11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

domenica 21 giugno 2009

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R
isolta senza discussioni di sorta la situazione con il proprio mecenate, nel considerare da parte di quest’ultimo sciolto ogni vincolo di debito da lei precedentemente generato nei suoi riguardi, la donna guerriero si poté finalmente considerare pronta a lasciare la torre, nonché colei che era stata propria protetta negli ultimi mesi.
Il saluto fra lei e Nass’Hya, unite in un viaggio più complesso del previsto, legate l’una all’altra nell’aver affrontato insieme ostacoli dai quali, singolarmente, forse non avrebbero potuto trovare possibilità di salvezza, non poté evitare una certa nota di malinconia da parte di entrambe, per quanto consapevoli che, comunque, avrebbero potuto ancora incontrarsi, frequentarsi in futuro, favorite in questo dal rapporto professionale esistente fra l’una e il promesso sposo dell’altra. Se, nel giungere alla città del peccato, Midda aveva potuto considerarsi tornata a casa, ad un luogo per lei familiare e nel quale ritrovare volti conosciuti e, talvolta, apprezzati, al contrario per la principessa era stato l’esatto opposto, l’arrivo in una terra straniera e atavicamente temuta in conseguenza dell’irrefrenabile guerra esistente fra i loro due regni da tempi remoti. E dove, addirittura il proprio futuro marito, entro molti limiti, si sarebbe potuto considerare poco più di un estraneo, dubbi e preoccupazioni, in lei, sarebbero potuti essere ritenuti più che legittimi, soprattutto al pensiero di quanto perduto alle proprie spalle, di quanto tagliato fuori dalla propria vita con tale decisione: ormai, però, le scelte erano state compiute, i giochi erano fatti, e permettere al rimpianto di dominarla non avrebbe facilitato alla giovane y’shalfica il necessario percorso di adattamento alla propria nuova vita. Così, offrendo dimostrazione della fierezza del proprio titolo, del proprio retaggio, la futura lady si limitò ad offrire a colei che avvertiva di poter considerare quale propria amica, un lungo abbraccio, prima di lasciarla andare finalmente libera.
Fuoriuscita dall’edificio del proprio mecenate, Midda si avviò immediatamente alla ricerca del giusto riposo, nell’unico luogo che era ormai solita definire quale propria dimora benché non si concedesse quale nulla di più di un alloggio all’interno di una locanda. La stanchezza che l’aveva condotta, addirittura, ad addormentarsi durante l’attesa dell’arrivo di lord Brote, non avrebbe potuto essere minimizzata con leggerezza, dove, a prescindere dai legami di lavoro che la collegavano al medesimo, limitati dal compenso che quest’ultimo di volta in volta le avrebbe saputo garantire, correttamente nella natura stessa della sua professione, ella non avrebbe mai dovuto concedersi la possibilità di lasciarsi andare a tal punto, abbassando completamente la guardia e predisponendosi, in tal modo, inerme di fronte a qualsiasi possibile pericolo. Il lungo percorso che aveva dovuto affrontare, in pieno inverno, attraverso i monti Rou’Farth per accompagnare la principessa fino alla città del peccato, riducendo sempre al minimo ogni possibilità di riposo, ogni occasione di rilassamento per lei, sembrava essere giunto ora a pretendere da lei un ovvio tributo in termini di sonno al quale, volente o nolente, non si sarebbe mai potuta sottrarre. Senza pur affrettare il proprio passo, dove simile scelta avrebbe potuto farla apparire timorosa nei confronti dei molteplici pericoli di quella capitale e, in questo, avrebbe potuto attirare l’attenzione di possibili avversari, guerrieri o mercenari bramosi di porre il proprio nome alla ribalta della cronaca quale quello di colui che aveva sconfitto ed ucciso la leggendaria Figlia di Marr’Mahew, la donna guerriero si diresse pertanto, senza ulteriori indugi, verso il fronte occidentale della città, là dove molti anni prima Be’Sihl aveva scelto di acquistare l’edificio da adibire allo svolgimento della propria professione, della propria attività.
Fortunatamente, in quell’occasione che apparve unica ancor più che rara, Kriarya non le richiese alcun tributo di sangue quale pegno richiesto per percorrere le proprie strade, per attraversare i propri quartieri. Ovviamente, dal punto di vista della mercenaria, non vi sarebbero state ragioni per dubitare di essere in grado di gestire un confronto con la marmaglia che la circondava, considerando come, probabilmente, anche con molte meno energie di quelle che le erano rimaste in corpo, con molta meno concentrazione di quella che pur la sua mente stava riuscendo ancora a mantenere quale propria, ella avrebbe potuto avere facilmente la meglio su tutti loro. Impossibile sarebbe stato, invero, definire se tanta quiete fosse derivata da un semplice caso, da una concessione divina nei suoi riguardi, oppure fosse stata conseguenza delle voci già diffusesi in città nel merito del suo ritorno, della sua ultima avventura oltre il fronte di guerra, tanto prossimo a quell’urbe: al di là delle cause generative di tale pace che non avrebbero potuto minimamente interessarla, Midda non poté che ritenersi soddisfatta per quel modesto tributo riconosciutole dal fato o, forse, da tutta la popolazione della capitale, nel permetterle di arrivare fino alla locanda senza ostacoli, senza porle freni innanzi, senza richiederle per l’ennesima volta di ricordare a tutti quanto la sua lama non si sarebbe fatta scrupolo alcuno nel bagnarsi del sangue di un qualsiasi avversario, fosse egli stato tale anche solo per semplice stolidità.
Giunta così a destinazione, ed offerto il proprio saluto a padrone di casa, al suo anfitrione ed amico, ella si diresse senza esitazione ai propri alloggi, alle proprie stanze, ignorando la pur vivace animazione del quale il piano inferiore dell’edificio, adibito a funzioni di ristoro, non mancava ovviamente di essere caratterizzato. La sera seguente, dopo il lungo bagno e il profondo sonno del quale presto si sarebbe fatta vizio, sicuramente non avrebbe mancato di unirsi a quel chiassoso ambiente, addirittura offrendo in esso ragione per scatenare qualche piacevole rissa nella quale trovare distrazione e divertimento: in quel particolare momento, però, nella propria attuale situazione fisica e mentale, neppure l’idea di una sostanziosa cena avrebbe potuto farla fermare, sospingerla a restare in quella confusione.

« Sembri decisamente più stanca del solito… »

Il commento di Be’Sihl sopraggiunse nel mentre in cui egli completò il riempimento della vasca, nel versare l’acqua contenuta in due secchi d’acqua da lui stesso trasportati a conclusione di un immancabile andirivieni di garzoni nella stanza da bagno della mercenaria, per offrirle quanto da lei richiesto, per concederle occasione di godere di quel momento da lei tanto ricercato, quasi un rito religioso nel quale rendere grazie ai propri dei di averle concesso di fare nuovamente ritorno a quel luogo, a quel tempio personale, al termine dell’ennesima avventura.

« Se voleva essere un complimento, ti informo che ti ricordavo più lusinghiero un tempo. » sorrise la donna, dimostrandosi naturalmente sorniona verso di lui e pur non negandosi l’affaticamento che egli subito aveva colto « Vorresti forse dire che, in questo nuovo anno, ho perso parte del mio fascino? »
« Vorrei semplicemente dire quello che ho detto. » rispose egli, scuotendo il capo e lasciando appoggiare, per un momento, entrambi i secchi ormai vuoti a terra, osservandola poi con aria premurosa, con sguardo dolce e preoccupato « Sei stata via ancora a lungo, quasi due intere stagioni, ed il tuo viso appare così tirato che, quasi, non sembri neppure tu. »
« E’ il mio lavoro e la mia vita, lo sai. » minimizzò ella, chinando però lo sguardo di fronte a lui, quasi non riuscisse a sorreggere quel confronto, nella purezza dell’affetto che l’altro non stava mancando di offrirle « E, poi, sei mesi sono sempre meno di dodici… » aggiunse, in riferimento ad una delle proprie ultime avventure, nel corso della quale era scomparsa per un anno intero dalla città del peccato.
« E questo dovrebbe essere un motivo di gioia per me? » domandò il locandiere, aggrottando la fronte nel dimostrarsi chiaramente tutt’altro che convinto da tale argomentazione.
« Se desideri basare la tua gioia sulla mia presenza nella tua vita, ti converrebbe chiedermi di sposarti… » tentò di scherzare lei, punzecchiandolo come era sua abitudine fare, salvo immediatamente mordersi il labbro inferiore, a rimprovero personale per la sciocchezza che aveva appena detto, totalmente fuori luogo con il discorso in corso.
« Lo faresti? » decise di incalzare la voce dell’uomo, con quel tono capace di offrirle lo stesso indispensabile tempore, lo stesso necessario calore di un caminetto ardente nel cuore di una gelida notte, nel non lasciar perdere come era invece solito fare quel discorso, nel non ignorare quella provocazione ma, al contrario, alimentarla, desideroso forse di vedere fino a quale punto sarebbero stati capaci di sospingersi.
« Be’Sihl… » sussurrò l’altra, risollevando appena i propri occhi color ghiaccio, così temibili per il mondo intero e pur così bramati da colui che le stava innanzi in quel momento « Io… »

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