11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

martedì 9 giugno 2009

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C
onclusa l’introduzione degli sposi, della futura moglie e del suo signore e marito, il ministro fantasma proseguì a lungo nel proprio ruolo, offrendo estratti di sacre scritture e citando diversi aneddoti, accuratamente scelti, di vita matrimoniale, allo scopo di assicurarsi che entrambi i protagonisti di quel rito fossero ben consapevoli di ciò a cui stavano andando incontro con la loro scelta. Ancora una volta tutto ciò apparve a dir poco grottesco, ma alcuno fra i presenti, io e la mia compagna incluse, osò sorridere, provare divertimento in qualsiasi forma, mantenendo un clima di assoluto silenzio e solennità per l’intera omelia.
Credo, in verità, che proprio nell’ascoltare quelle parole, nel prestare comunque loro attenzione dove sarebbe stato anche superfluo agire in tal modo, iniziai a comprendere, a maturare il pensiero di quanto assurde siano le esortazioni della nostra fede, della nostra cultura nei confronti del matrimonio. Considerando, infatti, come sotto ogni punto di vista quella celebrazione si propose paritaria a quella che sarebbe potuta essere svolta in uno dei nostri templi, al rito che sarebbe potuto essere compiuto in una delle nostre città, e non una sorta di farsa dei medesimi, essa si concesse quale perfetto momento di riflessione, di analisi nel merito a tutto ciò verso cui ero stata indottrinata a credere senza pormi dubbi alcuni. E come se nel corso delle lunghe serate trascorse con la mercenaria, ad ascoltarne le gesta, ad assimilarne le vicende vissute in ogni angolo del mondo, fossero stati posti dentro al mio cuore dei semi di consapevolezza, nuovi pensieri, nuove idee iniziarono ad affollare la mia mente, lasciandomi osservare quegli eventi con uno sguardo diverso, con una filosofia mai considerata, mai presa in esame prima di allora.
La stessa che, poi, ieri mi ha spinto a tentare di farvi riflettere su simili temi.
Per oltre un’ora il sacerdote proseguì con le proprie raccomandazioni, salvo poi, finalmente, avviarsi alla conclusione della celebrazione. Lo spirito, tornando a volgere per un fugace istante la propria attenzione all’altare, raccolse da esso la coppa dorata lì condotta inizialmente e poi quasi dimenticata, offrendola pertanto verso la protagonista del rito.

« Con questa dona al tuo sposo il latte, simbolo di maternità e dolcezza, e il vino, simbolo di sangue e passione, a rappresentanza dei doni che egli potrà suggere dal tuo stesso corpo in ogni giorno della vostra unione. » la invitò, nel consegnarle il calice colmo di quella mistura.

Ella, accogliendolo a sé, si mosse con perfetta cognizione di causa, dando riprova di una completa conoscenza nel merito delle azioni richiestegli: prima esso venne accostato ritualmente al suo seno, a dimostrare come il latte lì versato fosse da lei concesso allo sposo, poi al proprio ventre, donandogli in egual misura il proprio sangue di vita, per infine voltarsi verso noi, silenti testimoni di quel momento, a mostrarci quanto trattenuto dalle sue mani coperte da guanti candidi.

« Latte e sangue, per il solo padrone di questo corpo. » declamò, ovviamente rauca nel proprio tono, prima di concedere la coppa al mostro a lei prossimo.
Ed egli, ricevendo tale dono, si concesse ugualmente rispettoso del rito, come era stato fino a quel momento, quasi per lui rappresentasse realmente qualcosa, fosse concretamente importante, dichiarando le parole necessarie in quel momento: « Il tuo latte ed il tuo sangue siano per me nutrimento di vita, in ogni giorno che ci sarà concesso insieme. »
Dopo che il calice venne lentamente svuotato, primo sigillo per consacrare il matrimonio, il ministro riportò lo stesso all’altare, per raccogliere, ora, il piatto, nuovamente volgendosi alla sposa: « Con questo dona al tuo sposo l’oro, simbolo di ricchezza e benessere, quale augurio per la proficuità del futuro della vostra unione. »

La donna, nuovamente, ricevette il dono propostole dallo spettro, per poi voltarsi con lentezza verso tutti noi a mostrare la polvere d’oro posta all’interno del piatto: come sapete, simile tributo normalmente è dono della famiglia della sposa, ma in quell’occasione, per ovvie circostanze, doveva essere stato lo stesso Figlio di Kah a provvedere in tal senso, concedendo un’ampia misura ad invocazione di un futuro di gloria per quelle nozze regali.

« Oro, per il solo padrone di questa vita. » recitò ella, prima di volgersi verso la creatura.
Ed egli, genuflettendosi di fronte a lei per permetterle di giungere fino sopra al suo capo, dove altrimenti le sarebbe stato improbabile arrivare, si preparò all’offerta che venne, delicatamente, lasciata ricadere sul suo capo, rispondendo: « Il tuo oro sia per me fonte di potere, in ogni giorno che ci sarà concesso insieme. »

Portato a termine anche il rito relativo al secondo sigillo, la coppia si sarebbe ormai potuta considerare già formata, in attesa, semplicemente, della benedizione finale del sacerdote, del celebrante di quel rito.
E proprio simile matrimonio, pur perfettamente portato a conclusione, non poté evitare di essere giudicato, al mio sguardo, al mio cuore, come troppo sterile, simile ad una trattativa d’affari ancor prima che ad un atto d’amore, ben lontano dalla purezza delle nozze di una coppia di giovani innamorati in una piccola isola a ponente di Kofreya, protagonisti di una complessa, tragica e pur vittoriosa vicenda narratami da Midda attorno al fuoco.

« Tutti in nostri dei oggi sono testimoni della vostra unione. » sancì il fantasma, levando le scheletriche mani al cielo « Tema la loro punizione la moglie infedele che non rispetterà le proprie promesse. Tema la loro disapprovazione il marito indifferente che non farà onorare questo legame. Ciò che gli dei hanno unito, alcun mortale osi sciogliere senza, in questo, morire. »
Abbassando le mani, per la prima volta su quel volto evanescente parve stagliarsi una sorta di smorfia, quasi un sorriso, di compiacimento per la conclusione della cerimonia: « Donna, ti presento tuo marito. » terminò verso la sposa « Uomo, ti presento tua moglie. » aggiunse confrontandosi con lo sposo.

Un macabro boato di esultanza si levò, in quel mentre, nella sala, per festeggiare, per esaltare la nuova coppia ora consacrata innanzi agli dei, e solo due figure, mortali, fra loro, non si unirono a tale gioia, consapevoli di come, ora, lo spettacolo sarebbe dovuto solo iniziare. Io, ovviamente ero una di quelle due, affiancata alla mia compagna, vicino alla principessa dalle cui mani tolsi la pesante spada per concederle la libertà di agire liberamente nei limiti delle proprie sperate possibilità, dei propri annunciati poteri, nel mentre in cui io avrei dovuto riservarmi un altro ruolo, un altro incarico non meno importante.

« Ed ora… direi che questo stupido burqa non ha più ragioni per essere. » sorrise il mostro, ignaro dei nostri movimenti, indifferente ad essi dove alcuna ragione avrebbe avuto per offrire importanza verso di essi.
« Come offrirti torto, mio diletto sposo? » replicò con voce finalmente chiara, priva del simulato affaticamento che l’aveva contraddistinta fino ad allora, per celarne la reale identità.
« Cosa?! » esclamò Desmair, sbarrando gli occhi e, rapido, allungando la propria mano artigliata su quella stoffa, per strapparla con furia sconcertata nell’aver colto, troppo tardi, l’inganno ordito a suo danno.

E da sotto il velo bianco, da sotto quell’abito utile a negare integralmente alla vista la reale essenza di una persona, quasi simile ad un fiore dischiusosi da un bocciolo, ad una farfalla emersa da un baco, si rivelò l’immagine della Figlia di Marr’Mahew, Midda Bontor, vestita nelle proprie consuete vesti verdi con l’unica eccezione di una seconda, ed ancor più stretta, fascia attorno ai seni per comprimerne oltremodo le forme, ad offrire ulteriore aiuto alla già efficace azione dissimulatrice del burqa prima da lei indossato.

« No! » ringhiò, quasi, la creatura, non volendo accettare la verità offerta chiaramente innanzi al proprio sguardo « Non può essere! Non tu! »
« Ti informo che in molti considerano anche me un ottimo partito, maritino caro. » sorrise la mercenaria, ritraendosi di fronte a lui ad assumere una posizione di guardia « E quando sono stata informata nel merito dei tuoi desideri, delle tue fantasie a mio riguardo… che dire… non ho proprio potuto resistere! »

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