11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

venerdì 5 giugno 2009

511


V
i prego di non chiedermi per quanto tempo sia rimasta prigioniera nella fortezza del Figlio di Kah, dove si porrebbe per me impossibile offrire risposta a simile domanda. Con un calcolo a posteriori, infatti, sarebbe presumibile come fossimo rimaste lì intrappolate per almeno tre o forse quattro settimane. Purtroppo, però, simile dato potrebbe essere immediatamente smentito dalla cronaca della quale siete stati testimoni per mia bocca, dove il tempo trascorso risulta pari, altresì, a pochi giorni, probabilmente addirittura meno di una settimana. Ed, ancora, se mi fosse richiesto, nonostante tutto, di indicare quanto esteso sia apparso simile tempo alla mia attenzione, non potrei evitare di rispondere, in tutta sincerità, di aver vissuto all’interno di quell’incubo per parecchie settimane, addirittura mesi interi, fino a maturare nei confronti dello stesso un’insana familiarità.
I corridoi confusi, ingestibili, inaccettabili in logiche assolutamente irrazionali, iniziarono, in verità, a dimostrarsi meno estranei di quanto non avrei potuto apprezzare, di quanto non sarei potuta essere felice per tale ragione, mostrandomi una realtà assolutamente nuova, fatta di porte apparentemente invisibili e di bivi assolutamente celati allo sguardo tale da lasciar supporre di aver proseguito per una stessa strada dove, altresì, è stata imboccata una via alternativa. E, con il passare del tempo, anche i contorni delle ombre diventarono sempre più definiti, non perdendo, sia chiaro, la loro omogeneità di fondo, il loro essere quasi indistinguibili l’una dall’altra, ma risultando, comunque, risultando maggiormente evidenti, più individuabili, anche dove prima non sarebbero probabilmente state colte, riconosciute, proponendosi in maniera estremamente terribile e, pur, reale, attraverso ogni sala, ogni corridoio, ogni stanza della fortezza, muti guardiani della medesima. Solo un mistero, in verità, restò irrisolto fino a quel giorno, prima delle nozze tanto festeggiate: il quadro.
Sebbene mi stessi iniziando ad abituare a quella realtà, infatti, non era da me scordato come lì fossi giunta non solo in conseguenza di misteriosi corridoi e porte segrete, quanto piuttosto per il passaggio forzato attraverso una tela dipinta, condotta dalle mie compagne nell’azione di due jinn vampire. E tutta la mia buona volontà, tutto il mio impegno, nulla poterono nell’offrire una qualsivoglia spiegazione a quell’evento, alla natura di quella particolare tela.
Cosa sarebbe accaduto se fossimo fuggite al di là di quell’insolito passaggio, dove già ci ponevamo essere? Saremmo ritornate forse nella nostra realtà? Oppure ci saremmo perdute in qualche strana e maledetta dimensione negromantica?
Impossibile a dirsi e, fortunatamente, gli eventi che seguirono non concessero spazio alla risoluzione di tali dubbi, concedendoci il ritorno tanto desiderato alla nostra quotidianità ormai scordata, dimenticata, perduta.

« Si va in scena… » sussurrò Midda, praticamente inudibile da chiunque tranne che da me e dalla principessa, nel comparire innanzi all’ambiente predisposto per la celebrazione.

Più vasto persino nel confronto con la non discreta sala da pranzo, lo spazio prescelto dal signore del maniero per il proprio nuovo matrimonio si concesse simile ad un tempio, presentando un vasto altare posto nell’estremità antistante all’ingresso e due ordinati colonnati paralleli, trasversali alla lunghezza maggiore, atti a creare con la loro presenza tre distinte aree all’interno delle quali, nel loro complesso, sarebbero potute essere ospitate più di un migliaio, o più, di persone, di ospiti, di invitati. E se state già pensando che, in quel contesto, tale area fosse rimasta praticamente deserta, sappiate che state ricadendo in un’erronea valutazione dove non un solo angolo si concesse libero innanzi ai nostri occhi, fatta eccezione per la passeggiata centrale, necessariamente libera d’ingombri. Un migliaio, o più, di spettri non avevano infatti potuto venir meno all’importante occasione, affollando, saturando tutta la sala ed attendendo, con macabra presenza, l’arrivo della festeggiata, di colei che avrebbe condiviso la propria pur mortale esistenza con il padrone delle loro esistenze.
Il Figlio di Kah, non diverso da come lo avevamo incontrato al nostro arrivo, si poneva in fiera attesa innanzi all’altare, dove le nozze sarebbero state celebrate e dove, subito dopo, il matrimonio sarebbe stato consumato per rendere le stesse indissolubili nel tempo. Se, infatti, Nass’Hya era riuscita a riservarsi il diritto a vestire un burqa e a seguire un rito sufficientemente simile a quello di tradizione y’shalfica, il mostro non aveva voluto rinunciare ad apporre una propria clausola, una propria scelta nel merito di quella celebrazione, riguardante, in particolare, proprio la conclusione della medesima. Personalmente non oso immaginare cosa potesse aver spinto tutte le precedenti spose di quella creatura ad accettare una sì terribile tradizione, o più in generale ad accettare di condividere il proprio letto ed il proprio corpo con qualcuno sì grottesco: ciò di cui mi sento invece certa è di come io, pur di essere posseduta da un tale orrore, sarei tranquillamente giunta al suicidio prima di spingermi innanzi a quell’altare, affinché se anche egli avesse voluto prendermi carnalmente avrebbe dovuto accontentarsi di un freddo corpo morto, insensibile e privo di ogni sorta di passione. E credo che anche la principessa mia compagna, nonostante tutto il proprio coraggio, in quel frangente non avrebbe potuto pensare a soluzioni alternative a quella, se non avessimo avuto dalla nostra la strategia concordata, quel barlume di flebile speranza per il futuro.

« Vieni, mia cara… giungi al tuo sposo. » invitò con voce quasi squillante il mostro, levando la mano nella nostra direzione, per invitarci ad avanzare, a raggiungerlo attraverso quelle schiere compatte di spiriti.

Così richiamate, io e le mie compagne non potemmo sottrarci all’evento, procedendo attraverso la sala con passo solenne, non affrettato e pur non titubante, compatte, unite, una al fianco dell’altra.
A destra si concedeva la figura rossa, recante con sé, fra le proprie mani, una lunga e lucente spada bastarda con una lama dai riflessi azzurri: un simbolo del proprio rango, della propria occupazione che in quel momento assumeva anche un ruolo rappresentativo di sottomissione verso quel signore immortale, dove la punta affilata dell’arma non si concedeva rivolta al cielo, con fierezza, quanto alla terra, con rassegnazione. A sinistra apparivo io, rivestita dal mio nuovo burqa blu, con le mani coperte dai guanti congiunte innanzi a me, lasciate ora inermi contro il mio grembo non avendo alcun dono, o simbolo, o altro adornamento, da recare al mio seguito: ancella per la sposa, come la mia compagna, mi ponevo in simile ruolo sicuramente con maggiore serenità rispetto a quanto non avrebbe mai potuto esserlo lei, dove abituata da sempre ad essere serva e non protagonista. Al centro, poi, era la bianco vestita promessa, l’ultima candidata moglie per il padrone di quel macabro dominio: probabilmente in conseguenza della nostra presenza ai suoi fianchi ad offrirle contrasto con i colori intensi delle nostre vesti, ella sembrava rilucere maggiormente sotto il proprio lungo velo, ed in ciò, a propria volta, si poneva quasi quale una figura spettrale, evanescente, ancor prima che una comune mortale.
Regina di un regno di spettri. Ecco il triste fato a cui, nonostante tutto il proprio coraggio, tutto il proprio spirito di sacrificio e, soprattutto, tutte le nostre speranze di fuga, ella si stava condannando in quel lento cammino verso l’altare maledetto.

« Non posso chiederti di fare questo per me… non è giusto. » sussurrò Nass’Hya, in un lieve sospiro, per un istante rallentando il proprio passo nel dimostrare solo allora tutta la propria incertezza nel confronto di quel comune piano, quella strategia folle e, pur, necessaria.
« Se ci tiriamo indietro ora, siamo tutte morte. » negò Midda, continuando nel proprio cammino, senza neppure prendere in considerazione una qualsivoglia possibilità alternativa, consapevole dell’assenza della medesima.

Purtroppo la mercenaria aveva ragione, per quanto i timori, le paure espresse dalla principessa con il suo desiderio in favore di una ripiegata animassero anche il mio cuore: ormai ci eravamo spinte eccessivamente oltre per poter retrocedere, per poter annullare quell’azione all’ultimo momento, senza rischiare, in ciò, di veder vanificato ogni sforzo rivolto alla nostra stessa sopravvivenza. E di certo Midda, che per prima aveva proposto quella strategia, si concedeva consapevole più di chiunque altra fra noi del sacrificio che avrebbe dovuto compiere per raggiungere una possibilità di vittoria.

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