11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

mercoledì 19 giugno 2013

1976


« Per Thyres! »

Il grido che, in conseguenza a tutto ciò, proruppe dalle profondità della gola della mercenaria, non avrebbe dovuto essere allora frainteso qual l’ennesima imprecazione in direzione della propria dea prediletta. E neppure, parimenti, qual una richiesta di aiuto a essa rivolta, qual umana reazione innanzi a un pericolo giudicato troppo grande, a un ostacolo riconosciuto qual troppo oneroso per poter essere autonomamente scavalcato, aggirato, superato. Non, per lo meno, in assenza del supporto, del sostegno di una dea misericordiosa che, a lei volgendo il proprio sguardo, e verso di lei stendendo la propria mano, le avrebbe garantito la forza di compiere quanto avrebbe dovuto allora essere compiuto, di agire così come ella avrebbe dovuto, comunque e alfine, agire.
A dispetto di tali pur comprensibili ipotesi, di simili pur giustificabili alternative, la sola interpretazione che avrebbe dovuto essere lì associata a quell’esclamazione, a quell’invocazione, sarebbe necessariamente stata, o per lo meno tale negli intenti della stessa Figlia di Marr’Mahew artefice di tutto ciò, qual un semplice richiamo rivolto all’alto dei cieli, e all’infinito dei mari attorno a loro, a beneficio della stessa dea delle acque salate, la quale, in ciò, avrebbe potuto riservar qual propria la possibilità di assistere all’evoluzione di quello scontro, di quel conflitto, di quella battaglia che la mercenaria avrebbe voluto trasformare in un mero massacro, a discapito, ovviamente, dei loro avverarsi, e, con essa, alle gesta della gloria delle quali ella sarebbe riuscita ad ammantarsi, associandole al proprio nome e alla propria già straordinaria fama. E non, in ciò, palesandosi qual animata dalla brama di comparire all’attenzione della dea, di risaltare innanzi al suo sguardo, per conquistarne la simpatia o, addirittura, i benefici, quanto e piuttosto in tal senso ispirata da quella stessa volontà caratteristica di un figlio o di una figlia nei confronti dei propri amati genitori, della propria madre o del proprio padre, tale da cercare in ogni modo di incontrare la loro approvazione, il loro benestare, il loro semplice assenso, alla vista di quanto si sarebbero dimostrati capaci di compiere, di quali risultati sarebbero stati capaci di conquistare.
Una ricerca di consenso divino, la sua, in tutto ciò non tanto limitata alla propria persona, ma anche, e soprattutto, a beneficio di tutti coloro lì intenti a combattere senza alcuna particolare confidenza con gli avversari in quello stesso frangente loro presentati, e pur, ciò non di meno, pronti a qualunque scelta pur di riportare la vittoria desiderata.

« Avanti, amici miei… dimostriamo a Thyres e a tutti gli dei del mare, del cielo, della terra e del fuoco, quale spirito anima i nostri cuori e i nostri corpi, guidandoci alla vittoria in contrasto a ogni nemico! » soggiunse, sopraggiungendo, nel contempo, al gruppetto in tal modo creatosi e, lì arrivata, abbattendo con violenza la propria spada contro il corpo di pietra della prima gargolla riportata a un piano terrestre, a un livello a loro più congeniale, nella volontà di tentare ogni possibilità in suo contrasto, a sua distruzione, per quanto mai sospingere il filo di una lama in violento contrasto a della roccia avrebbe dovuto essere riconosciuta qual un’azione volta alla preservazione di quella stessa arma, per quanto straordinaria avesse a doversi riconoscere quella speciale lega nella quale era stata forgiata.
« Facciamo a pezzi quel gattone… e tiriamo giù dal cielo i suoi due compagni con tanta repentinità che qualunque altro mostro, in questa giornata, o nei prossimi giorni, abbia a dover riflettere non due, non tre, non dieci ma, addirittura, cento volte prima di osare dichiararci nuovamente battaglia! » proclamò ancora, con entusiasmo e con convinzione, trasudando un carisma tale per cui, se anche tutti loro non si fossero già dimostrati pronti a seguirla, ad accompagnarla sino alla fine, difficile sarebbe stato per qualcuno fra gli stessi ipotizzare, subito dopo, di ignorarla, e, soprattutto, di ignorarne le parole, l’invito, pur rivolto a intraprendere un percorso indubbiamente pericoloso, straordinariamente ricco di insidie e, con esse, di sempre nuove possibilità per morire, in termini sempre più originali.

Tale, del resto, da sempre era l’indole, lo spirito di quell’incredibile donna guerriero, capace non solo a compiere stupefacenti gesta, a tradurre in realtà quanto prima considerato pressoché mera fantasia, ma, ancor più, a ispirare gli animi di coloro a lei vicini, a lei prossimi, i quali, tutti, nessuno escluso, tanto uomini quanto donne, così gli amici come ancor più i nemici, non avrebbero potuto ovviare a innamorarsi di lei.
Un sentimento indubbiamente forte, prepotente e, addirittura, violento che avrebbe potuto essere quietamente accettato, ispirando in ciò soltanto il desio di a lei unirsi, a lei aggregarsi nelle proprie avventure, nella propria vita, così come non solo aveva voluto avere occasione di compiere il buon Be’Sihl, ma anche tanto Howe quanto Be’Wahr, e ancora Seem e, invero, molti altri ancora, fra cui tutti gli uomini e le donne della Jol’Ange accanto a lei anche in quel momento, in quello specifico frangente; o che avrebbe potuto essere respinto, rifiutato nella propria stessa essenza, alimentando soltanto una pericolosa brama di vendetta, priva di reali ragioni, di effettive motivazioni, e pur, non per questo, meno che letale nei propri intenti, nei propri propositi. In effetti, nella maggior parte dei casi, ella neppure aveva realmente avuto un ruolo attivo, o addirittura passivo, nelle vite dei propri nemici, benché, ovviamente, nel momento in cui apertamente sfidata, o, peggio, minacciata, non si fosse neppure mai tratta indietro, non avesse mai rinunciato all’occasione di una sovente gradevole opportunità di distrazione, e neppure di allenamento, qual pur era solita considerare la maggior parte dei propri candidati assassini, coloro che, soltanto perché capaci di tenere in mano una lama, si sentivano fiduciosi di poter acquisire tutta la sua gloria per semplice diritto di sangue… e di quel sangue che, speravano, sarebbero stati in grado di spillare da lei, quale il più prezioso vino di tutto il mondo conosciuto, di ogni regno di ognuno dei tre grandi continenti, Hyn, Qarh e Myrgan.
Lasciandosi trascinare dall’esempio e dalle parole della mercenaria dagli occhi color ghiaccio, pertanto, tutti coloro lì presenti non persero tempo e, recuperando, ove necessario, una postura eretta, si mossero al fine di avventarsi sulla gargolla pantera, prima che questa potesse avere possibilità di riprendersi completamente dallo schianto e, allora, cercare vendetta, o prima che, pur giungendo a conclusioni non differenti, le altre due statue potessero fare lì ritorno, in soccorso alla compagna caduta…

« Avete sentito che ha detto?! » domandò Noal, facendole eco e rivolgendosi, in particolare, a Hui-Wen, a Masva, a Camne e, persino, al giovane Ifra, che nel contempo di quelle parole stava sopraggiungendo anch’egli al luogo dello scontro, con un spalla un pesante martello non dissimile da quello allora maneggiato da parte del suo amato, del figlio di Hyn « Forza, razza di scansafatiche… non ho fatto tanta strada per permettere a tre stupide statue di pietra di esserci d’intralcio a così breve distanza dalla nostra meta! » sottolineò subito dopo, in un’affermazione volutamente polemica, provocatoria e quasi aggressiva nel confronto dei suoi amici, dei suoi fratelli e delle sue sorebbe a bordo della goletta, e pur in tal modo esprimendosi nel rendere proprio il ruolo del capitano e nel cercare, benché probabilmente impossibile, di porre maggior enfasi a sostegno dell’invito formulato dalla Campionessa di Kriarya, che pur si era appena espressa in maniera assolutamente comprensibile e trasparente.
« Forza, fratellino… » incalzò Howe, in direzione del biondo Be’Wahr, da sempre apostrofato al pari di un fratello minore, malgrado l’assenza di una reale differenza d’età fra loro, e malgrado la maggior massa corporea del secondo nel confronto del più longilineo shar’tiagho « Non vorremo permettere a questi marinaretti di toglierci tutto il divertimento, spero bene! » asserì, facendo verso alle parole del capitano della Jol’Ange e, in ciò, ponendo le basi, in maniera giocosamente polemica, per quella che avrebbe potuto essere intesa qual una faida interna al loro gruppo, nonché una dimostrazione di viva ingratitudine per tutto ciò che quegli stessi marinai avevano compiuto in loro soccorso, se solo, tutto ciò, non fosse stato propriamente animato da un’evidente indole ludica, entro i limiti della quale alcun reale antagonismo avrebbe dovuto essere inteso, percepito, riconosciuto « Che Lohr ci possa incenerire all’istante, in tal caso! »



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