11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

lunedì 24 giugno 2013

1981


« Conosci la storia di questa nave…? » domandò Midda quella stessa sera, poco dopo la partenza della Jol’Ange, rivolgendosi al nipote con tono che avrebbe voluto risultare freddo e distaccato, e che pur difficilmente sarebbe riuscito a trasmettere effettivamente tale impressione « Qualcuno te ne ha mai parlato, prima d’ora…? »
« Temo di no. » scosse il capo il giovane uomo, cresciuto come pirata e, forse, ancora tale, o forse no, senza dimostrare particolare segno d’intendimento nel confronto con ciò, con quanto da lei in tal modo suggerito « … dovrei? » domando poi, con tono necessariamente retorico, nel comprendere come ella non avrebbe mai preso parola in tal senso, in simile direzione, senza una ben motivata ragione a supporto di ciò, a giustificazione di simile interrogativo, tale da rendere quella storia probabilmente indispensabile da conoscere nel più minimo dettaglio per non affrontare quel viaggio alla cieca, in una misura, se possibile, persino maggiore di quanto non avrebbe potuto essergli propria, nel suo ruolo di prigioniero.
« Dovresti. » confermò ella, annuendo appena e, in un primo istante, nulla sopraggiungendo, quasi a voler porre in evidenza lo spiacevole limite in tal modo da lui stesso dimostrato qual proprio, quell’ignoranza, nel senso più stretto del termine, inadatta per lui… per colui che, allora, portava il suo nome.
« Immagino fosse la nave di mio padre… » si sforzò allora di ipotizzare, proponendo quell’idea, quella possibilità, quasi a colpo sicuro, non perché gli fosse mai stata presentata in effetti la Jol’Ange e il racconto del suo passato, quanto e semplicemente per logica deduttiva, partendo dal presupposto che suo padre, il padre che egli non aveva mai conosciuto, era stato capitano di una nave sino al giorno della propria morte, e che, in un mondo quale il loro, una nave, per quanto ipoteticamente modesta come una goletta, non era comunque e abitualmente un bene di sì ampio consumo, da poter prendere in esame l’eventualità che, dopo la sua morte, la nave che egli aveva comandato potesse essere andata semplicemente persa… nell’ammettere, paradossalmente, di poter smarrire una nave.
« Quasi. » confermò ella, riservandosi un nuovo momento di silenzio prima di riprendere autonomamente voce, nel voler alfine proseguire nella propria esposizione senza costringere l’interlocutore a strapparle le parole di bocca, quasi un interrogatorio in senso inverso « Questa non è stata soltanto la nave di tuo padre. E’ la nave che tuo padre ha praticamente ricostruito, in lunghi mesi di duro lavoro, asse dopo asse, sino al più piccolo dettaglio. » definì, non cercando di celare, insieme a quelle parole, un evidente moto d’orgoglio provato al ricordo dell’opera di Salge Tresand sulla Jol’Ange, dell’impegno che egli aveva posto per loro, per loro due, nel mentre in cui ella, non ritenendosi poi così adatta a quel genere di lavori manuali, si dedicò a una serie di piccole attività parallele utile a permettere loro di guadagnare oro sufficiente per completare il lavoro e per riportare la nave in mare.
« … come? » esitò Leas, guardandosi attorno con aria sorpresa e, benché fosse in quel momento trattenuto prigioniero nel ventre della nave, nella stiva riservata al carico di merci e di riserve di acqua dolce, non potendo ovviare a palesare uno sguardo diverso da quello pocanzi dimostrato, un’aria incuriosita e, soprattutto, desiderosa di meglio comprendere il mondo a sé circostante, per così come, in quella frase, inaspettatamente presentatogli « Cosa intendi dire…? »
« Nulla di meno e nulla di più di quanto non abbia appena detto. » puntualizzò la mercenaria, abbozzando in ciò un vago accenno di sorriso, impossibile tuttavia a tradursi in un segno di rilassamento psicologico da parte sua nei confronti del nipote, ancora, di principio, ritenuto un traditore « Quando tuo padre e io, persino più giovani di quanto tu non sia ora, decidemmo di lasciare la nave sulla quale ci eravamo incontrati ed eravamo cresciuti, acquisendo le competenze e l’esperienza per poterci considerare marinai e, addirittura, per ipotizzare di poterci mettere per nostro conto; ci recammo a uno dei tanti cimiteri navali presenti lungo le coste di Tranith, alla ricerca di un relitto che potesse incontrare il nostro interesse. » iniziò a raccontare, rievocando vicende di un passato ormai tanto lontano da apparire addirittura falso nelle proprie vicende, nei propri particolari, quasi come se un evento a tal punto perso nella Storia non avesse da ritenersi, ormai, null’altro che un racconto, una fola come tante altre utile a intrattenere l’attenzione di un eventuale ascoltatore « E quando egli vide lo scheletro, perché soltanto uno scheletro e nulla più era, di questa goletta, fu per lui una sorta di amore al primo sguardo. Ancora oggi non saprei dire come fece, ma riconobbe le potenzialità ancora qui dentro celate laddove chiunque altro, me inclusa, avrebbe visto soltanto del vecchio legno marcio… e subito decise che questa, e soltanto questa, sarebbe stata la sua nave. La nostra nave. »

Nessun commento, da parte del giovane, seguì quelle ultime parole, nel ritrovarsi egli evidentemente assorto nell’ascolto delle medesime per concedersi possibilità di interromperla, di intervenire con qualche parola che, necessariamente, sarebbe apparsa superflua o fuori luogo, almeno prima della conclusione della narrazione di quegli eventi.
E la Campionessa di Kriarya, forse desiderosa di rendere partecipe quel figlio così identico a suo padre, non tanto delle gesta, quando ti quei piccoli gesti che avevano reso suo padre un uomo straordinario, accetto tacitamente di continuare a parlare, di insistere nella narrazione, rievocando ancora una volta quegli anni perduti nella memoria…

« Solo per trascinarla a riva impiegammo, lui, io e un paio di bovi presi a noleggio, quasi tre giorni, lottando contro la corrente del mare che, a ogni passo compiuto verso il bagnasciuga, sembrava volerci riportare indietro di almeno due… » sorrise nuovamente, rendendo evidente quanto, allora, quel sorriso avesse a doversi interpretare qual rivolto a quelle immagini, a quei pensieri, ancor prima che al propri interlocutore, pur nulla volendo sottrarre al suo valore, alla sua importanza « E, come ti ho già detto pocanzi, tuo padre dedicò lunghi mesi, intere stagioni, per riuscire a riportare in vita quanto, allora, era solo uno scheletro marcio: non in grazia a stregoneria, non in grazia a negromanzia, ma, soltanto e straordinariamente, per merito del proprio duro lavoro, della propria costanza e della propria perseveranza, in quello che, da parte sua, non desiderava rappresentare soltanto il nostro futuro, quanto e soprattutto il nostro futuro insieme… un dono per me, che gli avevo chiesto di abbandonare quella che era stata la nostra vita sino a quel momento per cercare un nostro posto nel mondo, in autonomia. » rifletté ad alta voce, in pensieri che, forse, avrebbero dovuto restare intimi, avrebbero dovuto rimanere riservati, e che pur, purtroppo o per fortuna, presero altresì forma, riservandosi la possibilità di risuonare chiaramente udibili, e uditi, alle orecchie del proprio ascoltatore, di quel figlio mai avuto.
« … tu lo amavi? » sussurrò Leas, lì quasi timoroso di prendere voce, di interromperla per una domanda apparentemente banale e pur tutt’altro che tale, o non vi sarebbe stata, da parte sua, alcuna ragione a formularla, soprattutto laddove, volendo ingannarla, sarebbe per lui stato lì conveniente restare in silenzio e limitarsi ad annuire, con falsa comprensione.

Silenzio fu la prima replica della donna a quella questione, a quell’interrogativo pur non complesso, pur non improbabile da comprendere nelle proprie accezioni, nel proprio valore, e pur, apparentemente, si carico di dolorose emozioni, sì contraddistinto da una pena impossibile da comprendere per chiunque non avesse vissuto quanto ella era stata costretta a vivere, da rendere difficile ipotizzare una qualche risposta adeguata, una qualche replica opportuna, almeno nei toni che più avrebbero potuto essere riconosciuti quali confacenti a un argomento simile, sì importante.
Quando, alfine, ella recuperò comunque voce, ciò che volle riservarsi occasione di condividere con il proprio interlocutore fu una risposta assolutamente sincera, tanto da spingerla, in cuor suo, a pregare che egli non fosse il traditore che voleva pur insistentemente credere era, o tanta onestà, tanta trasparenza e tanta generosità nel condividere tutto quello sarebbe andata completamente sprecata, dissacrando in maniera blasfema l’importanza di quel ricordo e delle emozioni, tuttora, a esso collegate…


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