11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

mercoledì 6 febbraio 2008

027


« C
hi va là? » domandò ad alta voce la donna guerriero, con la mano sinistra sull’elsa della spada.
« Be’Sihl. » rispose una voce maschile da oltre la porta, con tono leggermente squillante.

Al nome del locandiere, Midda rilassò i muscoli ed i nervi, dirigendosi tranquilla verso l’ingresso dell’alloggio per aprirla e permettere al medesimo ed ai di lui aiutati di entrare, per portare l’acqua calda come da lei richiesto.
Oltre la porta, leggermente rosso in viso per lo sforzo nel reggere due grandi secchi straripanti d’acqua, era un uomo assolutamente medio: statura media, poco superiore ai cinque piedi e mezzo, corporatura media, probabilmente non oltre le centocinquanta libbre, età media, sopra i trenta e sotto i quaranta. Ben lontano dall’essere medio, invece, era il di lui aspetto, che al contrario lo caratterizzava in maniera pressoché unica all’interno della città. I lunghi capelli neri che coprivano il suo capo, composti in una miriade di piccole trecce secondo lo stile di alcuni regni del deserto, e la pelle scura, decisamente più che una semplice abbronzatura, indicavano chiaramente l’etnia shar’tiagha dell’uomo. Il volto, però, non ricalcava completamente i tratti tipici della zona ed, anzi, se ne scostava parecchio: il mento non si tendeva appuntito, gli zigomi non si offrivano alti come nella maggior parte dei shar’tiaghi ed, anzi, sopra il profilo leggermente tondeggiante del viso, labbra carnose ed un naso tondo appena schiacciato si presentavano assieme a due splendenti occhi castano chiaro, tendenti quasi a tonalità arancione in una forma leggermente obliqua. Un insieme di caratteristiche abbastanza variegate che lasciavano quindi facilmente pensare ad un retaggio familiare vasto e intrecciato, probabilmente frutto di molteplici matrimoni misti che, come sempre, finivano per concedere ad un individuo singolo una moltitudine di pregi di varie popolazioni, creando sempre persone uniche ed irripetibili.

« Vieni pure… » invitò la donna, accennando un sorriso cordiale e tenendo la porta aperta all’uomo ed ai due garzoni che lo aiutavano con i secchi.
« Calda ma non troppo, come piace a te. » commentò egli, facendosi strada nelle stanze diretto alla vasca in legno.

Sotto i capelli intrecciati di egli potevano distinguersi due orecchini d’oro di forma circolare, uno per ogni lato del viso, mentre sopra una larga camicia bianca, a tratti penzolante in maniera disordinata fuori dai pantaloni rosso-violacei, si mostrava lucente un bracciale altrettanto dorato: tale ornamento, richiamando in maniera inequivocabile le decorazioni della terra d’origine dell’uomo, era il maggior vanto del locandiere, un’eredità familiare che indossava in ogni momento del giorno e della notte con orgoglio e senza mai timori, tanto che più volte aveva anche ricavato qualche rogna da tanta sicurezza. Suggerire a Be’Sihl maggiore prudenza, meno ostentazione di un simile gioiello, comunque, era stato da sempre fuori discussione: l’uomo, infatti, era troppo fiero di quell’ornamento, troppo legato ad esso per pensare di riporlo lontano dal proprio sguardo e dal proprio corpo. Una vera e propria questione di principio, per lui, al pari del diritto a non indossare scarpe senza per questo essere giudicato come selvaggio o al pari del diritto a possedere una locanda senza dover sottostare obbligatoriamente all’influenza di un criminale locale: diritti che solo un carattere forte, come a tutti gli effetti era il suo, poteva essere in grado di pretendere e difendere.
Midda, pur essendo forse una delle persone in città più legata all’uomo, non conosceva in realtà molto della di lui storia: si rispettavano reciprocamente, si aiutavano a vicenda senza richiedere alcun genere di compenso in cambio, evento più che straordinario soprattutto per la donna la quale poteva quindi definire quel rapporto come praticamente di vera amicizia, ma non trascorrevano mai sufficiente tempo insieme da approfondire la conoscenza oltre al nome ed a qualche abitudine personale.

« Pensi di riuscire a fermarti per più di una settimana, questa volta? » domandò con evidente ironia il locandiere, vuotando i propri due secchi nel largo catino con funzione di vasca, prima di lasciare spazio ai garzoni per il completamento dell’opera.
« E’ una domanda retorica, vero? » replicò lei scuotendo il capo « Mi spiace… ma se tutto va come spero, fra sette giorni saremo già in viaggio verso il confine tranitha. »
« A proposito, visto che parli al plurale... » commentò volgendosi verso Camne e posando i secchi a terra, ad offrirle le mani libere in gesto d’ospitalità « Non abbiamo ancora avuto modo di presentarci: il mio nome è Be’Sihl Ahvn-Qa, proprietario di questa umile locanda. »
« Più che altro, direi umile proprietario di questa locanda. » lo corresse Midda, amichevolmente.
« Piacere. » accennò un lieve sorriso la fanciulla, offrendo le proprie braccia al locandiere, a ricambiare il saluto « Io sono Camne… Camne Marge. »

Secondo la consuetudine condivisa dalla maggior parte dei regni occidentali era ritenuto un segno di cortesia e fiducia offrire entrambe le braccia, nel momento delle presentazioni o anche semplicemente di un saluto ad una persona verso la quale non si avevano ragioni d’offesa: a tale segno, la controparte avrebbe risposto porgendo le proprie ed appoggiando entrambe le palme delle mani rivolte verso il basso sopra quelle offerte verso l’alto. Tale abitudine era nata come estensione del più classico scambio di stretta di polso: il gesto originale, infatti, lasciava una mano potenzialmente celata, portando un’offerta di pace a potersi trasformare rapidamente in un atto di guerra. Per quella ragione, nel corso del tempo si formò e diffuse l’usanza di non limitarsi ad offrire unicamente il braccio destro ma entrambi gli arti, laddove si fosse voluto concedere davvero rispetto al proprio interlocutore: in tutti gli altri casi, ovviamente, la stretta di polso era ancora in auge, senza incedere quindi in false ipocrisie.

« Benvenuta a Kriarya, Camne Marge. » sorrise l’uomo, sciogliendo delicatamente il saluto.
« Vorrei che considerassi Camne una mia ospite, riservandole ogni cura che concedi generosamente a me, Be’Sihl. » intervenne nuovamente la donna guerriero, notando un certo imbarazzo nella fanciulla « Domani mattina, fra l’altro, sarò costretta a separarmi da lei e… »
« Non aggiungere altro, Midda. » la bloccò egli, sfiorandole delicatamente e rispettosamente il metallo della di lei mano destra « Conosco questa città meglio di te e so bene le insidie che potrebbe celare per una ragazza così giovane e dolce. Nessuno avrà occasione di avvicinarsi a lei o a questa stanza in tua assenza, puoi contare su di me, lo sai. »
« Lo so. » ripeté ella, annuendo « O non dormirei entro queste mura. Ti ringrazio, davvero. »
« Non c’è bisogno di farlo. » concluse egli, facendo cenno ai suoi garzoni di uscire, avendo essi concluso l’operazione per cui erano giunti nel riempire completamente la vasca per la donna « Ed ora, credo sia meglio che io torni ai miei affari, lasciandovi al vostro riposo: non ho la più pallida idea di cosa potete aver affrontato, ma deve essere stato decisamente sconvolgente… non ti avevo mai vista così conciata, amica mia. »

E senza attendere alcuna risposta da parte di Midda, rispettandone la libertà di scelta su cosa dire e cosa non dire nell’evitare di porla nella situazione di essere obbligata ad esprimere spiegazioni, il locandiere seguì i propri aiutanti, scomparendo oltre la porta da cui erano giunti.

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