11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

sabato 15 giugno 2013

1972


La terza gargolla, l’ultima fra tutte quelle a lei in quel momento visibili, volle rendere qual propria ancora una certa originalità tanto nel confronto con la propria prima compagna quanto con la seconda, rinunciando a rendere proprie sia fattezze di drago, sia fattezze di pantera, nel preferire, altresì, quelle di un terrificante incubo, apparentemente privo di qualunque raziocinio, di qualunque logica, o, quantomeno, di una singola, e certamente identificabile, fonte d’ispirazione, a dispetto delle proprie compagne. Non il viso, non il capo, in tal frangente, avrebbe dovuto essere considerato qual il particolare di maggiore importanza, di maggiore rilevanza, nel ritrovar preteso tale ruolo di centrale protagonismo, dal corpo stesso della creatura, per la prima volta, all’interno di quel ristretto gruppo, allontanatosi da una comune base umanoide, per mostrare, di umano, soltanto un accenno di sagoma, soltanto un vago profilo, che pur, per poter essere scambiato per effettivamente umano, o soltanto vagamente umanoide, avrebbe preteso, da parte di un eventuale osservatore, uno straordinario sforzo d’immaginazione, o una straordinaria carenza nella propria percezione visiva. Perché il corpo di quel mostro, difficile da non considerare in ciò esplicitamente qual tale, non si offriva qual contraddistinto da arti e membra di umana ispirazione, quanto e piuttosto da un osceno intreccio di lunghi tentacoli, a delineare tanto il busto, così come le braccia e le gambe, e, ancora, delle mani e dei piedi che in maniera impropria avrebbero potuto essere considerati quali tali, nel presentarsi, semplicemente e piuttosto, quali costituiti dalle estremità di tali tentacoli, a volte cinque, a volte di più, a volte di meno, e privi di una qualche effettiva e imposta coordinazione, tale da poter attribuire loro una qualsivoglia dignità da dita umane. Né tantomeno avrebbe potuto essere attribuita una qualunque dignità di busto umano, di spalle umane, di addome umano, al resto del corpo in tal modo costituito, nel ritrovarsi a essere, semplicemente e terribilmente, un tanto confuso quanto osceno intreccio di invertebrate propaggini, apparentemente derivanti, direttamente, dal collo della creatura, e, con esso, dalla sua testa. Una testa, tuttavia, non da polpo, non da piovra, qual pur ella avrebbe potuto attendersi innanzi a tali premesse, quanto e piuttosto da pesce, seppur contraddistinto, nella propria bocca, nelle proprie fauci, da lunghi, lunghissimi e sottili denti, simili a tante lame, quali mai, nella propria intera esistenza, ella aveva avuto occasione di scorgere in alcun pesce realmente esistente. A completare il quadro, già in tal modo non solo incredibilmente confuso, ma anche incoerente, avrebbero poi dovuto essere considerate una coppia di ali e una coda: quest’ultima, senza alcuna concreta possibilità di connessione al resto del corpo, contraddistinta dalle forme proprie di una coda di scorpione, mentre le prime, a differenza di quelle proprie delle altre gargolle lì presenti, offerenti qual proprie la foggia caratteristica di comuni ali d’uccello, addirittura piumate, nel proprio dettaglio scultoreo, per quando mai un simile particolare avrebbe potuto dirsi consono al resto della sua struttura… non che esistesse, invero e altresì, una qualche effettiva regola da poter violare, nel confronto con tutto il resto di tale opera.
Tre gargolle, quindi, che più diverse, più variegate, ella non avrebbe potuto attendersi di incontrare, e che, pur, alla base, condividevano non solo corpi di pietra di dimensioni sempre eccessive e di peso sicuramente proporzionato, non soltanto la capacità di volare, non semplicemente una certa agilità di fondo, tanto per il corpo ipotrofico, quanto per quello ipertrofico, così come per quello che, impossibile, sarebbe stato da considerare effettivamente qual un corpo; ma anche, e soprattutto, un comune intento. Un intento che, nella fattispecie propria di quell’istante, di quel frammento infinitesimale di eternità per sempre scolpito nella storia, avrebbe dovuto essere riconosciuto in aperto contrasto alla Campionessa di Kriarya, di lei invocando, in maniera incredibilmente esplicita anche senza l’ausilio di particolari vocaboli, morte rapida e definitiva.

« Se solo vi potesse vedere il buon vecchio Sha’Maech… » commentò ella, fra sé e sé, rievocando in ciò il nome di quel bizzarro saggio che, in occasione del loro primo incontro con una gargolla, aveva offerto tutte le spiegazioni del caso, illustrando il concetto alla base di quell’assurda esistenza e, soprattutto, indicando la via utile a porle fine, a sancirne la mai prematura dipartita, soprattutto nel momento in cui la si avesse avuta qual avversaria, qual antagonista, desiderosa di sangue e di morte non di meno rispetto a qualunque altro possibile nemico, a qualunque eventuale predatore.

Fu apparentemente in immediata conseguenza a quelle parole che la prima carica di quelle tre creature in contrasto alla mercenaria ebbe allora a doversi risolvere senza alcun concreto risultato, né in favore alla causa delle gargolle, né a sostegno di quella della donna guerriero, quasi nulla di tutto quello fosse lì effettivamente occorso. Ma qualcosa avvenne, e il susseguirsi di eventi fu tanto rapido quanto incalzante da non poter che apparire straordinario, nel confronto con la stessa Figlia di Marr’Mahew, il successo da lei così riportato nel potersi ancora vantare di essere in vita, di conservare una qualche speranza per il futuro, tale, per lo meno, anche agli occhi di Howe e di Be’Wahr, che pur, sino a quel momento, erano riusciti a loro volta a tener testa ai mostri, sebbene senza essere costretti, fortunatamente, a confrontarsi con tutti e tre insieme, in contemporanea, così come, altresì, venne a lei richiesto.
Il primo mostro a giungere a lei, or in ordine meramente cronologico, senza possibilità di ambigue preferenze in favore dell’uno o dell’altro, fu la gargolla pantera, la quale ambì a raggiungere le sue carni tanto con i propri artigli, quanto con le proprie zanne, al duplice scopo di poterla ferire, e ferire mortalmente, così come di poterla afferrare, stringere fra le proprie bestiali fauci e condurla, in ciò, verso l’alto dei cieli, non dissimile a un topino di campagna fra i denti di un gatto selvatico. Quasi in contemporanea a ciò, e pur su un fronte diverso, non opposto ma quasi, tentò anche di aggredirla la gargolla drago, tendendo, altresì e in termini che a lei avrebbero potuto risultare più familiari, più consueti, nell’essersi dimostrati alla base anche del comportamento della prima, e unica altra simile creatura allora incontrata, le proprie braccia in avanti, nel desiderio di poterla in esse stringere, per condurla con sé verso l’alto dei cieli e, una volta raggiunta tale quota, da lì lasciarla precipitare al suolo, senza particolare violenza, senza apparente brama di sangue, e pur, non di meno, animata da un chiaro desiderio di morte, e di morte a discapito di quella stessa donna.
Per sfuggire, allora, tanto all’uno, quanto all’altro artefatto, Midda Bontor, cosciente del pericolo intrinseco in tale duplice offensiva, ovverosia del rischio che, laddove evasa all’uno, ella potesse soltanto e tragicamente consegnarsi alle grinfie dell’altro; valutò impropria la possibilità di ovviare a tutto ciò semplicemente gettandosi al suolo, ragione per la quale, pertanto, rese propria, all’ultimo attimo disponibile per non offrire agli avversari tempo utile a riorganizzarsi, una ben diversa tattica, che da lei richiese, ancora una volta, dimostrazione di quanto lo scorrere del tempo non avesse in alcun modo posto in dubbio le sue facoltà fisiche, la sua da sempre ammirevole destrezza, che già, in passato, le era persino valsa, e non solo in un’occasione, la possibilità di arrampicarsi lungo la parete esterna di un edificio di due o tre piani, semplicemente in grazia di continui e rapidi salti, tali da condurla, incredibilmente, sino al tetto del medesimo in pochi, pochissimi battiti del suo stesso cuore. Non che, allora, ella volle arrampicarsi su un edificio; nel preferire, altresì, limitarsi a gettarsi, in un elegante salto, verso un muro a lei prossimo, soltanto per avere la possibilità di impegnarsi, subito dopo, in un’agile capriola all’indietro, gesto in grazia al quale, impossibile a dirsi se con maggiore abilità o con maggiore fortuna, ella ebbe lì a eludere tanto la discesa del primo mostro quanto quella del secondo, ad alcuno dei due concedendosi esattamente là dove avrebbe dovuto essere.
Purtroppo, nel contempo dell’esecuzione di tale acrobazia, qual solo sarebbe mai stata riconosciuta, la donna guerriero perse la possibilità di seguire le scelte proprie della terza gargolla, del mostro tentacolato, la quale, in perfetto coordinamento con le proprie compagne, attese il tempo necessario affinché la Campionessa di Kriarya potesse essere nuovamente scoperta nel confronto con un qualche attacco, con una qualche offensiva, per precipitare verso di lei, non di meno bramosa delle sue carni, forse e soltanto di stringerle a sé all’interno di quelle strane braccia, o forse, e peggio, di squartarne le membra con i propri aguzzi denti, per assaggiarne, sin da subito, il sapore del sangue.

« Thyres… » imprecò la mercenaria, nel maturare tardiva consapevolezza di quel nuovo pericolo, appena posati, nuovamente, i piedi a terra, alla conclusione della propria giravolta.



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