11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

domenica 16 giugno 2013

1973


Costretta, nel confronto con la repentinità di quell’offensiva, ad agire ancor prima di avere la possibilità di ponderare su come poter effettivamente agire, alla Figlia di Marr’Mahew, nella brama di conservare inalterata la propria esistenza in vita, nella volontà di non consegnarsi inerme al letale abbraccio della propria antagonista, non restò altra possibilità che affidarsi, allora come già più volte in passato, all’esperienza del proprio stesso corpo, e di ogni propria singola membra, per poter reagire a quella minaccia nel migliore dei modi possibili, in quello che qualcuno avrebbe erroneamente ridotto a mera istintività, e che pur, in verità, avrebbe dovuto essere considerata la formazione conseguente a una vita intera in lotta contro il mondo intero, ad almeno tre lunghi decenni, nell’escludere gli anni della propria infanzia in quel di Licsia, spesi a combattere contro ogni genere di minacce, a livello psicologico così come a livello fisico. In ciò, nel momento stesso in cui la gargolla tentacolata avrebbe dovuto riservarsi l’opportunità di raggiungerla, di stringerla a sé, in quegli osceni arti che soltanto in grazia a uno straordinario sforzo di immaginazione avrebbero potuto essere considerati umani, ella si impegnò in un nuovo, incredibile balzo, un movimento che vide ogni singolo muscolo del proprio corpo agire indipendentemente e pur con una stupefacente coordinazione generale, al fine di proiettarla in aria, vedendola saltare sul proprio stesso posto e compiere una nuova, elegante e meravigliosa capriola all’indietro, destinata, in quel momento, a vedere la propria schiena tendersi, inarcarsi, al di sopra del proprio avversario, del proprio supposto predatore, eludendone completamente la presa, per ritrovare contatto con il suolo sotto di sé solo quando ormai questi non avrebbe più potuto essere considerato qual una reale minaccia. Perché, al pari di quanto compiuto dalle proprie compagne, anche per quella gargolla non avrebbe potuto esservi alcuna possibilità di rallentare o, peggio, arrestare il proprio movimento senza, in conseguenza a ciò, precipitare a terra, privandosi in tal modo del vantaggio derivante dalla propria capacità di volare, e riducendo, pertanto, lo scontro a una dimensione più consona a quella dei propri obiettivi, delle proprie prede, così come mai avrebbero potuto gradire compiere, a meno di non voler rischiare di perdere quello scontro, di fallire nel proprio compito, qualunque esso avrebbe dovuto essere riconosciuto essere.
Non più affaticata, allora, di quanto non avrebbe potuto esserlo in conseguenza al confronto con il proprio caro nipote, quasi quei due meravigliosi e succedanei salti non avessero alcuna particolare valenza nel confronto con le proprie energie fisiche, con le risorse, pur non illimitate, a lei offerte in quanto umana e mortale; Midda Bontor, nuovamente sopravvissuta al peggio, così come da una vita intera continuava ostinatamente a compiere, non si concesse possibilità di godere eccessivamente del proprio successo, del proprio supposto trionfo, ben consapevole, proprio malgrado, di non aver ancora condotto un singolo colpo a discapito di quelle creature e, in conseguenza, di essere costretta a riconoscersi qual ben distante dalla possibilità di un qualsivoglia genere di concreta vittoria, a dispetto di quanto, ovviamente, non avrebbe preferito potersi vantare d’essere. E, al contrario, il suo primo pensiero fu necessariamente quello rivolto a prevenire una nuova offensiva e, ancor più, a organizzare una controffensiva.
Soltanto animata da tale desio, da simile, e pur comprensibile, volontà, ella diede allora fiato ai proprio polmoni, e alla propria voce, per condividere con i propri compagni le esigenze per lei proprie in conseguenza a quel momento, a quello scontro. E non tanto con i due compagni, allora, per lei lì già presenti, in soccorso ai quali, invero, ella si era mossa, quanto e piuttosto esprimendosi nei riguardi di coloro, ancora, lì non presenti, ma che preso sarebbero certamente sopraggiunti e che, a differenza sua e di Howe e Be’Wahr, avrebbero fatto meglio a predisporsi adeguatamente armati, non con semplici lame, che poco o nulla avrebbero potuto rendere proprio in confronto alla solidità della roccia, quanto e piuttosto con un arsenale più consono al genere di avversari contro i quali, loro malgrado, avrebbero dovuto lì essere pronti a confrontarsi.

« Uomini e donne della Jol’Ange… all’armi! » si ripeté, riproponendo lo stesso invito già scandito solo pochi istanti prima, per poterlo allora correggere, con un’adeguata precisazione « E portate con voi mazze e martelli… perché dobbiamo distruggere delle dannatissime gargolle! »
« Non mi dire che ti sta mancando l’ascia da guerra di Carsa, in questo momento… » commentò Howe, non potendo evitare di rievocare il passato e, con esso, le immagini del loro precedente, nonché unico, scontro con una gargolla, nel corso del quale la Campionessa di Kriarya era stata in grado di infliggere un primo attacco utile a suo discapito non tanto in grazia alla propria meravigliosa spada, quanto e piuttosto a una più incisiva ascia presa estemporaneamente in prestito da una loro comune amica in quegli anni passati, soltanto sotto i colpi della quale la roccia dell’artefatto aveva iniziato a cedere.

Esitazione fu quanto dominò, nel confronto con quella battuta, con quel commento a dir poco goliardico, che pur alcuna attenzione avrebbe voluto realmente pretendere, il cuore della mercenaria, la quale non si riservò istantanea possibilità di replica, qual pur avrebbe compiuto in qualunque altro momento, nel confronto con qualunque altra frase, restando per un lungo attimo in silenzio, quasi a riflettere seriamente su quelle parole.
E seria riflessione, invero, fu quella che la dominò allora, in misura ben maggiore di quanto lo shar’tiagho non avrebbe potuto attendersi avrebbe generato, provocato in lei con quel proprio intervento. Fino a quando, in un intervallo che, in conseguenza all’adrenalina violentemente pulsante nelle vene di tutti loro, parve a dir poco interminabile, eterno, ella non riprese voce, e non espresse la propria personale, e sincera, opinione a tal riguardo…

« In verità, amici miei, colei che mi sta venendo a mancare è proprio la nostra cara, vecchia e psicotica Carsa Anloch… » ammise, con un sospiro, condividendo per la prima volta, con qualcuno, quel proprio sentimento, quella propria emozione, in un frangente che avrebbe potuto essere considerato quantomeno criticabile, data la battaglia in corso, e nel confronto con il quale, tuttavia, a maggior ragione avrebbe trovato valore la sua trasparente sincerità « … ma non è questo il momento per rimpiangere chi non c’è più. » si rimproverò, subito dopo, indicando il cielo sopra le loro teste « Attenti… stanno tornando! »

Ben lontane dal potersi considerare sconfitte, le tre gargolle, dopo aver riconquistato il cielo, non avrebbero avuto infatti particolari ragioni per mantenersi in quota, per restare lassù, in passiva attesa di un non meglio definito evento utile a farle precipitare, nuovamente, verso il suolo, verso i propri avversari. Al contrario, più tempo avessero atteso e maggiore avrebbe potuto man mano divenire il numero dei loro avversari, in una misura tale per cui sarebbe stato, quindi, loro preferibile riuscire a mietere, quanto prima, il maggior numero di morti, a minimizzare, in ciò, il pur non trascurabile pericolo di poter essere abbattute, di poter essere colpite, sconfitte e, peggio, distrutte.
Dimostrandosi, pertanto e nuovamente, consapevoli di quanto l’avversaria di maggior rilievo, di maggior importanza avrebbe dovuto essere identificata nella mercenaria dagli occhi color ghiaccio, le tre gargolle, riorganizzando il proprio attacco, la propria offensiva, volsero allora attenzione nella direzione delle due figure altresì minori, e, in conseguenza, tornarono a offrire tutto il proprio interesse proprio verso coloro che, per primi, avevano tentato di aggredire, pur senza particolare successo… Howe e Be’Wahr.

« E’ una mia impressione o stanno puntando verso di noi…?! » domandò il biondo, storcendo le labbra nel cogliere come, allora, non una, non due, ma tutte e tre le creature stessero indirizzandosi verso di lui e verso il fratello, ancora schiena a schiena là dove si erano riuniti per riuscire a difendersi in maniera più efficace, così come già più volte occorso in passato.
« Lohr… » invocò Howe, non sopraggiungendo altro, nel preferire rivolgere tutta la propria attenzione, tutti i propri sforzi, a elaborare qualche strategia difensiva, ancor prima che distrarsi nel confronto con la necessità di una qualche replica sarcastica o, anche e soltanto, brillante.



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