11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

venerdì 27 febbraio 2009

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S
e assistere a distanza agli effetti di una tempesta in mare, osservando l’infuriare degli elementi protetti dalla solidità di un terreno sotto i propri piedi e, meglio ancora, di mura e un tetto attorno al resto del proprio corpo, era stata già vissuta da me quale un’esperienza terribile, esserci dentro, sperimentando la violenza della stessa sulla mia stessa pelle, si pose quale una sensazione indescrivibile e stravolgente.
Il mio malessere nei confronti del mare, quella reazione spontanea di disagio nel mostrarmi innanzi ad esso che mi aveva dominato fin dal nostro primo incontro, sembrò svanire nel momento in cui ebbi conferma dei miei sospetti, delle mie paure, facendo capolino sul ponte della nave ed studiando con occhi sbarrati il mondo attorno a me, la realtà improvvisamente divenuta avversa ad ogni umana esistenza, forse al concetto stesso di vita. Ciò che stava avvenendo non avrebbe potuto che negare qualsiasi genere di sensazione, qualsiasi emozione, annichilendo ogni cosa in sé, nel proprio caos, puro, semplice, quasi metafisico ancor prima che fisico: come un profondo taglio nella carne potrebbe far dimenticare il fastidio dovuto da una scheggia nel dito, così ciò che allora, e anche ora in effetti, mi circondava non poté che farmi scordare ogni altro male. Da sempre avevo sentito parlare di dei, di esseri superiori, privi di origine e di conclusione, in grado di giostrare con le vite dei mortali senza limiti, per gioco o per capriccio, per divertimento o per rabbia: solo in quel momento iniziai a credere alla loro esistenza, a ritenere possibile, innegabile anzi, che qualcuno ineffabile ed immenso fosse attorno a noi, sopra di noi, ed avesse comandato la rivolta di quelle acque, quella landa placida ed accogliente che per tanti giorni ci aveva visto serenamente navigare lungo le proprie vie impossibili da segnare, i propri sentieri invisibili eppur da sempre esistenti.
Molte furono le percezioni sensoriali che mi colpirono su più fronti, stordendomi, frastornandomi, confondendomi: il frastuono delle onde, divenute gigantesche, contro il legno della nave, le grida del capitano verso i suoi uomini e il rombo del tuoni spezzare ogni altro suono; la luce abbagliante di violenti lampi imporsi nel cielo e le immagini confuse di quaranta, fra uomini e donne, impegnati per la propria sopravvivenza; il freddo dell’aria mischiato all’umidità dell’acqua infrangersi sul mio volto e sulla mia pelle e il sapore della salsedine del mare riempirmi la bocca, essiccandola. Confuso e spaventato mi proposi quale spettatore inerme nei confronti con un tale teatro, non sapendo cosa poter pensare, ancor prima di qualsiasi dubbio d’azione, di parola.
In tale turbine, incontrollabile, fu una mano forte, ferma, a stringermi al braccio destro, sopra al gomito, per riportarmi a contatto con il mio stesso corpo, con la mia intera vita, prima che la follia potesse cogliermi.

« Cosa ci fai qui, ragazzo?! » domandò la voce di Lasim, raggiungendomi ancor prima del suo volto, nell’emergere dalle tenebre del ventre della nave.
« Io… non capivo… cosa stesse accadendo. » balbettai, incerto sul riuscire ad offrire realmente fiato a tale risposta, quasi colto in imbarazzo da simile questione come se egli mi avesse sorpreso in un luogo proibito.
« Il vecchio Tarth non è dell’umore migliore oggi. » rispose egli, tirandomi indietro, lontano dal ponte della nave « Ed un mozzo come te dovrebbe stare al suo posto in momenti come questi, prima di farsi male o, peggio, far del male a qualcun altro… »

Gli ordini del comandante della nave, nel contempo, non si arrestavano, risuonando in sincronia con quelli del suo secondo, per coordinare le azioni dell’equipaggio nel volersi opporre alla furia del mare, alla potenza delle onde, mantenendo il controllo della nave contro ogni parere contrario e, possibilmente, guidandola senza eccessivi danni al di fuori di quell’incubo. E quelle voci, per quanto fossi terrorizzato, non vennero ignorate dalle mie orecchie, dalla mia mente, non furono isolate ed annullate quanto, invece, ascoltate. Ero consapevole dei miei limiti, ero conscio di quanto non sarei potuto essere utile insieme agli altri, ma una parte di me non poté evitare di farsi coinvolgere dal carisma di quegli uomini, dalla fierezza di tali animi, tanto da farmi desiderare essere insieme agli altri là fuori: un’assurdità, ovviamente, nel momento in cui, in giorni di quiete, non ero in grado di fronteggiare quella medesima superficie.

« Tu perché… sei qui? » chiesi, stupidamente, senza riflettere neppure sul significato di simile domanda salvo, immediatamente dopo, accorgermi della mia stolidità e rimproverarmi per essa.
« Purtroppo ciò che sarebbe stato in mio potere di fare, è stato fatto anni or sono… » commentò, ora comprensibilmente cupo nei propri toni nel pensiero della propria infermità « E’ meglio che tu ed io restiamo tranquilli nella cambusa… la S’Ash ha affrontato situazioni anche peggiori. » aggiunse, non ammettendo evidentemente più repliche, nel trarmi verso il corridoio del sottocoperta.

Ma, proprio nel mentre in cui la ragione sembrò tornare a controllare il mio corpo, a comandare sulle mie membra, offrendo ascolto alle parole del mio amico e negando definitivamente qualsiasi assurdo desiderio di uscire allo scoperto, quella tempesta rivelò inaspettatamente un tragico risvolto, una terribile evoluzione, tale per cui nessun glorioso passato avrebbe potuto competere con essa, nessun pericolo già affrontato avrebbe potuto considerarsi inferiore.
Fu il grido straziante di un uomo a distrarmi, ad attrarre il mio sguardo verso il complesso quadro esterno, per cercare di comprendere le ragioni del medesimo, in quell’insana curiosità che spinge una persona, anche vile e tutt’altro che votata ad azioni eroiche, ad interessarsi del dolore, della sofferenza dei propri simili non nel desiderio di prestare loro soccorso o, sadicamente, di goderne, quanto per un istintivo richiamo verso la morte, una ricerca di confidenza con essa anche e soprattutto nel confronto con il proprio prossimo. Per un istante avvertii la stretta di Lasim crescere nella propria intensità, quasi volesse impormi un maturo rispetto verso la vittima di una non piacevole sorte o quasi volesse evitarmi spettacoli a cui, ingenuamente, egli poteva pensare la mia giovane età non avrebbe dovuto avermi concesso di assistere, dimenticando come fossi nato e cresciuto nella città del peccato ed, in ciò, fossi stato a contatto con la morte violenta fin da quegli anni per altri considerati innocenti. Ma ciò che, né lui né io, l’uno nell’evitare e l’altro nel ricercare simile immagine, avremmo potuto immaginare, sarebbe stato lo spettacolo a cui invece fummo costretti ad assistere, nel vedere il corpo di Josam, un marinaio praticamente mio coetaneo, sollevato di prepotenza dal ponte della nave: non in virtù dell’impeto dei venti, non in conseguenza della violenza delle onde, quanto per la forza dirompente ed assassina di un enorme mostro, una sorta di orrendo serpente marino.

« Tarth… » sentii sussurrare il mio compagno di ventura, con reverenziale timore, nel mentre in cui la sua presa attorno al mio braccio si concesse ora più leggera, quasi inesistente in naturale reazione nei confronti di quella visione che, naturalmente, lasciò tutti stupefatti e spaventati.

Circondato dalle spire di quella creatura mostruosa, il giovane tentò vanamente una qualche opposizione. Per quanto confuse le immagini di simili istanti giunsero ai miei occhi spalancati per il terrore, colsi il movimento ripetuto di una mano, armata con un uncino metallico, contro l’aggressore: a nulla, però, servì tale sforzo, quasi l’epidermide di quell’essere fosse impenetrabile, impossibile anche solo da scalfire, ed in reazione a quella speranza di libertà, di difesa dal sopruso offerto dagli dei contro un semplice mortale, il serpente rispose senza alcuna pietà, senza alcuna compassione, rafforzando la propria stretta attorno a quelle membra al punto tale a spezzare letteralmente la sua vita, trascinandolo poi inerme verso il mare, verso le tenebre tempestose attorno alla nave.
In quel frangente, nel mentre in cui l’orrore stava già invadendo il mio animo all’idea dell’assurda morte a cui avevo appena assistito, così lontana da tutto ciò a cui ero stato abituato, scorsi nel cielo innanzi a noi altri serpenti simili al primo, altre creature identiche ad esso, pronte a gettarsi senza pietà su tutti noi, su ogni uomo o donna presente a bordo del brigantino. E fu proprio allora che la mia ignoranza venne colmata dalla voce di Lasim, sempre a me vicino, pronta nell’aiutarmi a comprendere la reale natura di ciò che, in mancanza di meglio, avevo giudicato essere un rettile marino, per quanto strano, per quanto reso deforme da una doppia fila di enormi ventose poste regolarmente nella lunghezza del proprio corpo.

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