11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

venerdì 20 febbraio 2009

407


C
iò che più mi aiutò a superare quella spiacevole circostanza, fu l’accorgermi come alcuno sguardo attorno a me fosse impegnato nella canzonatura, quanto piuttosto in un’apparente e sincera preoccupazione. Nelle strade di Kriarya, una scena similare, sarebbe stata per lo più ignorata e dove ciò non fosse avvenuto sarebbe stata altresì apertamente derisa: sui moli di Seviath, parallelamente, fu ignorata dalla maggior parte dei passanti e, al contrario, attirò dei restanti non le risate quanto l’interesse, nel dubbio che mi fossi sentito male ed avessi bisogno di un aiuto medico, dell’intervento di un qualche cerusico.
Ovviamente se ciò, da un lato, mi evitò di sprofondare completamente nella vergogna, dall’altro aumentò lo sconvolgimento che già stava dominando in quel mentre il mio animo, innanzi a tutte le differenze fra i due regni, fra le due città. Per mia fortuna, a prevenire che tutto quello potesse divenire presto ragione per nuovo imbarazzo, quando apparvero chiare le ragioni di quella mia reazione, del mio malore, tranquilli sorrisi si diffusero sui volti di tutti ed essi, risollevati, non mancarono di offrirmi qualche parola di incoraggiamento prima di riprendere ognuno per la propria via.

« Sono un perfetto estraneo… addirittura uno straniero in terra straniera… » sussurrai al mio cavaliere, rialzandomi da terra, nel volerla porre a conoscenza dei miei pensieri, delle mie riflessioni « Eppure si sono interessati a me… che razza di città è questa? »
« Il mio animo vorrebbe risponderti dicendo “un luogo civile”, ma mi sento costretta a frenare il tuo entusiasmo, prima che esso possa trascinarti in erronee conclusioni… » commentò ella, in mia risposta, aiutandomi a rimettermi in piedi « Non esistono concetti assoluti nella vita quotidiana, e per quanto tutto ciò possa apparire strabiliante nel confronto con la città del peccato, ti consiglio di non farti attrarre ciecamente da tanto splendore: non è tutto oro quel che luccica, come dovresti sapere… »

E prima ancora che io potessi avere occasione di riflettere su simili parole o, addirittura, ipotizzare una replica alle stesse, forse una difesa in lode alle incredibili virtù della capitale tranitha in opposizione alla sua corrispettiva kofreyota, il fato volle offrire evidente ragione alle affermazioni appena enunciate, negandomi tale occasione. Simile ragione, in particolare, si poté identificare in un gruppetto di quattro uomini i quali, avanzando verso la nostra direzione, mostrarono scritto in volto il loro desiderio di confronto con noi o, meglio, con la mia signora.
Marinai, come definito dai loro tatuaggi posti in orgogliosa evidenza sulle forti braccia e sulle muscolose parti di torso visibili, e compagni, come sottolineato da un abbigliamento pressoché omogeneo in corti pantaloni ed ampie camicie parzialmente slacciate, essi si proposero innanzi a noi con espressioni cariche di determinazione e disprezzo, risultando pienamente consapevoli di ciò che sarebbe stato loro desiderio trovare e tutt’altro che ben disposti nell’assolvimento di simile compito.

« Midda Bontor, cagna mercenaria. » esordì a gran voce uno dei quattro, evidentemente portavoce nei riguardi dei compagni « In quale sfortunata circostanza hai deciso di riavvicinarti a questo porto? »
« Fatemi indovinare… siete agli ordini di Lehn-Ha? » domandò con evidente retorica Midda, sollevando sconsolata lo sguardo al cielo per poi scuotere appena il capo.
« Capitan Lehn-Ha… » ringhiò l’altro, arrestandosi con il proprio gruppo a quattro piedi da noi « Come osi pronunciare il suo nome con tanta confidenza? Reverenziale timore dovrebbe animare la tua voce… »
« Devo riconoscervi una certa tenacia… » replicò ella, aggrottando la fronte « Non si potrebbe, del resto, umanamente credere che ogni santa volta che passo per questi moli, qualcuno fra voi si presenti a me con questo stesso atteggiamento ed il solito ritornello per puro e semplice caso. »

Ai miei occhi apparve incredibile la calma che la donna guerriero riuscì a dimostrare in quell’iniziale e particolare frangente: non perché ella fosse solitamente una persona iraconda, capace di farsi trascinare dagli eventi o da in conseguenza ad elementari insulti, quanto piuttosto perché io stesso ero stato testimone di sue reazioni violente ad offese meno espliciti di quelle rivoltelle allora.
Al contrario rispetto a quanto mi sarei atteso avrebbe fatto, Midda non accostò la mano all’elsa della propria spada, non lasciò socchiudere i propri occhi con fare ferino nei riguardi degli avversari e, addirittura, non parve neppure voler esigere vendetta per quanto subito: ella propose semplicemente loro un tono volutamente sarcastico, ad offrire in ciò tutto il proprio impegno, tutto il proprio sforzo per lasciar precipitare la situazione. E nonostante il tutto apparisse quale già inevitabilmente compromesso ai miei occhi, innanzi al mio sguardo, nel cogliere l’esempio propostomi dalla mia compagna e padrona, non volli offrire nulla di diverso, non fu mio desiderio rischiare di agire in contrasto al suo tentativo: perciò restai quietamente immobile, pronto a reagire ma ancora sforzandomi di risultare sereno.

« Vedi… » si rivolse verso di me, quasi gli altri quattro non fossero presenti « Questa è il primo di due appuntamenti fissi ed evidentemente improrogabili… quasi una specie di rituale ormai, visto che si ripropongono in ogni occasione. Dopo un certo periodo di assenza dalla città, non appena vengo ai moli per cercare una nave loro si presentano insultandomi e cercando di farmi perdere le staffe, normalmente anche riuscendoci fra l’altro, ma ritirandosi sempre prima di uno scontro diretto. »
« Per quello tornano invece più tardi, dopo il calare del sole: loro, o eventualmente dei loro compagni, fanno in modo allora di incontrarmi fuori da qualche locale, sperando che io sia sufficientemente ubriaca per non opporre resistenza. Iniziano offrendosi con maggiore cortesia, un invito cordiale ad incontrare quell’idiota del loro “capitano”… » proseguì, sottolineando tono esplicitamente ed enfaticamente denigratorio l’opinione non altresì promossa a riguardo di tale figura « … salvo poi cedere alla rabbia e cercare di ricorrere alle maniere forti, o quelle che, per lo meno, loro giudicano come tali. Inutile che io ti spieghi come poi vada a finire ogni volta dove la loro insistenza ti può ben far intendere tale realtà. »
« Cagna! » intervenne di nuovo l’unico marinaio ad aver pronunciato verbo, mostrando fremente la propria muscolatura sotto la pelle abbronzata dal sole, resa lucida dal sudore.
« Non vi siete ancora stancati, per Thyres? » concluse la mercenaria, tornando verso di loro con il proprio sguardo.

Ai nostri… ai propri oppositori, però, ella non offrì più la medesima serenità dimostrata in precedenza, la stessa comprensione della quale si era voluta sforzare fino ad allora, forse ormai avendo considerato superato il proprio personale limite di sopportazione: i suoi occhi si concessero completamente di ghiaccio, lasciando smarrire all’interno delle loro iridi le pupille nere ridotte alle dimensioni di impercettibili capocchie di spillo, nel mentre in cui la mancina accarezzò l’elsa della spada bastarda, in un gesto più di sentenza che di intimidazione. Il messaggio offerto apparve, in tal modo, privo di possibilità di arbitrarie interpretazioni: qualsiasi destino di sconfitta fosse stato da loro ricercato, ella avrebbe saputo offrirlo con implacabile generosità.
Quando anch’essi accennarono un movimento offensivo, non potei evitare di temere il peggio. Rapido, quindi, cercai al mio fianco un corto pugnale con il quale mi ero armato in quei giorni, che avevo reso mio compagno per quell’avventura: un’arma minore, non confrontabile con una spada, non temibile come una sciabola, ma sufficientemente utile da assolvere al proprio compito dove una battaglia ci avesse atteso. Innanzi a quello scontro ero deciso a non tirarmi indietro, a non esitare, attaccando prima di attaccare, uccidendo prima di essere ucciso, nell’esecuzione degli insegnamenti del mio maestro e nel desiderio di rendere onore al mio cavaliere, gratificandola con la mia azione al suo fianco.
Ma proprio nell’istante fugace in cui la lama del mio pugnale scintillò sotto la luce del sole, fu la mano destra di Midda, fredda e metallica, a impormi un blocco, a chiedermi di non proseguire oltre, arrestando ogni mia azione in una morsa inviolabile che mi colse del tutto impreparato.

« Ma cosa…?! » esclamai, non comprendendo.

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