11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

giovedì 4 giugno 2009

510


Q
uel nome, così breve e pur così evocativo, segnò la fine di ogni dialogo, di ogni confronto verbale fra noi e gli spettri delle sarte su temi accessori alla loro presenza in quelle stanze. Personalmente, infatti, ritenni di aver ascoltato anche più del dovuto, per quanto la maggior parte dei miei dubbi, delle mie curiosità non erano state assolutamente appagate, mentre gli spiriti, necessariamente, posero le loro energie, i loro interessi verso il completamento del proprio lavoro nel minor tempo possibile, limitando l’espressione della loro voce a richieste volte a conoscere e soddisfare le esigenze della promessa sposa, futura signora di quella fortezza perduta.
Tre furono gli abiti così confezionati, in occasione del matrimonio fra il Figlio di Kah e la principessa Nass'Hya. Tre burqa, per la precisione, destinati non solo alla celebrata ma, anche, a noi, sue compagne o sarebbe meglio dire, in effetti, sue complici all’interno del comune piano in cui simile abbigliamento si poneva quale un elemento a dir poco fondamentale, un tassello irrinunciabile.
Il primo burqa, in colori bianco ed arancio, simboli di purezza e di fedeltà nella tradizione y’shalfica, si proponeva come un lunghissimo velo, il quale dalla cima del capo della sposa sarebbe giunto alla sua punta dei piedi, non semplicemente coprendo le forme della stessa quanto, addirittura, anche i suoi occhi. Questi ultimi, infatti, si concedevano offerti unicamente attraverso una retina dalla fitta trama, utile alla donna per potersi muovere senza il rischio di andare a scontrarsi contro ogni angolo innanzi a sé o un qualsiasi ostacolo inatteso posto sul proprio cammino. La trama principale della stoffa si dimostrava essere, poi, come accennato, in toni di bianco, alcuni più intensi e chiari, quasi lucenti nel proprio apparire, altri rivolti alla tinta della panna, ed in ciò più caldi: mischiati tutt’altro che casualmente, essi risultavano essere altresì abilmente miscelati al fine di proporre un complesso gioco di tonalità utili a rendere, paradossalmente, anche quel pesante tendaggio contrastante con ogni idea estranea alla nostra di “femminilità” quale una veste affascinante, seducente, lasciando su di essa sognare incredibili forme, per quanto ancora non viste e completamente invisibili dove comunque coperte dalla stoffa stessa. Eppure, nonostante un aspetto sì castigato, così integralmente coperto, sono certa che chiunque, osservando la sposa in siffatte vesti, non avrebbe potuto evitare di slanciare la propria immaginazione verso estremi che avrebbero decisamente superato quella che poi si sarebbe realmente concessa la sua bellezza, anche dove ella non fosse stata proprio la giovane aristocratica, nei confronti della quale già gli dei erano stati ampiamente compiacenti nel concederle grazia e beltade.
Un piccolo capolavoro, pertanto, quello prodotto dagli spettri, il quale probabilmente giudicato non ancora sufficientemente magnifico nella propria composizione, era stato ulteriormente impreziosito da complicati intrecci di fini ricami: definiti nell’utilizzo, giustappunto, del filo arancione, essi vedevano alternare motivi ornamentali ritmici con le strofe di una preghiera benaugurante per gli sposi, riportata in minuscoli caratteri appena leggibili, secondo un’antica ma non completamente scordata tradizione y’shalfica, parallela se non addirittura anteriore a quelle importate dal regno di Far’Ghar.

In gloria ella venne concepita,
nel suo corpo fu instillata vita,
bellezza e virtù furon donati
a occhi dagli dei tanto amati.

In gloria egli venne concepito,
del mondo il ruolo fu definito,
con forza lo avrebbe conquistato
e per lei lo avrebbe dominato.

Se la lor sorte è stata sancita,
dagli albori è stata unita,
che gli dei li vogliano benedire
mentre con lor andiamo a gioire.

Se i loro giorni sono contati,
dove a mortal fato son legati,
che gli dei li vogliano benedire
mentre con lor attendiam l'imbrunire.

Se il lei cuore da lui è rapito,
e se anche egli è concupito,
che gli dei li possano adorare
mentre noi li andiam a festeggiare.

E se per l'eternità il lor fato
a fedele correo è destinato,
che gli dei li possano adorare
mentre noi sempre li saprem amare.

Il secondo burqa, in toni di rosso scuro, simbolo di passione e forza, era stato modellato attorno al corpo della donna guerriero, seguendo le sue forme e proporzioni. Anch’esso integrale, privo persino della possibilità di mostrare fosse solo il suo sguardo di ghiaccio al resto del mondo, non concedeva certamente il senso di un lavoro intenso quale era stato quello necessario per l’abito nuziale ma, a sua volta, sarebbe stato chiara riprova dell’abilità indiscutibile di quegli spettri nel plasmare la stoffa secondo le proprie volontà.
Il terzo, di colore blu intenso, simbolo di indomita quiete, venne infine definito per me stessa, ritagliato e cucito solo per il mio corpo, ancora una volta completamente integrale. E l’esperienza derivante da quel momento, desidero ammetterlo, si propose innanzi a me, contemporaneamente, con un sentimento di entusiasmo e paura. Se, infatti, l’esser posta al centro dell’attenzione di un gruppo di sarte intente unicamente a dar vita ad un abito per me, si concesse quale un’occasione assolutamente inedita, neppure immaginata in conseguenza del mio ruolo servile nella società; il “contatto”, se tale termine potesse trovare senso in questo caso, con la fredda materia alla base di quelle esistenze innaturali risultò decisamente meno gradevole di quanto avrei mai potuto immaginare.
Non credo che esistano parole utili a descrivere tutto ciò, il turbinio di emozioni capace di offrire, di imporre su un animo umano, mortale.
Freddo, innanzitutto.
Angoscia, successivamente, con un’intensa sensazione di soffocamento, di impossibilità non solo a muoversi ma anche a respirare, a pensare, forse addirittura a vivere.
Provate a pensare, per comprendere quanto sto dicendo, di essere una candela, una tenue fiammella animata dal proprio stesso calore, dall’energia che risulta capace di emanare pur condannandosi, in questo modo, ad una lenta consumazione, erosione del proprio corpo. Ora rappresentatevi posti vicino ad poche semplici gocce d’acqua, non sufficientemente vicine a voi da spegnervi eppure… eppure abbastanza da lasciarvi percepire ciò che potrebbe accadere se giungessero a voi, la fine certa che rappresenterebbero in tal modo.
Cogliendo esempio dalle mie compagne, comunque, affrontai con sufficiente coraggio anche quella prova e, in tal modo, non rischiai di compromettere il piano stabilito, la strategia accordata. E, nella data stabilita per le nozze potei essere anche io pronta a fare la mia parte, collaborando per ritrovare fuga dall’incubo nel quale eravamo precipitate senza colpa alcuna.

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