuna non si concesse poi diverso: Veran e Paluk si dimostrarono indubbiamente spronati da un’energia ed un desiderio forte, vigoroso, ma i loro gesti si proposero troppo goffi, impacciati, privi di una formazione simile a quella che a me era stata ed ancora stava venendo trasmessa da Degan. Le azioni che un tempo, probabilmente, mi sarebbero apparse impossibili da contenere, i colpi che una volta sarebbero stati erroneamente considerati come irrefrenabili, vennero evasi, contenuti, senza eccessivo impegno nel paragone con le bastonate a cui ero stato abituato, con cui ogni giorno dovevo dolosamente confrontarmi. Ed in questo ebbi anche l’ennesima conferma di come ogni violenza subita da parte del mio mentore non sarebbe mai stata fine a se stessa ma utile a formarmi, necessaria a permettermi di mantenere il mio stato di sopravvissuto.
Sopravvissi.
I miei due avversari vennero sconfitti, non semplicemente, non rapidamente come sarebbe potuto essere nel confronto con un vero guerriero, ma, per mia e loro fortuna, non tragicamente come era stato per il loro predecessore, come sarebbe stato nel confronto con qualcuno meno formato rispetto a me, qualcuno che avrebbe mirato direttamente alla loro vita e non, semplicemente, a ridurli all’impotenza. Con gesti quasi aggraziati, riuscii pertanto a disarmarli, a renderli inoffensivi, trasferendo il confronto armato ad una lotta corpo a corpo, un confronto nel quale le possibilità di giungere ad una letale conclusione per caso sarebbero state pressoché nulle.

« Cane! » gemettero, non gradendo l’inferiorità che stavo costringendo loro a dimostrare al mio confronto, innanzi alla folla naturalmente formatasi attorno a noi nella curiosità suscitata da un duello, da una rissa condotta in maniera tanto plateale per le strade di Kriarya, agli occhi di tutti evidentemente non derivante dall’impeto di un momento ma da una accurata pianificazione « Ti faremo a pezzi con le nostre stesse mani… »

A dispetto di simili parole, in un piano di combattimento puramente fisico, per quanto essi si proponessero superiori a me in numero ed in risorse, io riuscii comunque a comunque trionfare, basando le mie azioni sull’agilità, sulla velocità di movimenti: secondo gli insegnamenti ricevuti, impostai la mia strategia sulla volontà di sfiancare entrambi i miei avversari, facendo loro sprecare inutilmente le proprie energie in colpi vani, e ponendomi così successivamente libero di portare a segno io stesso dei pugni più mirati, davanti ai quali essi videro negata ogni possibilità di difesa.
Ciò che rese realmente memorabile quel giorno, però, non fu tanto la mia vittoria su Veran e Paluk, la loro sconfitta ed umiliazione e la loro scomparsa dalla mia vita, quanto piuttosto il ritorno di una nuova figura in essa, l’arrivo di un evento tanto atteso eppur quasi non sperato, nella ricomparsa, davanti al mio sguardo, della Figlia di Marr’Mahew.

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