11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

domenica 2 giugno 2013

1959


Poco convinta dalle argomentazioni addotte dall’uomo, ma, ciò nonostante, impossibilitata a temporeggiare ulteriormente prima di procedere con quanto aveva a dover compiere, non, quantomeno, nel voler ridurre al minimo il rischio di perderlo anzitempo, l’anziana donna di Bael si limitò a sospirare profondamente, per esprimere, in tal senso, tutta la propria contrarietà, prima di porgere al malcapitato un pezzo di legno di non oltre un piede di lunghezza e non più di un pollice di diametro. E nel merito dell’impiego di simile presente, qual tale avrebbe dovuto essere considerato in un quel particolare frangente, egli non ebbe alcun genere di dubbio, né dimostrò esitazione alcuna nell’accoglierlo a sé, e nell’infilarselo in bocca, all’altezza dei premolari, conscio di quanto avesse a doversi riconoscere qual metodo utile a contenere il rischio di veder infranti i propri bianchi denti in conseguenza a qualche spasmo che, da lì a breve, avrebbe potuto allora coinvolgerlo per il dolore che, necessariamente, avrebbe finito per provare, a prescindere dalla bravura o meno che quella donna avrebbe saputo dimostrare nel porre in essere quell’attività da cerusico, nel ripulire e nel ricucire lo squarcio sul suo ventre.

« … iniziamo… » avvertì l’anziana, per un istante chiudendo gli occhi e poi riaprendoli quasi di scatto, in un gesto che volle risultare utile a richiamare a sé ogni convinzione del caso, tutta la sicurezza che, necessariamente, avrebbe dovuto rendere propria in tale contesto, in simile compito, per obbligarsi a proseguire, per costringersi a non venire meno al ruolo per il quale era stata costretta a offrirsi, benché, oggettivamente, ultima fra tutte le sue volontà avrebbe dovuto essere riconosciuta quella di infliggere patimento a quell’uomo o ai suoi altri due compagni, ai quali stavano rivolgendo attenzione altre sue compaesane.

E se, immancabilmente, dolore fu, tanto nel momento in cui la ferita venne ripulita, con gesti che non poterono essere in alcun modo delicati, non avrebbero potuto essere, neppure volendo, cortesi nei riguardi di quella carne viva, quanto e ancor più nel mentre in cui, per la prima volta, il lungo e sottile ago penetrò nella sua pelle e nelle sue membra, per l’inizio della sutura; ammirabile risultò il contegno che Be’Sihl volle dimostrare qual proprio, non soltanto continuando a costringersi a non svenire, a non perdere contatto con la realtà, quanto e ancor più riducendo tutta la propria protesta, tutta la propria espressione di pena, a un semplice mugolio, per certi versi lasciando esprimere maggior patimento al pezzo di legno stretto fra i propri premolari, il quale ebbe, allora, occasione di gemere sensibilmente, incrinandosi sotto gli effetti della pressione impostagli e, per un istante, lasciando temere avrebbe potuto spezzarsi.
Un autocontrollo non solo ammirevole, ma addirittura straordinario, quello del quale egli si volle rendere promotore in quel particolare contesto, soltanto giustificato dalle motivazioni da lui stesso apertamente proclamate nel proprio ultimo intervento, e che, pur, non poté evitare di risultare straordinariamente prossimo a una stolida prova di forza, una sciocca dimostrazione di virilità, per la quale, egli, avrebbe soltanto dovuto essere rimproverato. Non una voce, comunque e tuttavia, si levò a esprimere condanna nei suoi confronti, nella condivisa consapevolezza di quanto e solamente crudele sarebbe stato addurre alla sofferenza alla quale egli si stava obbligando anche il peso di un’impietosa critica. E, dal canto proprio, l’anziana intenta a muovere con stupefacente fermezza quell’ago sempre più insanguinato sulle sue carni, nelle sue carni, per riunificare i lembi di quella voragine, spronata dal suo comportamento, dalla dignità di quella reazione, volle offrirgli nulla di meno del meglio di quanto non sarebbe stata capace di concedergli, agendo con tutta la precisione richiesta dal caso e anche più, nel produrre una fitta sequela di piccoli punti in grazia ai quali, nell’immediato, più rapido e meno rischioso avrebbe dovuto essere considerato il suo recupero, la sua guarigione da quella ferita e, con il tempo e con un po’ di fortuna, improbabile sarebbe stato per lui conservare una qualche orrida cicatrice, mantenendo sì segno di quanto occorso, memoria di quel suo ravvicinato confronto con un ippocampo, ma, ciò nonostante, ovviando al rischio di apparire quale una sorta di bambolotto di pezza malamente cucito.

« … questo qualcuno che non desideri perdere deve essere veramente importante se sei disposto a soffrire tanto per lei… » commentò l’anziana, a metà dell’opera, sollevando solo per un fugace istante gli occhi dalla ferita per ricercare con il proprio sguardo quello dell’uomo, per trovare conferma, nel suo sguardo, nei suoi occhi, non potendosi attendere, da parte sua, una replica particolarmente argomentata in quel particolare momento, con quel pezzo di legno stretto fra i denti.

Quasi quelle parole avessero avuto allora il potere di evocarla, di richiamarla pur neppure nominata, Midda Bontor comparve in quello stesso momento alle spalle della donna intenta a ricucire il proprio compagno. E lo sguardo d’amore che, straordinario e pulsante, fece allora la propria comparsa sul volto di Be’Sihl, istantaneamente illuminandolo e lasciando scomparire qualunque precedente ombra, qualunque evidenza di affaticamento o di sofferenza qual pur, un solo istante prima, lo affliggeva; fu una risposta più che limpida, più che trasparente al tacito interrogativo appena propostogli, tale da costringere, addirittura, la stessa anziana a rigirarsi per poter guardare in volto colei che, aveva immediatamente compreso, essere al centro del mondo di quell’uomo, di quel disgraziato, proprio malgrado, incapace persino a lasciarsi svenire per il timore di poterla perdere, di potersi risvegliare senza che ella fosse ancora al suo fianco.

« Sei tu, quindi…?! » domandò, riabbassando lo sguardo alla ferita ancora parzialmente aperta e riprendendo l’operato estemporaneamente interrotto, non desiderando concedersi di tergiversare più del dovuto, non, quantomeno, a rischio della vita del proprio paziente.
« … io… chi? » replicò la Figlia di Marr’Mahew, senza intento polemico e pur incerta nel merito di come dover interpretare quel quesito, quell’interrogativo, avendo, dopotutto, perso la prima parte del discorso e, in questo, venendo a mancare delle informazioni necessarie al fine di poter apprezzare la questione in tutta la propria integrità.
« La donna che quest’uomo non vuole rischiare di perdere, nel caso in cui dovesse svenire… » rispose l’anziana, proseguendo il proprio operato con la massima attenzione possibile e, tuttavia, in ciò, non negandosi la possibilità di quel non troppo celato rimprovero a discapito di colei che, evidentemente, stava negativamente influenzando il proprio compagno, lasciandolo temere per il futuro della loro relazione al punto tale dall’accettare di soffrire così come stava facendo piuttosto che correre il rischio di perderla, di vederla allontanarsi da lui per sempre « Non si può di certo dire che non ti ami. » soggiunse, dimostrando una certa simpatia per il buon Be’Sihl che, in un frangente come quello, non avrebbe potuto ovviare a deporre in suo favore, assicurandogli, speranzosamente, il migliore dei trattamenti che mai avrebbe potuto sperare di ricevere.

E la Campionessa di Kriarya, dal carattere forte, dall’animo carismatico e autoritario, abituata a non tollerare critiche gratuite da parte qual, pur, quella avrebbe oggettivamente dovuto essere considerata, nel provenire da una perfetta estranea; in quell’occasione scelse il silenzio quale unica risposta alla controparte, non potendo ovviare ad affrontare, nel profondo del suo spirito, un forte senso di colpa nell’aver compreso, immediatamente e necessariamente, le ragioni alla base del comportamento del proprio amato e, in conseguenza, del rimprovero di quell’anziana intenta nel cercare di suturarne la ferita più grave, il danno peggiore riportato a seguito del suo impavido, e forse folle, scontro con l’ippocampo.
Ma se non una parola venne allora da lei lì scandita, lo sguardo che ella rivolse in direzione del suo dolce locandiere, di quell’uomo che sempre aveva avuto una parola di conforto per lei, che sempre si era preoccupato per lei anche quando la prima a non interessarsi al proprio destino avrebbe dovuto essere considerata ella stessa, volle esprimere molto di più di quanto non sarebbe mai stata in grado di destinargli attraverso straordinari discorsi, profondi dialoghi, fossero questi anche scritti per lei dal più straordinario drammaturgo che mai il suo mondo avesse conosciuto. Perché nel suo sguardo null’altro si manifestò al di fuori dell’amore… e di un amore tanto intenso, tanto vivo e pulsante, da permettere allo stesso Be’Sihl di arrivare persino a dimenticare le proprie pene, i propri dolori, la propria sofferenza, provando solo una meravigliosa sensazione di pace.



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