11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

sabato 2 febbraio 2008

023


C
amne era il nome con cui la giovane dai capelli rossi si era presentata alla sua salvatrice quando aveva ripreso conoscenza.
La fuga di Midda dal tempio, dopo il recupero delle pietre, non aveva offerto fortunatamente eccessivi ostacoli: persino gli zombie, infatti, non erano apparsi di fronte al di lei cammino, forse per la sconfitta del monaco albino, celebrante dei riti oscuri del santuario, forse per il possesso da parte della donna delle gemme di Sarth’Okhrin, con le quali misteriose ed occulte capacità comunque ella non intendeva assolutamente avere a che fare. Il di lei incarico era il recupero di quelle due gocce d’ambra ed al di fuori di tale compito ella non desiderava assolutamente agire. L’unica difficoltà incontrata nel lasciare le lande desolate della palude di Grykoo era stata proprio la presenza della fanciulla, inizialmente trasportata di peso perché ancora priva di sensi: la donna guerriero, per quanto forte e tenace, non aveva alcuna inumana capacità di riprendersi dalle ferite che aveva subito. Solo il tempo le avrebbe riconcesso tutte le proprie energie, tutta la propria combattività e, per tale ragione, il condurre seco l’ultima prigioniera del tempio blasfemo non era stata un’impresa banale: nonostante il lieve peso della ragazza ed il minimo ingombro che ella offriva, la donna era stata costretta a caricarsela in spalla, sulla schiena ancora dolente per i troppi colpi incassati, ed a condurla passo dopo passo attraverso la melma e le sabbie mobili, a denti stretti per non gemere il proprio male.
Dopo quasi un intero giorno dall’uscita dal territorio della palude di Grykoo, la giovane aveva finalmente ritrovato coscienza di sé, riaprendo gli occhi e presentandosi con il nome di Camne Margue, dell’isola di Dairlan.

« Dairlan? » aveva ripetuto Midda a quel nome « Sei decisamente lontana da casa, ragazza. »
« D-dove siamo? » aveva a quel punto domandato la fanciulla.
« A sud. Nel regno di Kofreya. » le aveva chiarito la donna.

Dairlan era una piccola isola lungo la costa nord-ovest del continente, a molte settimane di nave dalla loro attuale posizione. Come la maggior parte delle piccole isole, non era controllata da alcun monarca, ma riconosciuta e rispettata da tutti quale territorio libero ed autonomo, autogestito dai propri abitanti in una sorta di sistema democratico che la garantiva quale porto sicuro per navi di qualsiasi bandiera. Pensare che la fanciulla fosse stata rapita tanto a nord per essere condotta fino a quel tempio maledetto aveva un qualcosa di perverso.
Dopo alcuni giorni di cammino nelle valli kofreyote, nel corso delle quali la donna guerriero aveva avuto modo di iniziare a ritemprarsi al fine di non giungere a Kriarya eccessivamente debole, Midda e Camne giunsero quindi alle porte della capitale di quella provincia: la prima desiderosa di riscuotere la propria ricompensa e rimettersi completamente in forze prima di intraprendere il viaggio verso nord; la seconda intimorita da ciò che avrebbe potuto trovare all’interno dei quelle mura.

Kriarya si presentava alta ed imponente, con scintillanti torri di pietra tendenti al cielo quasi come una sfida agli dei, ognuna diversa eppur tutte simili. Nessun edificio all’interno della città offriva forme tondeggianti, preferendo anche nelle proprie basi delle strutture poligonali, per differenziarsi dalla vicina Y’Shalf con cui in realtà condivideva molto più di quanto non volesse ammettere: lo stile architettonico dei due regni, per quanto fra loro nemici, era infatti molto simile nelle preferenze estetiche, a partire da quelle strutture altissime ed appariscenti, concludendo con i particolari minori, quali il taglio delle porte e delle finestre, praticamente assimilabile. Ma se da un lato, ad oriente, ogni angolo sembrava voler essere eliminato in favore di un’armonia di curve e superfici lisce e lucenti; dall’altro lato, ad occidente, ogni curva appariva superflua a vantaggio di spigoli e superfici rude, di pietra nuda. Due volti della stessa medaglia che non desideravano accettare la propria somiglianza e che, grottescamente in quei tentativi fallimentari di diversificazione, cercavano di rinnegare la propria stessa natura per imporsi una sull’altra.
Le mura che abbracciavano l’intero perimetro dell’urbe rispettavano a loro volta lo stile kofreyota, offrendosi in un’ampia pianta dodecagonale, forte e compatta nella nuda pietra grigia della propria superficie, interrotta unicamente sui bastioni più elevati da file regolari ed alternate di finestre, abbastanza larghe da permettere alle guardie al loro interno di scorgere ed attaccare eventuali nemici, ma sufficientemente strette da impedire a qualsiasi offesa nemica di superare tale protezione. Ai dodici angoli del baluardo, poi, si ergevano dodici larghe torri dalla pianta egualmente dodecagonale, in cima ad ognuna delle quali ardeva perennemente, giorno e notte, un grande braciere: il colore delle fiamme di quei fuochi, opportunamente modificato attraverso polveri minerali adeguate, poteva così permettere di comunicare rapidamente messaggi di interesse generale da ogni estremo del perimetro all’intera città, segnalando i più vari pericoli ed emergenze in un complesso codice visivo che ogni abitante della capitale imparava rapidamente a conoscere.
Le porte della città erano solo quattro, disposte nei quattro punti cardinali. Inizialmente, prima della guerra, esse in realtà erano addirittura dodici, ognuna al centro di uno dei lati delle mura: con l’esplosione del conflitto, però, la presenza di così tante vie di accesso era stato considerato strategicamente negativo e per questo si era preferito murare otto ingressi, conservando liberi solo quelli ritenuti estremamente necessari. Il tempo, poi, aveva cancellato anche il ricordo di quelle vie occluse, ricoperte da polvere, terra e muschio così tanto da non poter più essere distinte dal resto della cinta difensiva.

Midda e Camne, giungendo da sud-est avevano avuto l’imbarazzo della scelta in due diverse e comode alternative, ma la donna guerriero aveva preferito allungare il cammino e penetrare nella città dall’ingresso occidentale, più vicino alla locanda in cui era alloggiata: la presenza della ragazza al di lei fianco, infatti, la preoccupava. Al di là dei segni delle catene sulle di lei braccia e gambe, che ancora piagavano la di lei bianca pelle, la fanciulla offriva una certa avvenenza in quel suo non essere ancora donna ma non essere più neanche bambina: un corpo così giovane e puro avrebbe certamente attratto molti sguardi all’interno di Kriarya e, di certo, a seguito delle occhiate sarebbero giunti tentativi di approccio più o meno violenti. Normalmente la donna guerriero non avrebbe temuto nessuno di tutti gli abitanti della capitale, ma sapeva di essere ancora estremamente provata dalla missione all’interno della palude e rischiare di ritrovarsi ad affrontare orde di pendagli da forca per proteggere quell’investimento dai capelli rossi era l’ultima cosa che desiderava. Per questo un poco di prudenza non sarebbe guastata.
L’ingresso a ponente dell’urbe era, al pari degli altri ingressi, presidiato da un drappello di soldati kofreyoti: la sorveglianza, ovviamente, era minima, atta unicamente a ridurre il rischio della presenza di eventuali spie y’shalfiche. Nessuno comunque badava a chi entrava ed usciva dalla città, specie durante il giorno: anche al suo primo ingresso a Kriarya, Midda non aveva dovuto fare altro che offrire il proprio nome e lo scopo della propria visita, domande che successivamente non le erano più state poste essendosi presto realizzata un’adeguata fama utile a non concedere più dubbi sulla propria identità.
Giungendo così alla porta, la donna guerriero avanzò con passo fermo e schiena dritta attraverso la solita folla di mercanti nomadi lì impegnati in ogni genere di affari, tenendo accanto a sé la ragazza e non offrendo alcuno sguardo a tutti coloro che, al contrario, a lei ne donavano parecchi. Era ormai abituata ad una simile accoglienza e nonostante la maggior parte di quelle persone sapessero, ora, con chi avevano a che fare, essi non rinunciavano a bearsi per pochi istanti della vista di quel corpo inarrivabile, considerato più che sprecato nell’attività mercenaria che ella aveva scelto per la propria vita.

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