11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

martedì 12 febbraio 2008

033


« R
egola numero due: una donna non si minaccia neanche con un fiore… non ve lo ha insegnato vostra madre? » sorrise Midda, squadrando le due guardie.

I due giovani uomini, ancora sconvolti dalla rapidità dell’attacco della donna, erano a terra stringendosi dolenti le braccia da lei colpite dopo le gambe. Con la punta di una lancia e quella di una spada rivolte ai loro corpi, non era semplice apprezzare l’ironia della loro avversaria: anzi, non era assolutamente possibile neanche formulare un pensiero di senso compiuto. Comprendevano perfettamente i rischi del loro mestiere, ma ritrovarsi in quel momento di fronte all’inevitabilità della morte scatenava in loro i terrori più profondi ed incontrollabili.
La donna guerriero restò per un istante ancora su di loro per poi scattare in un nuovo gesto rapido non meno di quello d’offesa, rifoderando la spada e rigirando la lancia a guidarla in posizione di guardia dietro la propria schiena, arretrando di un passo per offrire aria alla coppia. Erano giovani, troppo giovani per quel mestiere: se ella fosse giunta con intenzioni diverse dalle proprie, essi sarebbero sicuramente morti ancora prima di comprendere la di lei presenza. Possibile che il suo mecenate si era ridotto a reclutare uomini tanto inesperti per la propria difesa? In città vi era davvero una moria tale di mercenari più valenti, guerrieri più esperti, tale da giustificare una scelta tanto sciocca ed imprudente?

« Il mio nome è Midda. Midda Bontor. » si presentò infine alle due guardie « Sono al servizio di lord Brote, esattamente come voi. »

La reazione espressiva dei due uomini a quell’affermazione valse più di mille parole: per quanto non l’avessero mai incontrata prima, quel nome era risuonato più di una volta in ogni discorso quotidiano con i loro compagni. E mai in senso positivo.

« Noi… non lo sapevamo. » cercò di giustificarsi uno dei due, provando ad accennare a rialzarsi.
« Lo comprendo. E comprendo che stavate solo cercando di svolgere il vostro lavoro. » annuì la donna, con sguardo fra il severo ed il sereno, ora che le presentazioni erano state compiute « Ma se desiderate poter arrivare alla fine del mese, abbiate il buonsenso di non esporvi in maniera tanto plateale, la prossima volta: se fossi stata veramente vostra nemica, sareste già in gloria ai vostri dei. »

Quelle parole, seppur formulate in modo da apparire un rimprovero, volevano essere più un avvertimento, quasi un consiglio d’amico, che i due giovani apprezzarono sinceramente mentre ritrovarono doloranti la posizione verticale.

« Conoscete Degan? » aggiunse la donna, roteando nuovamente la lancia per riportarla in avanti, orizzontale ora, ad offrirla al proprietario precedentemente disarmato.
« Il mercenario tranitha? » domandò di rimando uno dei due.
« Sì. » confermò ella « E’ un ottimo maestro d’arme… se avete l’occasione di incontrarlo, presentatevi da lui con la mia raccomandazione: vi potrà offrire qualche consiglio utile. »
« G-grazie… » tentennarono entrambi in risposta a quelle parole.

Riprendendo il proprio cammino, la donna guerriero risalì la gradinata verso il portone mentre i due si fecero rispettosamente da parte: ciò che aveva detto loro era stato in assoluta buona fede, ma nel proprio cuore ella era convinta che quella coppia di disgraziati non sarebbe sopravvissuta abbastanza a lungo per avere l’occasione di essere adeguatamente addestrati al compito che si erano scelti. Ed era triste superarli, conscia di tale realtà, di star osservando due vite già concluse.
Superato il portone in legno di ingresso alla torre, altri posti di guardia l’attesero, in un rito di controlli a cui era abituata: fortunatamente per lei, e per le altre guardie, tutti visi che incontrò erano già conosciuti e non rallentarono il di lei cammino più del dovuto. Per raggiungere il suo mecenate, ella avrebbe dovuto risalire fino quasi alla cima della torre e pensare di essere arrestata in quell’ascesa ad ogni livello non le avrebbe fatto assolutamente piacere. L’interno della torre, del resto, presentava un’alternanza di scale a chiocciola realizzate nel centro e sul perimetro della stessa, cambiando posizione di livello in livello in modo da offrire una struttura meno accessibile e più facilmente controllabile: ad ogni piano, infatti, la rampa di scale terminava, costringendo gli inquilini della torre a muoversi dall’interno all’esterno o dall’esterno all’interno alla ricerca della successiva possibilità di salita o di discesa, attraversando o grandi atri vuoti o stretti corridoi utili a dividere lo spazio in diversi ambienti. In quella risalita, Midda si ritrovò così a dover salutare praticamente la maggior parte delle guardie della costruzione, offrendo di volta in volta varie battute più o meno ironiche e rispondendo ad ogni complimento offertole, ma cercando comunque di evitare di rallentare il proprio cammino più dello stretto indispensabile. Nonostante tutto il di lei impegno, oltre una decina di minuti furono impiegati per raggiungere lo studio del mecenate a partire dall’ingresso alla torre.
Ritrovandosi di fronte all’ultima rampa di scale da percorrere, la donna guerriero fu costretta ad arrestarsi, per offrire tempo all’ultimo livello di guardia di chiedere udienza al signore della torre: un protocollo che aveva giudicato fin troppo sofisticato per un banale criminale arricchito quale a tutti gli effetti l’uomo era.

« Lord Brote ti attende. » le comunicò, dopo poco, una delle guardie.

La donna guerriero poté così raggiungere finalmente il proprio mecenate, accedendo ad uno degli ultimi piani della torre, ove egli aveva realizzato il proprio studio. Esso era costituito da un largo spazio esagonale, tale da occupare l’intera sezione a disposizione, dove le scale a discendere si offrivano sul perimetro esterno e quelle a risalire, verso le camere private dell’uomo, sull’interno: in tale area, illuminata dalla luce proveniente da tre gruppi di trifore disposte in maniera regolare ed alternata, erano diversi mobili in legno chiaro e lucido, principalmente sedie, poltrone e tavolini, ma anche due librerie ed una bassa credenza, con due ante ed alcuni cassetti. Sui pavimenti, poi, un lusso ostentato di morbidi tappeti y’shalfichi, in coordinato con arazzi di medesima origine posti alle tre pareti libere da finestre, appariva in un paradossale contrasto con l’architettura kofreyota, dimostrando quanto interesse verso questioni politiche era offerto dal proprietario di quelle stanze: la guerra fra Kofreya ed Y’Shalf era una realtà esterna agli interessi del mecenate e, dove questo gli avesse anche potuto offrire un tornaconto, egli sarebbe stato tranquillamente disposto a contrattare con i “nemici del regno” al pari di chiunque altro.

« Mio signore. » esclamò la donna, rivolgendosi in saluto al proprio datore di lavoro con una punta di sarcasmo non celato nella voce ed un accenno falsato di inchino.

Lord Brote, in piedi al centro della stanza, attendeva l’arrivo della sua migliore risorsa, del suo asso nella manica invidiato da tutti gli altri signori di Kriarya: essi lo avrebbero ucciso più che volentieri solo per potersi accaparrare i servigi della donna guerriero, indifferenti alla crisi negli equilibri di potere che avrebbero creato con un simile atto. Alto una spanna più di ella, l’uomo mostrava con fierezza di aver superato la quarantina, un’anzianità più che invidiabile in quel mondo, in quella città, negli affari di cui egli si occupava. I capelli brizzolati, tendenti al grigio ed al bianco più che al nero di un tempo, ricadevano lunghi in un caschetto scalato attorno al di lui viso: un volto severo, che nonostante l’età conservava un’intrinseca giovinezza, enfatizzata da chiari occhi fra l’azzurro ed il grigio, scintillanti di un’energia raramente ritrovabile nella maggior parte delle persone. Avvolto in un largo mantello di velluto rosso sull’esterno e verde sull’interno, egli si offriva rivestito nella parte superiore del corpo da una leggera armatura argentata con fregi dorati, a protezione del busto e delle spalle, lasciando invece scoperti fianchi e gambe circondati altresì da larghi pantaloni grigi, trattenuti sotto le ginocchia all’interno di alti stivali di pelle nera.
All’apparizione di Midda e a quel suo irriverente saluto, egli non poté fare a meno di sorridere: chiunque altro avrebbe pagato per un simile comportamento nei suoi riguardi, ma a quella donna, solo a lei, tutto ciò era concesso e dovuto.
Un investimento troppo prezioso per essere altresì sprecato in nome dell’orgoglio personale.

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