11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

giovedì 25 giugno 2009

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A
quelle parole, il respiro della mercenaria si ritrovò improvvisamente impedito a lasciare la sua gola, bloccandole in conseguenza anche il movimento del petto e, forse, del cuore in esso. Le immagini proprie dell’incubo vissuto il giorno precedente, tutt’altro che scordate, riemersero prepotenti innanzi al suo sguardo, imponendo in lei, nel suo animo, un’angoscia priva d’eguali al pensiero che un tanto tragico fato potesse essere stato comunque riservato a Be’Sihl, nonostante la sua rinuncia, sebbene alcuna notte d’amore fosse stata fra loro, ad unirli in quella camera, su quel letto.

« Parla, per la grazia di Thyres… » incitò, ritrovando immediatamente voce ma non riuscendo, comunque, a controllare il movimento di alcun suo arto, immobilizzata nella posizione in cui era stata colta da tale cupa premessa « Quale tragedia si è proposta? » chiese, trattenendosi dall’esprimere direttamente la questione sull’identità della vittima, della cui morte l’altro doveva essere chiaramente messaggero, avendo quasi terrore di evocare, in tal modo, la disgrazia per quanto ormai accaduta, ormai passata e non più semplice ombra su un futuro ancora da generarsi.
« Ti chiedo di perdonarmi se non riesco a trovare il coraggio di parlare tanto apertamente, mia signora. » rispose egli, negando la possibilità di riuscire a giungere immediatamente all’annuncio richiestogli, motivo di quella stessa irruzione « Colpendo a tradimento, e privando me di una delle persone a cui avrei dovuto essere, ed ero, maggiormente riconoscente al mondo, in virtù di quanto concessomi, di quanto donatomi, con il proprio tempo, la propria pazienza, forse, entro certi limiti, il proprio affetto quasi paterno, purtroppo la sventura ha inflitto medesimo danno anche a te, che in rapporti non dissimili dai miei ti proponevi a lui. Consapevole di ciò, il dolore che mi attanaglia si unisce al timore di essere responsabile della pena che tu non potrai evitare di provare… e mi rende difficile esprimermi come sarebbe giusto che facessi… »

Offuscata per un fugace istante dalle proprie emozioni, forti e pulsanti nella sua testa al punto tale da renderla quasi sorda a quelle parole, di fronte a tanta incertezza la donna guerriero avrebbe voluto intervenire con forza, con decisione, scagliandosi contro allo scudiero per sollevarlo contro al muro, nell’intimargli di giungere al necessario chiarimento, alla pur funesta novella del quale egli aveva deciso di essere messaggero. Così, però, ella non fece, riuscendo a imporsi un momento di quiete, un frangente di raziocinio, al punto da comprendere come i suoi timori nei confronti del locandiere, nella fattispecie, non avrebbero potuto essere più infondati: rielaborando quanto pur poco riferitole dal giovane, infatti, ella si soffermò su una delle prime affermazioni, nel corso della quale egli aveva affermato di essere corso alla sua ricerca non appena saputo del suo arrivo in città. Tali parole non avrebbero, invero, trovato ragion d’essere per una sciagura sufficientemente recente quale quella temuta, quella immaginata ai danni di Be’Sihl, evocando evidentemente l’ombra di eventi più lontani nel tempo, qualche giorno, come minimo, se non addirittura settimane o mesi.
Scongiurato, nel riappropriarsi del proprio senno, il timore della morte annunciata dai propri incubi, la mente della Figlia di Marr’Mahew fu libera di spingersi, immediatamente, ad una verifica più approfondita nel merito di quanto proposto dallo scudiero, al fine di poter comprendere l’identità da lui ancora mantenuta celata per quanto, chiaramente, avrebbe dovuto esserle nota. E, nel considerare quante poche persone potessero accomunarli in un sentimento di stima, il risultato di tale deduzione fu drammaticamente immediato…

« Degan?! » esclamò, ritrovando possibilità di movimento ed avanzando fino al giovane, per cercare in lui conferma, per ottenere chiarezza sulla follia appena pronunciata « Non può essere lui… »

Lo sguardo spento di Seem, però, si concesse più esplicativo di un’infinità di possibili risposte. E la mercenaria, intimamente ed egoisticamente appena risollevatasi dal dolore temuto, fu costretta a tornare sui propri passi, sui sentimenti di dolore tanto affrettatamente dissolti, nell’accogliere quell’annuncio con rammarico, con pena, nell’aggiungere un altro nome alla già lunga e triste lista di tutti gli amici scomparsi, esatti dal freddo abbraccio della morte prima di lei. Un elenco che, purtroppo e forse inevitabilmente, ogni anno si concedeva sempre più lungo, sempre più affollato, lasciandola in ciò sempre più sola nel mondo, privata di tutti coloro con i quali aveva condiviso una parte della propria vita, una parte del proprio passato.
Per quanto Midda avrebbe dovuto ritenersi più che fortunata nell’aver raggiunto la propria età, nell’aver superato il traguardo dei tre decenni, riuscendo ancora a proporsi sufficientemente abile da preservare simile condizione nonostante i continui pericoli nei quali sembrava amare porsi in gioco, la certezza che, ad ogni nuova stagione, ella si sarebbe concessa sempre più simile ad una reliquia di un’epoca tendente al remoto, non avrebbe certamente potuto renderla felice. A differenza di alcuni sciocchi esaltati, con i quali spesso aveva anche avuto a che fare, infatti, ella non aveva mai formulato pensieri o sogni di immortalità, non aveva mai desiderato negarsi l’unica certezza concessa a tutti gli esseri umani fin dalla loro nascita, comprendendo di riuscire quotidianamente ad apprezzare sufficientemente la vita proprio in conseguenza dell’effimera essenza della medesima, della precarietà caratteristica della stessa. Nonostante ciò, comunque, ad ogni nuovo annuncio quale quello appena propostole, ad ogni nuova espressione della fine del cammino mortale di un proprio amico, la donna non avrebbe mai potuto evitare di soffrire, innanzitutto, per il medesimo e, poi, per se stessa, per la solitudine a cui la propria forza, la propria energia la stava, purtroppo, inevitabilmente condannando.

« Come? Quando? » domandò, con trasparente retorica, sebbene alcuna altra questione avrebbe mai potuto essere formulata in quel momento, in conseguenza della notizia appena propostale.
« Chi?! » aggiunse, immediatamente, riferendosi implicitamente all’identità di colui che si doveva essere macchiato del sangue dell’uomo, nel negargli la possibilità di un domani.

Una richiesta, quella nel merito dell’identità dell’assassino, tutt’altro che scontata rispetto alle precedenti, dove Degan, ipotetica vittima nella formulazione di quelle richieste estremamente contenute in termini di sillabe, non si concedeva quale una persona comune, uno sprovveduto come quelli che, quotidianamente, perdevano la propria vita all’interno della città del peccato. Egli era stato maestro d’arme per formidabili guerrieri, fra i quali Midda Bontor era sicuramente espressione del meglio, ovviamente, incredibile combattente a sua volta, capace di poter tenere testa all’intera popolazione di Kriarya senza timori o incertezze.
Il pensiero, pertanto, che qualcuno fosse riuscito ad ucciderlo, in un confronto aperto o in un attacco infame, in contrasto ai quali l’uomo aveva ormai sviluppato una naturale immunità nel sopravvivere tanto a lungo in quell’ambiente, si concedeva estremamente disarmante all’attenzione della sua antica discepola: qualsiasi avversario fosse riuscito in tal proposito, non avrebbe potuto essere sottovalutato, non avrebbe potuto essere lasciato in circolazione, non semplicemente nel desiderio di vendicare la morte del mentore, già legittima ragione per pretenderne la vita, quanto ancor più per prevenire la possibilità di future offensive a proprio discapito, nella tipica necessità di un guerriero di affermare il proprio valore, la propria forza, a discapito della vita dei propri simili, di coloro considerati a lui superiori, tutti considerabili in ciò quali acerrimi nemici.

« Purtroppo la questione è esattamente questa, mia signora. » rispose lo scudiero, ancora incerto sulle parole da scegliere, sui termini da adoperare in quel confronto « Apparentemente nessuno. »
« Intendi forse dire che alcuno ha rivendicato una morte tanto illustre? » replicò ella, colta di sorpresa, fissandolo ora con intensità, necessitando di ogni informazione utile, di ogni spiegazione sugli eventi da lei ignorati per la propria prolungata assenza dalla capitale.
« Peggio… molto peggio. » sussurrò egli, chinando lo sguardo nel non riuscire a sostenere gli occhi color ghiaccio di lei, per quanto non di condanna verso se stesso « Sembra che si tratti di suicidio… »

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