11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

lunedì 10 giugno 2013

1967


Per due mercenari professionisti come Howe e Be’Wahr, che della guerra avevano reso la propria professione non di meno di quanto non avesse avuto interesse a compiere la stessa Figlia di Marr’Mahew, sebbene con risultati inevitabilmente diversi, obbligatoriamente minori, nel non essersi dimostrati in grado di competere con lei e con la sua abilità, tale da permetterle di tradurre in realtà anche l’impossibile, e di affrontare qualunque genere di avversario, includendo in tale annovero anche coloro contro i quali non avrebbe dovuto riservarsi la benché minima opportunità di successo, la più semplice speranza di trionfo; ritrovarsi a essere protagonisti di uno spiacevole evento qual quello che li aveva veduti sgradevolmente tali nel contempo dell’aggressione degli ippocampi, dell’attacco di quelle bestie immonde alla tranquilla Bael, non avrebbe potuto essere considerato evento degno di entusiastici festeggiamenti, nel proporsi, in effetti e al contrario, qual sgradevole affronto a discapito della loro fama, della loro nomea, della loro notorietà. Ancor peggio, tuttavia, rispetto a una mera questione di professionalità, sui loro cuori, sui loro animi, in quel momento, in quel frangente, non avrebbe potuto evitare di gravare il peso di quanto compiuto o, per maggior precisione, di quanto purtroppo mancato, nel momento in cui più di ogni altro la loro amica, la loro sorella, Midda Bontor, avrebbe potuto necessitare del loro aiuto, del loro supporto, in un apporto che, forse, se non fosse venuto meno, avrebbe anche potuto risparmiare a Be’Sihl, a Seem o ad Av’Fahr le ferite che, purtroppo, erano state riportate nel corso di quegli eventi, di quello scontro al quale non si erano altresì sottratti, non erano, invece, venuti meno.
Ove la loro mancata partecipazione a quegli eventi avesse coinvolto, allora, qualcun altro, avesse riguardato, magari, una qualunque altra missione per loro propria, magari al servizio di qualche tanto ricco, quanto annoiato mecenate verso il quale ogni vincolo di fedeltà sarebbe stato sancito unicamente dalla ricompensa che questi avrebbe loro promesso in cambio del loro operato, del loro braccio armato; probabilmente, sicuramente, alcuna particolare pena avrebbe gravato sui loro animi, non vedendoli più di tanto dispiaciuti per un’occasione di prematura scomparsa loro in tal modo sottratta, in tal maniera negata, in termini che, oggettivamente, non avrebbero potuto loro negare, addirittura, una certa soddisfazione nell’essere riusciti, comunque, a veder l’obiettivo finale conseguito, senza che fosse loro richiesto alcun particola sforzo. In quell’occasione, purtroppo, in quel particolare contesto, spiacevolmente, essi non erano lì venuti meno a un semplice incarico mercenario, a un’occasione, come tante altre, per vedere il proprio domani posto in forse senza alcuna, concreta ragione, che non ricadesse, meramente, in questioni di ordine economico. In quell’occasione, in quel particolare contesto, altresì, il loro apporto era stato loro domandato da un’amica, da una sorella che, per quanto non aveva mancato di promettere loro un più che soddisfacente pagamento a compenso di quanto sarebbe stato loro richiesto di compiere, non avrebbe mai potuto essere confusa con una comune mecenate, con una semplice datrice di lavoro della soddisfazione o meno della quale, oltre un certo, legittimo limite, non avrebbe potuto loro minimamente interessare. In quell’occasione, in quel particolare contesto, a invocare loro aiuto era stata Midda Bontor, e l’ultimo desiderio che avrebbe mai potuto contraddistinguere tanto l’uno, quanto l’altro, fra loro, sarebbe stato quello di scontentarla, quello di deluderla, così come, in quanto entrambi non avevano compiuto, erano certi essersi meritati.
In verità, e a prescindere da qualunque volontaria ammissione di colpa da parte di Howe così come di Be’Wahr, soltanto improbabile sarebbe stato credere che la Campionessa di Kriarya si sarebbe potuta dimostrare qual risentita nei loro riguardi, avrebbe mai potuto dichiararsi scontenta o, addirittura, delusa da parte loro, tanto in quella situazione, così come in contesti persino peggiori. Ella, difatti, per proprio carattere, per propria indole, per propria abitudine, dovendo attribuire responsabilità e colpe, non avrebbe mai mancato di riservarle tutte a se stessa, di destinarle tutte a proprio carico, a proprio discapito, inflessibile, in primo luogo, con se stessa ancor più di quanto non si sarebbe mai permessa di essere con altri, per una questione, innanzitutto, di coerenza, di correttezza, non desiderando essere tanto ipocrita dal richiedere ad altri quanto non avrebbe saputo compiere neppure lei. Ciò non di meno, simile pensiero, tale consapevolezza, non avrebbe potuto in alcun modo alleviare il sentimento di malinconia gravante sugli animi della coppia di fratelli di vita seppur non di sangue, al contrario addirittura peggiorandone l’influsso, aumentandone il già spiacevole peso, dal momento in cui, loro malgrado, non vi sarebbe neppure stata la possibilità di essere risentiti, per semplice reazione, nei suoi stessi riguardi.
Vittime dei propri rimorsi, pertanto, ancor prima che di una qualche sfuriata da parte della donna guerriero che pur non avevano avuto ancora il tempo di incontrare, con la quale non avevano avuto ancora possibilità di confrontarsi; i due fratelli stavano allora cuocendo, letteralmente, sotto i raggi dello stesso sole che li aveva richiamati all’ordine e li aveva costretti a confrontarsi con le proprie responsabilità, con le proprie colpe, in attesa del momento opportuno per affrontare la Figlia di Marr’Mahew e per offrirle le proprie più sentite scuse, le proprie più sincere richieste di perdono, pur certi di quanto, da parte sua, tutto ciò sarebbe stato giudicato a dir poco inutile, se non, addirittura e completamente, superfluo. E nell’imporsi, nonostante tutto, tale attesa e tale passaggio obbligato, ove in caso contrario non avrebbero potuto più definirsi in pace con se stessi; alla base dei pensieri di entrambi, per una volta tanto concordi fra loro, così come difficilmente era solito avvenire, null’altro che la preghiera per una pronta possibilità di espiazione avrebbe potuto dominarli, benché quantomeno stolido, da parte loro, sarebbe allor stato invocare ciò, ove questo avrebbe solamente rappresentato, disgraziatamente, una nuova minaccia imposta non soltanto a loro personalissimo discapito, ma anche, e peggio, in opposizione a tutti… inclusa la stessa mercenaria dagli occhi color ghiaccio e, con lei, tutti coloro che già avevano dato riprova del loro valore in opposizione agli avversari che loro due, sfortunatamente, non avevano affrontato, nella più completa assenza di razionalità che mai avrebbe potuto essere allora per entrambi propria.
… non che, ovviamente, la psiche umana, e, in particolare, la psiche di quella strana coppia, avrebbe potuto vantare sempre e comunque straordinaria razionalità.

« Fratellone… » prese voce il biondo, rivolgendosi alla volta del compare, con tono involontariamente lamentoso, non animato dalla brama di apparire pietoso, ma, soltanto e proprio malgrado, espressione di quello spiacevole stato d’animo comune a entrambi, e che egli, da sempre più onesto e trasparente rispetto all’altro, almeno nelle proprie emozioni, non avrebbe saputo allor celare.
« … dimmi, Be’Wahr. » lo invitò lo shar’tiagho, storcendo le labbra verso il basso a quel richiamo, nel non potersi allora definire animato dal desio di un qualche confronto verbale, ma, neppure, desiderando sottrarsi a un dialogo con il compagno, ove da questi in tal modo ricercato, con una cadenza che, in contesti consueti, sarebbe stata per lui stimolo a canzonarlo da lì sino a sera.
« Credi che riusciremo ad avere occasione di guadagnarci il perdono di tutti per quello che abbiamo fatto? » domandò in tal modo invitato, non riservandosi remora alcuna a esprimere un quesito che, purtroppo, avrebbe avuto a doversi definire praticamente retorico, dal momento in cui né Howe, né altri avrebbero potuto offrire la risposta giusta a tale interrogativo, o, quantomeno, non una replica universalmente corretta, tale da accontentare chiunque, a partire dal loro due, sino a giungere alla stessa Figlia di Marr’Mahew, che pur alcuna espiazione avrebbe lì mai preteso.
« Intendi dire per quello che non abbiamo fatto… » lo corresse l’altro, sbuffando e scuotendo appena il capo a quelle parole, non potendo evitare di considerare paradossale doversi colpevolizzare non tanto per un’azione compiuta quanto per un’azione mancata « E, comunque, no. » proseguì poi, offrendo al compare la risposta richiesta, seppur, probabilmente, non quella che avrebbero potuto gradire sentirsi destinare « A meno che Nissa Bontor, o chi per lei, non desideri organizzare una seconda ondata di quei… mostri di mare, per permetterci di prendere parte allo scontro, magari uscendone feriti così giusto per compensare i danni riportati da Seem e dagli altri… » argomentò, dimostrando in tale replica, inconsciamente, quanto fosse anch’egli indubbiamente affezionato al giovane scudiero della loro amica, benché, al pari del fratello, fosse sovente destinatario delle sue beffe.



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