11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

domenica 3 febbraio 2008

024


L
’ingresso della donna e della ragazza in città non poté passare inosservato. Se sulla porta occidentale gli sguardi si erano voltati verso di loro, all’interno delle mura non fu diverso se nonché, oltre agli sguardi, anche qualche esplicito commento non mancò di essere presentato, come Midda aveva purtroppo previsto.
Sebbene il passo dettato dalla donna guerriero restò regolare e ritmico, controllato al fine di dimostrare assoluta sicurezza ed alcuna fretta altrimenti interpretabile come chiaro segno di timori e debolezza, ella cercò di non rendere il cammino verso la locanda di un solo piede più lungo del dovuto. Negli occhi color ghiaccio di lei, le pupille si contrassero fino a risultare due punti neri quasi indistinguibili, offrendole un’apparenza spettrale: nessuno osava rivolgersi direttamente verso di lei né accennare un solo commento su di lei anche qualora ella fosse già lontana, temendo l’ira di quella mercenaria, che sembrava essere stata forgiata dagli dei solo per combattere ed uccidere.
Al di lei fianco, però, Camne non fu egualmente protetta dall’aura che avvolgeva la sua salvatrice: per quanto reverenziale timore potesse essere in grado di generare la donna guerriero, la presenza di una preda tanto giovane ed attraente in un simile covo di disperati senza anima o onore appariva simile a quella di un cerbiatto ferito e spaesato in mezzo ad un branco di lupi. Neanche la tonaca bianca macchiata di sangue rappreso fu un sufficiente disincentivo a tanto interesse: quel viso così innocente e puro, circondato da folti capelli simili a fuoco, era troppo candido per poter creare dubbi sull’assoluta inoffensività della fanciulla. Certamente in quel momento era protetta da Midda e solo uno stolto senza alcun amore per la propria esistenza avrebbe osato avvicinarsi a lei, ma in tutti loro era la certezza che la donna guerriero non avrebbe potuto proteggere quel bocconcino prelibato in eterno. Prima o poi, la fanciulla sarebbe rimasta sola, ed in quell’esatto istante ella sarebbe diventata loro.
Ma se era vero che solo uno stolto senza alcun amore per la propria esistenza avrebbe osato avvicinarsi alla donna guerriero, era purtroppo altrettanto vero che in Kriarya, in effetti, candidati ad un tale ruolo non mancavano. Ed il primo fra essi decise di mostrarsi tale proprio quando solo pochi passi separavano la coppia dalla loro meta.

« Sei stata gentile a portarci una tua amica, sfregiata. » commentò una voce maschile.

La donna guerriero si voltò verso il proprietario di quella voce, ritrovandosi ad osservare un uomo più alto di lei di almeno un piede. I capelli di egli, castani con riflessi dorati per effetto del sole, e la di lui pelle, abbronzata al punto da essere praticamente bronzea, lo qualificavano immediatamente come tranitha. Tagliata corta ma non troppo, quella chioma quasi felina incorniciava un viso duro, spigoloso nei suoi tratti e nei suoi zigomi, sul quale un unico occhio blu risplendeva nel lato sinistro del viso: laddove avrebbe dovuto offrirsi l’occhio destro, invece, una benda marrone avvolgeva il capo, perdendosi fra i capelli. Il corpo dell’uomo, poi, si presentava muscoloso e forte, lucente nella tonalità della di lui pelle e nel misto di olio e sudore che lo ricopriva: nessun abito celava le membra guizzanti sotto l’epidermide tesa, fatta eccezione per un perizoma e due sandali di cuoio. Al suo collo erano i resti di qualche altro abbigliamento, forse una casacca o una tunica, che stracciati pendevano frementi sul largo petto scolpito, agitati ritmicamente da un respiro aritmico, a tratti affannoso. Le braccia, poi, si mostravano bendate attorno ad entrambe le mani fino ai polsi, imitando le usanze di alcuni combattenti provenienti dalle terre ad oriente, e ricoperte fino alle spalle da un fitto intreccio di tatuaggi tribali, non troppo diversi in effetti da quelli del braccio sinistro di Midda al di fuori che per il colore il quale, invece di risplendere azzurro, si confondeva quasi con la pelle stessa dell’uomo in una tonalità di marrone. A completare il quadro non piacevole offerto allo sguardo della donna, poi, era l’arma che egli impugnava nella mancina: una medrath, una sorta di spada corta dalla lama triangolare a doppio filo, dotata di un’impugnatura da tirapugni che ne permetteva l’utilizzo come estensione del proprio braccio, della propria mano, rendendola facile da adoperare e particolarmente letale anche in soggetti non addestrati alla scherma. Tali lame, per quanto pericolose, non erano armi da guerriero ma, piuttosto, da bassa manovalanza, da semplici picchiatori che desideravano elevarsi ad un rango superiore, spesso per proporsi come mercenari a qualche potere locale: individui quindi non particolarmente pericolosi per un vero guerriero come era lei, ma comunque da non sottovalutare. Un orso, per quanto dotato di un intelletto elementare animale e privo di qualsiasi istruzione all’uso delle armi, restava pur sempre una bestia temibile: così era l’uomo che aveva di fronte, un orso selvaggio, il cui alito lasciava trasparire le ragioni di tanta imprudenza da parte d’egli. Alcool.

« Sei ubriaco, guercio. » rispose ella, stringendo nella mano sinistra l’impugnatura della sua spada « Cedimi il passo e soprassederò su questo tuo affronto nei miei riguardi. »
« E tu sei una cagna che non vuole accettare il proprio ruolo. » sentenziò l’uomo.

Il vociare che caratterizzava i viottoli della città si arrestò di colpo a quelle parole, mentre ogni sguardo, ogni attenzione si rivolgeva verso il guercio e la donna guerriero. Entrambi erano volti più che noti in città, conosciuti da tempo, entro certi limiti anche apprezzati o temuti, e ciò che stava accadendo in quel momento, se ne rendevano conto tutti, poteva avere risvolti anche gravi. L’uomo aveva ovviamente ecceduto nell’alcool, forse a festeggiare qualche propria scorribanda notturna, forse per altre ragioni, e questo l’aveva condotto in quello stato di assenza di raziocinio tale da permettergli di sfidare apertamente Midda, di insultarla davanti a tutta la città: certo, ciò che aveva detto era un pensiero del resto condiviso da molti, ma nessuno avrebbe mai osato offrire voce a tale idea. Per quanto femminile potesse essere il di lei corpo, l’animo di ella era irrimediabilmente guerriero, pronto a seminare morte con la stessa naturalezza con cui un contadino avrebbe sparso chicchi di grano su un campo arato.
La donna guerriero socchiuse gli occhi a quelle parole, valutando rapidamente il da farsi: prevedibilmente l’uomo avrebbe atteso solo pochi altri istanti prima di tentare un raffazzonato attacco, offesa che ella, nonostante non fosse al pieno delle proprie energie, non avrebbe avuto alcun problema a scartare, estraendo la propria lama e ponendo rapidamente fine a quell’assurdo scontro. Nelle leggi non scritte di Kriarya, ella avrebbe avuto pieno diritto a prendere la vita dell’uomo, come risposta sia all’offesa subita, sia al tentativo di attacco che stava per compiere: nessuno attorno a loro, anzi, si attendeva qualcosa di diverso da quella conclusione, dalla morte del tranitha che, per propria disgrazia, era apparso nel luogo sbagliato al momento sbagliato. Nonostante però quella morte le fosse dovuta, ella non riteneva utile pretenderla in quel frangente. Era una mercenaria ed era abituata a dare un valore ad ogni propria azione: la morte dell’uomo sarebbe stata del tutto gratuita, non offrendole nessun vantaggio, non concedendole alcun privilegio, neanche sociale, superiore a quelli che già possedeva. Ed in quel pensiero, la strategia di difesa era stata già pianificata chiaramente nella di lei mente.

Come previsto da Midda, come atteso da tutta la folla apertasi attorno a loro, l’uomo inspirò affannosamente una grande boccata d’aria, prima di gettarsi sconclusionatamente contro di lei, con foga animale, tendendo il braccio destro in avanti per riuscire ad afferrarla e bloccarla, ed il braccio sinistro indietro, a caricare il colpo di grazia. Nell’offuscamento offerto dall’alcool, egli non desiderava neanche tentare di possederla, di dominarla: era solo la di lei morte ad interessarlo, solo la di lei distruzione, perché ciò che egli non poteva avere non aveva senso che potesse esistere. La donna guerriero, senza scomporsi, spinse con delicatezza ma decisione la propria compagna a terra, al proprio fianco, liberando così il braccio destro, lucente nel metallo nero dai riflessi rossi dell’armatura che perennemente l’accompagnava. Quando il guercio giunse a lei, mirando al collo con la propria enorme mano, ella mosse la propria mano sinistra ad afferrarne il polso, in un gesto rapido come quello di un serpente, muovendosi lateralmente per evitarne la traiettoria e tirandolo con un minimo di forza a rivoltare contro egli stesso tutta quell’enfasi, sbilanciandolo nella propria stessa irruenza. Impossibilitato a controllare i propri movimenti, l’uomo si ritrovò così da predatore a preda, squilibrato in avanti e privo di difesa da qualsiasi attacco che ella avrebbe voluto offrirgli: e la donna non mancò di avventarsi contro di lui, guidando in un’ampia parabola il proprio braccio destro, la propria mano destra, ad impattarsi sul retro di quel collo taurino, colpendolo di taglio e con violenza controllata all’attaccatura del capo stesso.
Un’azione che non si protrasse per più di pochi secondi e che vide l’uomo crollare privo di sensi ai piedi della donna, impassibile sopra di lui.

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