11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

mercoledì 20 aprile 2011

1190


P
robabilmente, mai parole erano state prima, né vennero successivamente, pronunciate in maniera sì profetica al pari di quelle in tal modo scandite nell’imporre quel nome dal giovane, e allora emozionato, Nivre, già orgoglioso padre della propria piccola Midda e, parimenti, di Nissa, sua sorella, permettendogli di ben delineare, in una semplice e perfetta composizione di due sillabe, quella che sarebbe stata caratteristica fondamentale che avrebbe reso meravigliosamente unica colei che, già trent’anni dopo, sarebbe stata protagonista di molteplici canti e ballate, cronache meravigliose e leggendarie, tali da farla entrare nel Mito quand’ancora non appartenente neppure alla Storia remota.
Al di là di quanto, in verità, sempre incredibili e spesso folli abbiano da esser giudicate le sue gesta, la donna che oggi siamo soliti ricordare con l’interessante e altisonante appellativo di Figlia di Marr’Mahew, dea della guerra propria appartenente al pantheon di alcune isole a ponente di Kofreya, non ha mai fondato la propria vita, né ha mai basato alcuna delle proprie avventure, su un impeto istintivo e disordinato, sull’emozione di un momento, comportamento in conseguenza del quale, se così fosse stato, ella avrebbe già perduto in innumerevoli occasioni ogni speranza rivolta al domani. Non diversamente dalla naturale sensazione derivante in chiunque nel confronto con il colore predominante nel suo sguardo, nei suoi occhi, un azzurro tanto chiaro da poter essere approssimabile unicamente al ghiaccio, ella si è, infatti, sempre riservata occasione di affrontare con freddo, gelido distacco ogni avversario, ogni sfida, ogni pericolo con il quale si è ritrovata a confronto, non lasciandosi mai dominare dalle proprie emozioni, dai propri sentimenti, dall’ira o, altresì, dal timore che pur avrebbero potuto umanamente esserle proprie in contrasto a nemici dimostratisi troppo crudeli o troppo potenti per ritenere di poter competere adeguatamente con loro, nella consapevolezza di quanto né rabbia, né paura avrebbero giocato a suo favore, a suo supporto, così come, talvolta, scioccamente ritenuto dai più. E proprio a negazione di ogni possibilità in tal senso, ella si è sempre impegnata in quel suo, ormai ritenuto consueto e abituale, comportamento beffardo e ironico, tanto in opposizione a comuni guerrieri e tagliagole quanto a potenti stregoni e mostri, tanto nel cuore di un sanguinario campo di battaglia su un fronte di guerra quanto nelle profondità recondite e dimenticate di una cripta maledetta, tale da permetterle di affrontare anche il nemico dai più ritenuto immortale qual semplice esercizio di stile: non sottovalutando la sfida a lei proposta, ma, in ciò, proibendosi di sopravvalutarla; non sovrastimando le proprie energie, le proprie possibilità, ma, in ciò, vietandosi di sottostimarle.
La misura, e, a maggior ragione, la perfetta misura, in tutto ciò, come ben comprenderete e presto meglio scoprirete, ha quindi ed effettivamente sempre caratterizzato la vita della donna, sin da prima di divenire la leggenda vivente che è oggi, sin da prima, addirittura, di divenire mercenaria, quand’ancora semplice marinaia, giovane sicuramente e pur già contraddistinta dallo stesso spirito per lei oggi ancor proprio.
Non so quanto possa interessarvi, essendo questa di Midda Bontor, e non di Nissa Bontor, la storia, ma sappiate che, al di là di ogni propria remora, di ogni proprio timore, Nivre, gioiosamente chino accanto a sua moglie Mera e alle sue due neonate gemelle, non ebbe difficoltà alcuna a individuare il nome anche della seconda piccola, quella della quale, sino a quel momento, di alcuna attenzione era riuscito a essere partecipe. Con intento non meno sincero e benaugurante rispetto a quello già rivolto in direzione di Midda, l’uomo impose allora il nome di Nissa, che significa “vittoria”, all’altra bambina, sperando che sol in tal direzione sarebbe potuta essere allora impostata la vita della medesima e il suo futuro, trionfo in contrasto a ogni avversità e a ogni proprio nemico. E se, a posteriori, la scelta compiuta nel confronto dell’una ebbe e ancora ha da giudicarsi qual assolutamente appropriata, anche per l’altra simile benedizione non ha mancato, a oggi, di dimostrare profetica intuizione, purtroppo per la stessa eroina protagonista della storia della quale vi sto rendendo edotti spettatori.
Al di là di quanto, in effetti, possa esser comune pensiero, soprattutto nel confronto con le innumerevoli imprese compiute, la vittoria, nel suo senso più pieno e completo, non ha caratterizzato la quotidianità di Midda così come, suo malgrado, ha altresì segnato quella di sua sorella Nissa anche in proprio stesso contrasto, come, prima della conclusione del mio racconto, avrete tutti modo di scoprire.
Ma, ora, perdonatemi e permettetemi di proseguire con ordine nella cronaca degli eventi di quegli anni lontani, ove, per quanto appassionanti possano essere giudicati gli scontri fra Midda e Nissa, argomenti di tutt’altro che comune e pubblico dominio, è utile, ai fini di una migliore comprensione su quanto avvenne, non giungere, in maniera troppo precipitosa, alla conclusione, saltando ogni sviluppo centrale. Rammentate, pertanto, l’importanza del significato dei nomi delle due bambine per il loro, rispettivo, futuro, ricordate come Midda, la misura, ebbe a conquistarsi, in grazia di un solo sguardo, il proprio, e come invece Nissa, la vittoria, più quieta se non, addirittura, indifferente, ricevette il proprio, e, sull’onda delle mie parole, facciamo ritorno alla loro infanzia e, più propriamente, al loro quarto anno…

Nulla nella quotidianità propria dei loro primi tre anni di vita, per Midda e per Nissa, ebbe ragione di differenziarle in maniera particolare e originale rispetto ad altri figli e figlie di Licsia o delle isole vicine, o, più in generale, ad altri figli e figlie del mare.
Le due bambine, nell’amore della loro madre e, ancor più, del loro padre, crebbero sane e vivaci. Entrambe impararono a nuotare ancor prima di apprendere in che modo potersi sorreggere sulle proprie gambette, guizzando fra le onde di quelle stesse acque tanto temute da noi, abitanti della terraferma, con la stessa grazia e la stessa naturalezza di due pesci, e maturando confidenza con quella divinità dai più considerata inavvicinabile e crudele, e pur, per loro e per tutti i loro fratelli e sorelle, ritenuta fonte di nutrimento e di protezione, dalla quale non sottrarsi, non ritrarsi, e per la quale provare solo amore e rispetto. Entrambe scoprirono anche, ovviamente e pur successivamente, come muoversi al di fuori dell’ambiente marino, prima con piccoli passetti incerti, e inevitabili ruzzoloni al suolo, e poi con sempre più sicurezza, arrivando a correre, saltare, rotolare e arrampicarsi al pari di qualsiasi bambino in ogni parte del mondo. Ed entrambe si impadronirono, ancora, di un sempre più corretto e completo uso del verbo, del linguaggio orale, all’inizio con immancabili e semplici concetti come “mamma” e “papà”, per poi, produrre frasi sempre più complesse, a permettere la comprensione, ai propri genitori e ai propri parenti delle proprie infantili necessità oltre, ovviamente, a riservarsi l’immancabile necessità di intendimento sulle loro istruzioni, nella distinzione fra il bene e il male, fra il giusto e lo sbagliato a cui ogni bambino, da sempre, ha da essere destinato da parte dei propri cari per la propria stessa sopravvivenza. In tutto ciò e, soprattutto, in riferimento a quest’ultimo aspetto, al pari di ogni pargolo anche Midda e Nissa non mancarono di ostentare una certa ritrosia nei confronti del rispetto delle regole, tentando puntualmente e immancabilmente, a ogni possibilità, di scoprire nuovi modi entro i quali eludere i divieti loro imposti e procedere, comunque, per la propria strada, per il proprio cammino di vita: tentativi, i loro, che, sempre al pari di ogni pargolo, non poterono che incorrere nelle sanzioni loro imposte dagli stessi genitori, punizioni che, pur ufficialmente presentate quali loro addotte per il loro stesso bene, per la loro salute, non convinsero mai né l’una, né l’altra.
Raggiunto il quarto anno di vita, pertanto, secondo i comuni e consueti ritmi propri di qualunque figlio o figlia del mare, apprendendo ed esplorando ogni realtà per loro considerata nuova e originale, accumulando esperienze ritenute puntualmente quali proprie ed estranee a ogni altro essere vivente, salvo, ovviamente e inevitabilmente, essere sostanzialmente le stesse già sperimentate da qualsiasi altro loro coetaneo, e, ancora, dai loro stessi genitori alla loro medesima età, a Midda e Nissa venne tuttavia concessa, per la prima, concreta e importante volta, la possibilità di inoltrarsi in un un’avventura meno comune, meno diffusa, e tutt’altro che scontata, che garantì loro un’occasione mancata, in effetti, persino a loro padre, così come alla maggior parte dei loro parenti. Tale avventura, che in un primo istante non riuscì, sostanzialmente, ad attrarre il loro interesse al pari dell’idea di poter andare a pesca insieme al padre, agli zii e al nonno loro genitore, o, più semplicemente, di poter trascorrere le proprie giornate correndo libere per ogni angolo della quieta Licsia, nell’impossibilità per due bambine quali loro di comprenderne l’importanza o il valore, venne loro tuttavia imposta per volontà della loro sempre severa, e sempre pur affettuosa, nonna materna, la quale, con l’ovvio benestare della figlia, già personalmente passata per quello stesso percorso di vita a tempo debito, cercò di assicurarsi che le sue due splendide nipoti potessero crescere meno “disgraziate” rispetto al sempre osteggiato, e pur affettuosamente apprezzato, genero.

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