11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

sabato 27 giugno 2009

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« S
pero che tu non abbia commesso lo stolido errore di accettare quale verità quanto così offerto dall’apparenza. » lo aveva preventivamente rimproverato la donna.
« Oh, no… no, mia signora. » aveva scosso immediatamente il capo lo scudiero, intimorito dalla serietà della propria interlocutrice « Io non so cosa sia accaduto, ma non potrei mai accogliere l’idea che il mio maestro abbia potuto agire in simile modo, abbia potuto uccidere senza alcuna ragione due sue compagne e, successivamente, si sia potuto togliere la vita come l’impegno di qualcuno ha voluto rendere sì evidente. »
« Pensi quindi che…? » si era a quel punto espressa la mercenaria.
« Penso che egli sia stato ucciso, sì. » aveva confermato, con energia, vigore, determinazione nel proprio tono e nei propri intenti « Per quanto mi sia impossibile comprendere come qualcuno possa essere giunto a colpirlo in tal maniera, coglierlo così indifeso, inerme di fronte ad una spada, ad una delle proprie stesse armi fra l’altro, questa soluzione si pone quale la sola accettabile dal mio cuore. »
« Comprendo e condivido. »

Nonostante anche ella avrebbe potuto difficilmente accettare che, nella città del peccato, esistesse un avversario sufficientemente abile da vincere sul proprio antico mentore, la particolare situazione in cui egli era stato colpito dal proprio avversario, la obbligava infatti a prendere in considerazione una schiera ristretta di opportunità nel merito delle circostanze di quella morte, indizi che pur non le avrebbero potuto offrire alcuna informazione, allo stato attuale della sua conoscenza degli eventi, nel merito della reale identità dell’uomo a cui ella avrebbe dovuto offrire morte, per chiudere il cerchio apertosi con quell’atto criminale.
Per giungere a tale obiettivo, purtroppo, la Figlia di Marr’Mahew avrebbe avuto bisogno di prove, nomi, moventi utili a definire con chiarezza gli ultimi momenti della vita del maestro d’arme. E per tale ragione, meno di un’ora dopo la conclusione di quel dialogo, stava già muovendo i propri passi attraverso le vie della capitale, simile ad una predatrice alla ricerca dell’odore emanato dal proprio pranzo pur incosciente della condanna emessa a proprio discapito: l’energia emanata in quel cammino, si concesse tale da diffidare chiunque, attorno a lei, a ricercarne l’attenzione, preferendo conservare la propria vita nell’ignorare la sua presenza, nel scansarsi dalla sua traiettoria, ancor prima di raggiungere certa morte in un confronto assolutamente improponibile, dal quale non avrebbero potuto ottenere alcuna pietà, alcuna compassione, come definiva con toni inequivocabili il suo sguardo, la sua determinazione. In cerca di sangue, di violenza, dopo una pessima serata, una notte ancor peggiore ed un risveglio da dimenticare, la mercenaria riusciva in verità a sopportare a malapena la presenza del proprio scudiero al proprio fianco, offrendogli tale possibilità unicamente in virtù di una tripla, particolare consapevolezza.
La prima ragione in favore di quella compagnia, in verità, si concedeva sotto un profilo estremamente umano, dove ella sapeva di rappresentare per Seem ormai l’unica possibilità di una famiglia: nell’aver deciso di tagliare ogni ponte con il proprio passato alla ricerca di una possibilità per conquistarsi l’incarico bramato, infatti, con la perdita del proprio maestro egli si sarebbe potuto considerare non diverso da un orfano, rimasto solo ed abbandonato in un mondo troppo grande e sconosciuto per concedergli di sopravvivere. La seconda ragione, poi, derivava dall’impossibilità, per lei, di negare come quel ragazzo si stesse comunque concedendo quale il principale testimone in quell’inchiesta non ufficiale, l’unico in grado di fornirle la maggior parte delle informazioni nel merito della vita di Degan negli ultimi mesi, se non addirittura anni. Da lungo tempo, del resto, la donna aveva maturamente ridotto ai minimi termini la propria frequentazione con il proprio mentore, nelle diverse direzioni in cui le loro vite si erano spinte senza dolo alcuno: in assenza del giovane scudiero, ella avrebbe dovuto impegnarsi nella scoperta di un mondo a lei completamente estraneo dove, al contrario, con lui avrebbe potuto ottenere la maggior parte delle informazioni in maniera del tutto elementare, gratuita e, forse, onesta. Il condizionale, nel merito della fiducia riconoscibile al proprio collaboratore, sarebbe stato inevitabilmente d’obbligo dal punto di vista della mercenaria, riportando in questo alla terza e ultima ragione. Benché, infatti, nell’esperienza condivisa insieme nel loro precedente incontro la donna avesse avuto modo di apprezzare le doti del ragazzo, la sua assoluta dedizione e fedeltà a lei, per lui signora e cavaliere, nella particolare situazione concessa da quel tragico caso ovviamente non avrebbe potuto concedersi il lusso di ritenerlo al di fuori di ogni sospetto: Seem, addirittura, sarebbe dovuto essere considerato quale il suo principale indiziato, nella particolare posizione di vicinanza con la vittima per lui propria, tale da concedergli più che a chiunque altro occasione per condurre a segno il delitto.
Di alcuna di tali questioni, comunque, la mercenaria decise di offrire trasparenza al proprio scudiero, per quanto ovviamente sperasse che egli fosse sufficientemente acuto da giungere in maniera autonoma alla comprensione almeno della seconda, se non anche della prima. Nel merito della terza, al contrario, ella desiderava fermamente credere di star agendo con eccessiva prudenza, secondo quel clima di paranoia che da sempre le aveva permesso di sopravvivere giorno dopo giorno anche alle situazioni più spiacevoli e meno prevedibili, senza però alcuna ragione in tal senso, alcun reale pericolo a simil riguardo: l’idea che quell’ex-garzone avesse potuto giungere a compiere una simile mattanza, per qualsivoglia movente, avrebbe seriamente contrariato anche il suo amor proprio, ponendo in seria discussione la sua capacità di giudizio per quanto già concesso al medesimo, per tutto ciò che gli aveva già accordato nel corso del tempo.

« Aspettami di sotto. » gli aveva ordinato, al termine del primo particolareggiato resoconto propostole, nella propria camera da letto, nel corso del quale non aveva ricercato alcuna copertura per il proprio corpo, limitandosi a sedere al proprio scrittoio e lì a prendere alcuni appunti, nel servirsi di quel piccolo tesoro rappresentato dalla carta, dalle penne e dall’inchiostro lì preposti a simile utilizzo.
« Cosa intendi fare, mia signora? » aveva domandato l’altro, nell’avviarsi comunque ubbidiente verso la soglia, non volendo di certo discutere i comandi del proprio cavaliere dopo averne violato tanto a lungo l’intimità.
« In ordine: rivestirmi, mettere sotto i denti qualcosa e andare a rompere qualche testa in cerca delle risposte di cui ho bisogno… » aveva risposto, con fermezza.

Rimasta sola nella propria stanza Midda si era così silenziosamente e rapidamente rivestita, riservandosi nel frangente di quel breve lasso di tempo la possibilità di far ordine nel proprio animo, nel proprio cuore e nella propria mente, necessità inderogabile in conseguenza della confusione comunque in essi creata nell’accumulo eccessivamente rapido di così tante informazioni ed emozioni. Per quanto avrebbe volentieri offerto una lacrima al ricordo di Degan, pur mancatale innanzi all’annuncio della sua morte, neppure allora, sola nelle proprie camere, si era concessa la libertà di tale sfogo, ritenendo che avrebbe potuto offrire reale valore a quel pianto solo dopo il superamento di un altro forte sentimento, attualmente imperante in lei: quello della rabbia, la quale esigeva una rapida e legittima vendetta, utile a ristabilire il giusto onore attorno al nome del caduto. Tornando pertanto ad indossare i propri abiti in tonalità di verde ed affrancando con cura la propria spada al fianco, certa di come quella lama molto presto si sarebbe lavata nel sangue di coloro che inevitabilmente avrebbero tentato di ostacolarla, ella era ridiscesa nel salone principale della locanda, dove aveva consumato una rapida colazione senza alcun altro interesse al di fuori del fabbisogno nutritivo da essa coperto, rinunciando nel corso della medesima anche ai propri consueti e placidi dialoghi mattutini con Be’Sihl, non sentendosi assolutamente dell’umore adatto per tale confronto, tanto in virtù della notizia della morte del maestro, tanto, ed ovviamente, per quanto era accaduto o, meglio, non era accaduto fra loro la sera prima.
Al termine di quel pasto, infine, nel voler restare fedele alle proprie parole la donna guerriero si era gettata senza incertezza alcuna nella folla di Kriarya, dirigendosi con fare sicuro al proprio primo traguardo, là dove probabilmente avrebbe potuto adempiere anche al terzo proposito preannunciato al proprio scudiero, infrangendo ben volentieri qualche cranio nel momento in cui simile atto avrebbe potuto garantirle qualche risposta in più. Insieme a lui stava, infatti, per raggiungere la taverna dove le due prostitute, vittime anch’esse insieme a Degan, erano da sempre state solite intrattenersi con i propri potenziali clienti, certa che lì avrebbe potuto incontrare l’uomo, o il gruppo di uomini, preposti alla protezione di quelle ragazze.

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