11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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il Diario - l'Arte

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Si conclude, con l'episodio odierno, la sessantunesima avventura di Midda, dal titolo "Il cerchio si chiude"!
E, come credo sia chiaro già da un po', si conclude con questo episodio anche il secondo arco narrativo della lunga saga della nostra eroina preferita!

In questo, ringraziando tutti gli amici della Kasta Hamina, Midda Bontor lascia le proprie avventure siderali per ritornare al proprio mondo natale, cresciuta, sicuramente, cambiata, certamente, e pur desiderosa di tornare alla dimensione originale della propria quotidianità, e di quella quotidianità che, del resto, l'ha sempre contraddistinta.

A domani, quindi, con l'inizio di qualcosa di un'altra storia!

Sean, 16 marzo 2020

mercoledì 14 luglio 2021

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Nella tradizione propria dell’antico regno di Shar’Tiagh, ancora all’epoca dei faraoni, il matrimonio non avrebbe previsto particolari eventi o cerimonie pubbliche: totalmente slegato da una qualche interpretazione religiosa, avrebbe avuto a dover essere piuttosto riconosciuto qual un contratto privato, e un contratto fra i due sposi, all’interno del quale erano concordati i reciproci diritti e doveri, sancendo, in tal maniera, l’accordo alla base del quale avrebbe avuto a regolarsi la vita futura della coppia.
Ma laddove l’antico regno di Shar’Tiagh era crollato, ed era crollato, secondo le credenze comuni, spinto nella polvere dagli stessi dei stanchi dell’arroganza propria di quello che pur si era proclamato qual popolo eletto; molti aspetti della vita comune un tempo scollegati da qualunque possibile chiave di lettura di stampo religioso erano stati rivisti e ricollegati, con attenzione, alla ricerca dell’approvazione divina. Molti aspetti fra i quali, ovviamente e ineluttabilmente, anche il matrimonio.
E così, quello che in passato era stato semplicemente un accordo privato, un contratto fra due persone, tuttalpiù contraddistinto da una celebrazione privata con familiari e amici; si era quindi trasformato in qualcosa di completamente diverso, e in un impegno preso non tanto con il proprio sposo o con la propria sposa, ma con gli dei tutti, innanzi ai quali si sarebbe andato a definire il proprio amore, e un amore che non avrebbe dovuto trovare occasione di fine. In tale, nuova chiave di lettura, in effetti, anche alcune caratteristiche non necessariamente presenti, ma neppur obbligatoriamente assenti, dei precedenti contratti erano state riviste, ed erano state riviste allo scopo di meglio adattarsi a una consacrazione religiosa che potesse avere a compiacere gli dei: la scomparsa della possibilità del divorzio e la scomparsa del concubinato.
Nell’antico regno, infatti, in quanto semplice contratto privato fra due persone, il matrimonio poteva essere quietamente sciolto nel momento in cui gli accordi presi fossero stati violati dall’una o dall’altra parte, sovente ritrovandosi anche accompagnati da una determinata somma di denaro a titolo di risarcimento per i danni che, tutto ciò, avrebbe potuto aver a riservarsi. E, ancora, all’interno del contratto avrebbe potuto essere inserita una clausola atta a prevedere, soprattutto per l’uomo, la possibilità di giacere non in maniera esclusiva con la propria sposa, ma anche, all’occorrenza, con delle concubine, e delle concubine a loro volta contraddistinte da diritti e da doveri, seppur in misura inferiore rispetto a quelli propri della sposa in senso stretto.
Con la caduta dell’antico regno, e una reinterpretazione del matrimonio in chiave religiosa, tuttavia, la pratica del divorzio era stata considerata impossibile da accettare, là dove avrebbe avuto a dover essere inteso, necessariamente, qual un torto agli dei stessi e alla benedizione da loro effusa sugli sposi al momento della loro unione; mentre la possibilità del concubinato era stata assolutamente proibita, nel riconoscerlo qual qualcosa di troppo simile alla pratica degli harem propria dei nemici di Far’Ghar e, in ciò, necessariamente invisa agli dei. Ciò senza dimenticare quanto la società shar’tiagha moderna aveva visto una straordinaria rivalutazione del ruolo della donna, in termini tali da portarla non soltanto a equivalere, in tutto e per tutto, all’uomo ma anche, e a tratti, a essergli superiore: una mirabile ridefinizione di quegli equilibri un tempo in netto favore del patriarcato a confronto con la quale, quindi, qualunque forma di poligamia maschile, esplicita o implicita, non avrebbe potuto riservarsi spazio alcuno.
Meglio o peggio che potesse essere considerato il matrimonio shar’tiagho moderno rispetto a quello antico, tale esso era. E tale esso ebbe a coinvolgere quindi anche Be’Sihl e Deeh’Od, in una straordinaria celebrazione innanzi a parenti e amici, ma, soprattutto, al cospetto degli dei tutti, la benedizione dei quali avrebbe avuto a vincolare in eterno quella coppia, rendendo, di due, uno.
Una celebrazione, quindi, che sarebbe dovuta avvenire entro le mura di un tempio e al cospetto di sacerdoti e di sacerdotesse, in numero utile da rappresentare, se non l’intero pantheon, quantomeno lo schieramento di dei maggiori. E, ancora, una cerimonia che non si sarebbe potuta che prolungare per non meno di tre o quattro ore, i forse più ancora.
E se, nel riflettere attorno a tale particolare, e a tale particolare di ordine temporale, Be’Sihl non avrebbe potuto ovviare a immaginare la sorpresa, e lo sconforto, propri di Midda Bontor a confronto con l’idea di qualcosa di così estenuantemente lungo, il sorriso che tutto ciò ebbe a donargli non poté che volgere in intima malinconia al pensiero di quanto, proprio malgrado, non avrebbe mai più avuto occasione di confrontarsi con lei.

“Tre o quattro ore...?!” si immaginò avrebbe potuto protestare ella, sgranando i suoi meravigliosi occhi color del ghiaccio, di un azzurro così chiaro da poter quasi essere confuso per il bianco stesso dell’occhio, quasi come se fra la pupilla e tutto il resto avesse a mancare un’iride “Non sarebbe possibile condensare la questione in tre o quattro minuti...?! Non per qualcosa, ma innanzi all’idea di tre o quattro ore di supplizio, francamente, potrei scoprirmi non essere poi così follemente innamorata di te.”

Purtroppo non vi sarebbe stato modo di condensare il matrimonio in un tempo inferiore. Non nel dover rispettare, quantomeno, i dettami propri del rito associato a esso.
La celebrazione del matrimonio, infatti, sarebbe iniziata con l’introduzione di entrambi gli sposi innanzi agli dei tutti, e agli dei tutti rappresentati dai sacerdoti e dalle sacerdotesse presenti, con la definizione della volontà degli sposi stessi di unirsi in matrimonio. Un’introduzione che, per rispetto di ogni dio e dea presenti, non avrebbe potuto avvenire in maniera collegiale, ma individuale, ripetendo innanzi a ciascun dio o dea la propria intenzione di unirsi in matrimonio, secondo una formulazione ben precisa e specifica per ciascuna divinità, nel coinvolgere in maniera puntuale gli aspetti caratteristici della divinità stessa.
Terminata tale dichiarazione d’intenti, sarebbero quindi iniziati i colloqui individuali di entrambi gli sposi con gli dei e con le dee, e, ora, a titolo semplificativo, con la collegialità degli dei e delle dee lì presenti: prima la sposa, e poi lo sposo, avrebbero avuto a dover sostenere un vero e proprio interrogatorio con i sacerdoti e con le sacerdotesse, i quali avrebbero avuto diritto di porre loro qualunque domanda, al fine di esplorare in profondità l’animo dei due e di comprendere quanto autentica avesse a doversi intendere la volontà precedentemente dichiarata. Un vero e proprio processo, quindi, all’intenzione di sposarsi, che avrebbe avuto a coinvolgere separatamente i due promessi sposi, e che avrebbe avuto a perdurare, tanto per l’una, quanto per l’altro, per tutto il tempo necessario agli dei di essere convinti della correttezza di tale matrimonio.
Al termine dei colloqui, gli sposi sarebbero quindi tornati a rivolgersi insieme agli dei e alle dee, iniziando un nuovo giro di interlocuzioni individuali con ciascun sacerdote e sacerdotessa, per richiedere il consenso e la conseguente benedizione a procedere. E solo dopo che tutti gli dei e le dee si fossero espressi in favore di quell’unione, avrebbe potuto iniziare la cerimonia in senso stretto, e quella cerimonia al termine della quale i due non sarebbero più stati due entità distinte ma un’unica cosa, innanzi agli uomini e, soprattutto, agli dei...

“Ho già subito un processo qui a Shar’Tiagh e non mi è andata molto bene...” si immaginò obiettare Midda, sempre meno convinta che tale avesse a dover essere intesa un’idea condivisibile di matrimonio “C’è forse la possibilità che, invece di sposarci, gli dei abbiano a decidere nuovamente per la mia condanna ai lavori forzati nelle miniere di sale...?!”

Be’Sihl avrebbe allor riso di tale definizione e, per quanto improbabile sarebbe stato che una sacerdotessa o un sacerdote avessero a negare loro l’occasione di sposarsi, allorché tentare di suggerirla della necessità di procedere in quella direzione avrebbe avuto a proporle qualche soluzione alternativa, come una fuga romantica e un matrimonio secondo i riti di qualche diversa cultura, e una cultura che avrebbe avuto a concepire tale unione in maniera meno complicata rispetto a quella shar’tiagha.

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