11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

lunedì 3 giugno 2013

1960


« Ho finito. » annunciò, alfine, la donna di Bael, tagliando il sottile ma resistente filo con il quale aveva ricucito Be’Sihl, prima di passare, nuovamente, un panno intriso d’acqua calda per ripulire, esternamente, la ferita e assicurarsi che il suo lavoro avesse veramente a considerarsi concluso così come forse troppo avventatamente proclamato.

Forse per merito di quella serenità conseguente, per lui e per il suo cuore, al mero sguardo di lei, nel quale non avrebbe potuto evitare di amare perdersi, smarrirsi, naufragando con piacere, persino con gioia, anelando a quella deriva con la stessa pericolosa passione con la quale una falena avrebbe ricercato la luce di quella stessa fiamma che ne avrebbe rappresentato certa condanna; o forse perché ormai sì assuefatto al dolore, alla sofferenza, da non essere più in grado di percepirla, di apprezzarla in tutta la propria devastante intensità, così come un affamato, dopo troppi giorni privato di qualunque idea di nutrimento, avrebbe ritrovato il proprio stomaco ormai incapace di confrontarsi con simile prospettiva; il buon locandiere neppure percepì la conclusione di quell’operazione, la fine di quell’agonia pur necessaria ad assicurargli una qualsivoglia speranza di sopravvivenza, una non effimera prospettiva di futuro. E quasi come, sino a quel momento, egli fosse lì rimasto disteso semplicemente per riposare, per recuperare energie dopo lo scontro nel quale era rimasto coinvolto, senza che, tuttavia, alcuna ferita gli fosse stata effettivamente imposta, l’uomo accennò pacatamente a rialzarsi non appena l’anziana gli comunicò il termine dell’intervento, in un movimento non solo volto a banalizzare in maniera impropria ed eccessiva quanto impostogli, ma anche, e ancor peggio, potenzialmente destinato a vanificare ogni sforzo lì compiuto per sanarlo, per ricucirlo, laddove non avrebbe dovuto essere sua prerogativa muoversi con siffatta baldanza, rialzarsi con tanta noncuranza nei riguardi del proprio stesso corpo e dei suoi mortali limiti.

« Ehy… ehy… ehy… » intervenne, allora, la mercenaria più celebre di quell’angolo di mondo, subito avanzando verso di lui e lesta appoggiandogli con delicatezza la mancina, propria unica mano, sul petto, per opporsi a quello sforzo e per invitarlo a dimostrare quella prudenza alla quale, in apparenza, non sembrava più essere interessato, quasi non lo riguardasse, non avesse a doversi considerare, ormai, un suo problema « Calmati, mio signore. » lo invitò ella, a rendere esplicito il senso dei propri gesti in grazia all’intervento chiarificatore delle proprie parole, ove i primi non fossero stati sufficienti a trasmettere un messaggio adeguatamente comprensibile « Tanta foga potrebbe costarti l’ammirevole opera di sutura per mezzo della quale la nostra amica ha provveduto a ricucire la tua ferita. » raccomandò, per maggiore dettaglio.
« Mio signore…?! » ripeté Be’Sihl, accettando il suggerimento, accogliendo di buon grado quella raccomandazione, nel distendere immediatamente i muscoli che aveva contratto nel tentativo di porsi, prima, a sedere e, poi, nuovamente in piedi, ma non trascurando in ciò il particolare appellativo con il quale ella gli si era rivolta, in un formalismo che, a ben vedere, non gli aveva mai offerto neppure quand’ancora perfetti estranei, quando l’un l’altra mai presentatisi, quasi vent’anni prima.
« Non sei forse l’unico lord del mio cuore? » replicò la Campionessa di Kriarya, con parole che suonarono sincere e, ciò nonostante, incredibilmente bizzarre, nel rivolgersi a lui con un insolito romanticismo, con toni ai quali egli non avrebbe potuto dirsi non tanto assuefatto, ma neppure abituato.

Sebbene, infatti, la dolcezza non fosse mai mancata nel loro rapporto pur contraddistinto da una straordinaria passionalità, da una sensualità sovente addirittura selvaggia, in perfetta coerenza con lo spirito che da sempre la donna guerriero aveva palesato qual proprio in ogni aspetto della propria quotidianità, e che, certamente, non avrebbe potuto allora venir meno in quello; ella non aveva sino a quel momento mai ceduto ad alcuna leziosità qual, sulle sue labbra, sarebbe allora parsa più prossima a una sarcastica critica alla svenevolezza della maggior parte delle figure femminili non protagoniste, quanto piuttosto trofei, di una certa, e da lei necessariamente sgradita, categoria di ballate, di canzoni, proprie di una sempre eccessivamente imperante cultura patriarcale.
Malgrado ciò, la reazione da lei allora palesata, forse per effetto del disorientamento conseguente all’eccessivo dolore vissuto, forse per la stanchezza in lui necessariamente propria, o, forse, per l’assenza di sorrisi maliziosi a contraddistinguere quell’amato volto, qual pur ci si sarebbe potuti attendere in quel momento, parve al giudizio del proprio compagno qual animata soltanto da un intento onesto, da uno spirito del tutto privo d’ambiguità, e atto, semplicemente e soltanto, e renderlo destinatario di tutto il proprio amore, anche in modi per lei abitualmente estranei, solitamente ignoti, quali quelli in tal modo quasi innocentemente sperimentati. E questo, ove possibile, sconvolse ulteriormente l’uomo, il quale non seppe in che maniera potersi rapportare con lei, potersi relazionare con quell’inatteso e mai prima neppure immaginato aspetto del suo animo.

« … devo forse temere che la mia ferita sia decisamente più grave di quanto non appaia?! » domandò riprendendo voce, e allora interrogando la compagna senza maggiore ironia di quanta ella non gliene avesse prima destinata con il proprio intervento nei suoi confronti, non riuscendo a giustificare, allora, tale comportamento se non quale evidenza di una tragica novella, una triste sentenza di morte per lui lì già espressa sebbene ancor non nota, ancor non conosciuta nella propria sì ineluttabile quanto terrificante minaccia.
« Thyres! » protestò ella, repentinamente dimentica di ogni precedente romanticismo, di ogni dolcezza, in favore di un’esclamazione incredibilmente prossima a un’imprecazione, qual sola risposta utile a una simile questione, a un quesito qual quello da lui allora formulato, storcendo in ciò le labbra verso il basso a promuovere tutto il proprio più vivo dissenso per tale prospettiva « Ti tratto davvero così male da non permetterti neppure di presumere un atteggiamento dolce e premuroso da parte mia? » replicò, chiarendo in tali parole l’interpretazione da dover offrire al suo precedente, e pur sincero, tentativo nei suoi riguardi, sicura reazione ai rimproveri addottile dall’anziana, già allontanatasi da loro, per rispettare il loro diritto alla riservatezza, a un confronto quanto più possibile discreto e intimo, benché solo pochi passi li separassero, in effetti, tanto da Av’Fahr quanto da Seem, a loro volta lì condotti per essere adeguatamente medicati.

E Be’Sihl, osservando l’espressione di disapprovazione che ella non mancò di rendere propria a contorno di quelle stesse parole, a compenso di un interrogativo che avrebbe avuto a doversi considerare quasi retorico, nel non voler prevedere alcuna risposta tranne una netta negazione da parte del medesimo, un immediato rifiuto da parte sua nel merito di una simile definizione; non poté trattenere una vivace risata, benché, in tale reazione, il suo addome si ritrovò sollecitato da una serie di contrazioni che posero non di meno a rischio l’integrità della sutura, forse in misura persino maggiore di quanto non avesse pocanzi rischiato nell’accennare a levarsi in posizione eretta.

« … dei… » gemette, allora avvertendo perfettamente la sollecitazione della carne tirata dal filo e, in ciò, non potendo evitare una smorfia di dolore, anche laddove, a livello conscio, non ancora realmente avvertito, non ancora concretamente elaborato, in quel frangente, se possibile, ancor più distratto di quanto non avrebbe potuto dimostrarsi essere un istante prima in conseguenza all’ilarità che lo aveva conquistato.
« Ben ti sta! » lo redarguì Midda, inarcando un sopracciglio con fare falsamente altero, anche laddove un fremito nella sua mancina, ancora appoggiata contro il suo petto, non mancò di lasciar trasparire un momento di spiacevole angustia per la pena da lui appena dimostrata, e, forse e ancor più, per le sorti dei punti spesi per ricucirlo, il fato dei quali sembrava star venendo posto in severo dubbio da parte sua, in un modo o nell’altro.



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