11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

sabato 21 febbraio 2009

408


« N
iente armi. » mi impose la donna guerriero, con forza nella voce, un ordine innanzi al quale alcuna trasgressione sarebbe stata tollerata.
« Non comprendo… » commentai, osservandola e distraendomi nei confronti dei nostri avversari.

Quel fugace attimo mi costò molto caro, ponendomi di fronte all’evidenza di tutti gli insegnamenti offertimi da Degan sulla differenza fra allenamento e realtà: i quattro, infatti, credendo che oltre a me anche la mercenaria avesse abbassato la guardia in quel frangente, non esitarono nel concederci la propria carica, un proprio tentativo d’offesa. Forse, in simile scelta contrastante con quanto appena enunciato dalla mia signora in merito al loro normale comportamento, un ruolo di disequilibrio lo giocò proprio la mia presenza, proponendo ai loro occhi un qualche indebolimento per la Figlia di Marr’Mahew, per il suo animo o la sua aggressività. Ella negò comunque qualsiasi ipotesi in tal senso, gettandomi violentemente da parte, per non pormi quale distratta vittima di feroci aggressori, e liberandosi contemporaneamente la via per il combattimento ormai inevitabile per quanto, probabilmente, non desiderato. Ritrovandomi, in tal modo, scaraventato a terra senza riuscire neanche a comprendere cosa fosse accaduto, non potei che assistere tacitamente alla breve battaglia che coinvolse la mia signora, il mio cavaliere, quasi io non fossi neanche lì presente.

Midda prevalse.
Una conclusione ovvia, quasi scontata, anche innanzi al mio sguardo probabilmente ingenuo per molte dinamiche di quel nuovo mondo, le stesse per le quali io ero stato violentemente escluso dal conflitto. Non fu, però, tanto la sua vittoria a sorprendermi, a stupirmi, lasciandomi inebetito ad osservare la scena, quanto il modo in cui essa fu raggiunta, in movimenti testimonianza di un’indole guerriera priva di eguali. Abituato al confronto con il mio e suo maestro d’arme, non avrei dovuto avere occasione di sbalordimento, essendo già stato, per lo più, spettatore in passato di molte risse nella locanda di Be’Sihl aventi proprio ella quale principale attore se non, direttamente, unico fautore: in quel giorno, al contrario, mi venne concesso qualcosa di assolutamente inattendibile, imprevedibile, nuovo ai miei occhi, lasciandomi comprendere quanto ciò che normalmente era stata capace di offrire in opposizione ad avversari semiubriachi fosse, invero, ben minimo impegno rispetto alle proprie reali capacità.
Per quanto potrebbe essere mio desiderio impegnarmi a ripercorrere ciò che avvenne in quel giorno, non credo di avere possibilità di riuscirci, non per mancanza di volontà quanto per semplice assenza di effettive e precise memorie a tal riguardo: frammenti di immagine, brevi lampi di lucidità, sono tutto ciò che riesco a concedermi nel ricordare quei momenti, quasi non ne fossi stato diretto testimone. Posso rivedere la figura della mercenaria scivolare rapidamente a terra, appoggiando la propria schiena alla base offerta dal molo e concedendo, in tal modo, le proprie gambe ed i propri piedi ai primi due avversari, accogliendo la loro carica e reindirizzandola in avanti, per farli in tal modo ruzzolare senza possibilità di freno oltre se stessa. Ricordo come ella, compiuto ciò, tese immediatamente tutti i muscoli della propria schiena, delle proprie spalle, del proprio unico braccio sinistro a sollevare i fianchi da terra e, violentemente, proporre contro i volti dei due successivi nemici i propri talloni, costringendoli così ad arretrare gemendo per i colpi subiti. Sono incerto su come ella riuscì a rimettersi in piedi, sul movimento compiuto nel rivoltarsi all’indietro per riacquistare la posizione eretta forse in virtù di un’agile capriola, però non ho dubbi su come, a quel punto, arrestò un violento pugno rivoltole da uno dei due marinai prima gettati oltre di sé, già ripresosi ed attivo nel tentativo, vano, di privarla dei propri sensi con un diretto alla base del collo. Ella, percependo più che avendo possibilità di cogliere, simile movimento, sollevò il proprio gomito destro, in metallo, e ruotò il busto quanto necessario per offrire quello come unico obiettivo di tale offesa, con una dolorosa conseguenza per la controparte al momento dell’impatto. Credo, ancora, che i due avversari sorpresi dai suoi talloni tentarono di ritornare a lei, o comunque se non entrambi almeno uno di loro in combinazione con l’altro prima sbalzato sul molo: essi si mossero con meno enfasi di quanto fino ad allora dimostrato, cercando evidentemente di proporre una certa prudenza nel confronto con la mercenaria, forse addirittura volendo attuare una certa strategia nel coglierla su due fronti in contemporanea. La coppia, nonostante tutto, venne in ciò tristemente contraddetta dalle azioni che ella pose in essere a loro discapito, dal calcio che stroncò il primo alla bocca dello stomaco e dal… ceffone?... che prese in contropiede il suo compagno, fortunatamente per lui colpito dalla mano mancina della stessa. A simile ed inatteso gesto, poi, seguì l’invito altrettanto imprevedibile a non proseguire oltre, dimostrato dal suo dito indice levato fra loro nella direzione dell’avversario: in conseguenza di quel segno, o forse dello sguardo che insieme ad esso fu scambiato fra i due, l’uomo comprese come estremamente stupido sarebbe stato proseguire in un cammino di quel genere, in una sfida di quell’entità, e si ritrasse da lei giusto in tempo per assistere alla potenza del pugno di metallo della donna concedersi verso un ginocchio contro di lei levato da un terzo incomodo, nuovamente convinto di poterla cogliere di sorpresa.
Il rumore di ossa rotte che seguì, insieme al grido dell’uomo ritrovatosi improvvisamente un’articolazione tanto importante fracassata, fu il segnale inequivocabile del termine di quello scontro, decretando un’indubbia vittoria della mia signora.

« Se desiderate sporgere denuncia, le mie generalità vi sono certamente note… » commentò verso colui che aveva dimostrato un certo spirito di autoconservazione nel non proseguire in un masochistico combattimento dal quale non avrebbe potuto trovare possibilità di vittoria « Naturalmente in tal caso formulerò a mia volta un’ipotesi di aggressione, portando voi ed il vostro capitano innanzi alla giustizia di questa città… »
« Non credere che sia finita così… » sussurrò il marinaio da poco colpito alla bocca dello stomaco, ancora privo di fiato in conseguenza dell’attacco incassato.
« Capitan Lehn-Ha desidera incontrarti e non avrai pace fino a quando non acconsentirai in tal senso. » sottolineò l’uomo altresì segnato dallo schiaffo della donna, forse nella volontà di rendere meno equivoche le parole del compagno altrimenti troppo ambiguamente interpretabili secondo libertà d’intelletto.
« Di ciò che Lehn-Ha desideri non ho interesse alcuno. » replicò la mercenaria, con freddezza nella propria voce non inferiore rispetto al gelo concesso dalle proprie iridi « Ora sparite… ringraziando che le leggi di questa città non vedano di buon grado un omicidio, seppur per legittima difesa. »

Naturalmente il discorso, con i quattro, si concluse in quello stesso momento, con quell’affermazione, innanzi alla quale anch’io non potei che provare timore nell’immedesimarmi nel gruppo di malcapitati, nell’immaginare di essere al loro posto in contrapposizione ad una donna guerriero del valore di Midda Bontor. E di fronte a ciò, oltretutto, compresi anche le ragioni che avevano spinto la medesima ad allontanarmi dal conflitto, ad impormi di uscire dalla battaglia ancor prima che essa potesse avere inizio: non consapevole di quali potessero essere le mie intenzioni, provenendo io da una città ove l’omicidio è all’ordine del giorno, soprattutto per ragioni di legittima difesa, avrebbe corso un rischio inutile nella mia presenza in quel confronto, altresì tranquillo e di rapida risoluzione.
Del resto, come avrei mai potuto immaginare che in quella terra, addirittura, una persona non avesse il diritto di uccidere il proprio aggressore a tutela della propria sopravvivenza?

« Questo serva di lezione anche a te, scudiero… » mi rimproverò a quel punto, volgendosi nella mia direzione e non tendendo più alcuna mano in mio aiuto, per farmi rialzare da terra, come altresì era stato pocanzi « Mia forse è stata la colpa nel non averti illustrato completamente le regole di questo regno, e di ogni altro regno, in contrapposizione ai principi vigenti nella città del peccato… ma tua è stata un’inutile enfasi innanzi ad avversari indegni di trovare morte per un banale diverbio. »
« Diverbio? » esclamai, ferito da quel biasimo del quale non mi sentivo completamente meritevole « Ci hanno attaccato senza esitazione alla minima distrazione da parte nostra… da parte mia. » mi corressi prontamente, nel rendermi conto di essere stato il solo a perdere il controllo sugli eventi « E tu lo definisci diverbio?! »

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