11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

lunedì 23 febbraio 2009

410


P
oco più di novanta piedi di lunghezza e ventiquattro di larghezza massima, o baglio, per una profondità di appena undici: tali erano le dimensioni, forse considerabili immense, forse ritenibili insufficienti, sinceramente lo ignoro, della S’Ash, brigantino dotato di ben tre alberi. Comprendere cosa fosse il “baglio”, che quei tre grossi e lunghi pali con della stoffa attorno si chiamassero “alberi” e che la stoffa fosse definita con il termine “vele”, non fu così banale come la maggior parte delle persone potrebbe ritenere: non a caso, prima di quel giorno neanche avevo un’idea precisa su come fosse una nave, immaginandomi qualcosa a metà strada fra un carro ed un qualche mostro marino, figurarsi pertanto conoscere gerghi tanto specifici. Di necessità virtù, comunque, dovetti presto apprendere non solo come si chiamassero gli alberi e le vele, scoprendo che in base alla propria forma e posizione essi assumessero nomi diversi, quali “auriche” o “quadre” per le vele e “mezzana”, “maestra” e “trinchetto” per gli alberi, ma anche un’infinità di concetti prima a me ignoti, allo scopo di maturare una confidenza prima assente con la natura della nave e, in ciò, con il suo equipaggio.
Una cosa che compresi in maniera sufficientemente rapida, in effetti, fu come la S’Ash, nella fattispecie ma probabilmente qualsiasi altra imbarcazione, non limitasse la propria natura, la propria esistenza al legno, alle corde ed alle stoffe che ne costituivano la struttura portante ma, soprattutto, trovasse la propria completezza, la propria ragion d’essere, nei quaranta membri dei suo equipaggio, capitano incluso. In un rapporto per certi versi simile a quello che io stesso avevo con le mie pietre, e per altri addirittura superiore, la simbiosi esistente fra quegli uomini e donne e la loro casa galleggiante si proponeva strabiliante, ritrovando ognuno fra loro praticamente essenziale non solo per la sussistenza della nave stessa ma anche di tutti i propri compagni. Nessuno a bordo della S’Ash avrebbe potuto restare in ozio, nessuno si sarebbe potuto concedere un viaggio su quella nave quale piacere personale, in quanto nelle proprie azioni o nella propria assenza di azioni ogni membri dell’equipaggio avrebbe potuto segnare il destino di tutti, nel bene o nel male. E tale immagine, forse romantica, non poté che rapirmi, stuzzicando le corde più profonde del mio animo e lasciandomi ritrovare, in tale visione, la realizzazione di tutti i sogni infantili di un tempo, l’incarnazione di tutti quei valori che mia madre, nelle sue favole, mi aveva fatto amare salvo poi, purtroppo, sottrarmele violentemente, ed involontariamente, nel contatto con la meno piacevole realtà quotidiana. In quel momento, altresì, gli antichi poemi esaltanti i valori di forza, decisione, lotta, amicizia, fraternità e così via discorrendo sembrarono aver finalmente un riscontro pratico, ragione per cui non potei che essere entusiasta nello scoprire tale realtà prima a me ignota. Meno emotivamente coinvolgente, ma decisamente più fisicamente travolgente, fu al contrario l’impatto con la permanenza a bordo della nave: dopo pochi istanti dal mio primo vero e proprio accesso al ponte della stessa, le mie viscere si accartocciarono nuovamente, costringendomi a piegarmi oltre il limitare della nave per riversare un flusso amaro in mare. E questa volta, sebbene non spinti da malizia o cattiveria nei miei riguardi, molti dei marinai della S’Ash non poterono evitare di sogghignare a simile spettacolo nel mentre in cui una serie di improperi tutt’altro che piacevoli vennero offerti dal capitano nel riflettere sulla prospettiva di condurmi con sé in quel viaggio. Stremato da quell’ennesimo conato, ormai disidratato nel non aver più alcun liquido da offrire al mondo, venni trascinato da Midda nelle viscere del brigantino, in corrispondenza di quella che solo successivamente scoprii essere la cambusa.
Gli spazi interni alla nave mi si offrirono, a quel primo impatto, tutt’altro che ampi: i corridoi, le stanze, persino le porte, tutto apparve essere stato compresso, ridotto al proprio minimo, alla minor proporzione possibile, rendendo indispensabile, per chiunque al loro interno si volesse muovere o desiderasse permanere, un’organizzazione reciproca assoluta nel non offrirsi ostacolo, ingombro, impaccio. Ovviamente nell’essere trasportato, quasi di peso, dal mio cavaliere fino alla meta prefissata dal capitano, non offri ad alcun membro dell’equipaggio una buona impressione, né riuscii a concedermi la benché minima interazione con essi: il tutto appariva incredibilmente sfocato innanzi a me, ricordandomi in maniera impressionante quelle volte, non frequenti, in cui avevo deciso di lasciarmi stordire dall’alcool.
In ciò, devo essere sincero, non sono neppure certo di aver mantenuto coscienza fino alla destinazione, dove un vuoto mnemonico si pone nella mente nel tentativo di ripensare a quel momento, a quel tragitto, e dove la prima immagine che mi si concesse nuovamente chiara fu quella di Lasim Minmi, il cambusiere.

« Trangugia questo senza respirare… dritto nelle budella. » mi comandò, trattenendomi in una morsa con il volto rivolto verso il soffitto, il naso serrato fra due dita ed un boccale pieno di qualcosa non meglio identificato davanti alla bocca.

Troppo debole per opporre resistenza, obbedii, accogliendo credo la peggiore mistura che mai mente umana avrebbe potuto concepire. E se lo dico io, con il mio passato da garzone in una locanda, potete star certi che non sto mentendo. Nella mia vita, infatti, ho avuto spesso a che fare con orridi intrugli, creati a regola d’arte da Be’Sihl per permettere a qualche vittima dell’alcool di avere una rapida ripresa, allo scopo di ovviare agli effetti negativi di un’ubriacatura e ritrovare coscienza: ma tutte quelle pozioni, per le quali probabilmente qualche superstizioso fanatico avrebbe anche potuto ravvisare odor di stregoneria, ma si sarebbero poste in pari con quanto Lasim mi costrinse a bere in quel giorno.

« Trattieni il fiato e conta fino a trenta… poi rigurgita senza pudori. » sorrise, liberandomi ed offrendomi innanzi al volto un catino di legno.

Ancora remissivo, più per la confusione che mi ritrovai interiormente non comprendendo dove fossi finito di preciso, nonché per il disgusto di ciò che avevo appena ingoiato, fortunatamente per me non osai disubbidire a quell’ordine ed accettai il recipiente, benché, sinceramente, in quel momento avvisavo alcuna necessità di vomitare nuovamente. Sottolineo fortunatamente per me, in quanto in perfetta contemporaneità al numero trenta formulato nella mia mente, la peggiore esplosione di quella giornata, una deflagrazione priva di eguali, mi coinvolse senza concedermi possibilità di replica, senza permettermi alcun controllo: tutto quello che avevo buttato giù, con un coordinamento assoluto nei confronti delle parole offertemi, ritornò improvvisamente su, trascinando con sé molto altro ancora e lasciandomi, infine, stremato ma incredibilmente lucido innanzi ad uno spettacolo a dir poco osceno.

« Come ti senti, ragazzo? » domandò a quel punto il cambusiere, tendendo verso di me uno strofinaccio sul quale potermi asciugare la bocca.
Lievemente intontito dagli eventi, restai incerto sulla risposta da offrire, sbattendo le palpebre e risollevando lo sguardo verso il mio interlocutore: « Io… bene… credo… » balbettai, cercando in ciò di fare anche mente locale sugli ultimi avvenimenti, per comprendere dove fossi e come ci fossi arrivato.
« Antico segreto della mia famiglia… » commentò con aria bonaria l’uomo, annuendo soddisfatto in conseguenza alla mia risposta « Aspetta ancora qualche istante e vedrai che ti sentirai un uomo nuovo. »
« Dove… sono? Dove è la mia signora? » sussurrai, ancora confuso per quanto accaduto « Che luogo è questo? »
« Quante domande… » ridacchiò egli, ora voltandosi per riprendere le proprie occupazioni, lasciandomi tranquillo nell’angolo in cui mi accorsi di essere seduto, accucciato, quasi un randagio raccolto dalla strada « Sei sulla S’Ash, ovviamente… ancora al porto di Seviath. La tua signora, una figura veramente interessante se mi concedi il commento, credo sia attualmente impegnata nel prendere conoscenza con i propri nuovi incarichi a bordo della nave: sai, in fondo anche se tutte possono sembrare uguali, ogni imbarcazione ha una propria anima, da conoscere e rispettare nel volersi confrontare con essa… »
« In merito poi alla tua ultima questione… beh… » continuò, voltandosi verso di me e mostrandomi ora un coltellaccio che non ebbi difficoltà a riconoscere quale tipico utensile da cucina « Questa è la cambusa della nave… e tu, figliuolo, sei appena divenuto il mio mozzo. »

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