11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

domenica 24 febbraio 2008

045


A
l nome di lord Bugeor rispondeva uno dei vari signori della città, mecenate al pari di lord Brote per molti mercenari: questi ultimi, all’interno di Kriarya non si ritrovavano uniti in un’unica egemonica organizzazione e ciò permetteva di conseguenza un’equilibrata divisione della forza armata fra le varie figure di potere della capitale stessa. Se un’organizzazione come la Confraternita del Tramonto avesse, infatti, imposto il proprio controllo su ogni mercenario anche in quella città al pari delle altre capitali kofreyote, solo un mecenate avrebbe potuto godere di tali servigi e, quindi, solo egli avrebbe potuto imporre il proprio volere nel territorio dominato. In un accordo non scritto, i signori della città avevano tacitamente stabilito di evitare il ricorso all’azione della Confraternita, preferendo non correre il rischio di arrivare a situazioni di reciproco ed aperto conflitto: servirsi di mercenari autonomi concedeva altresì un facile mantenimento dello status quo, laddove ogni mecenate avrebbe potuto asservire solo il numero di mercenari che fosse riuscito fisicamente a mantenere. La notizia che qualcuno, nella fattispecie lord Bugeor, si fosse affidato alla Confraternita aggravava la già spiacevole situazione che lo vedeva tramare ai danni di lord Brote: politicamente parlando, l’azione di Bugeor avrebbe potuto innescare una reazione a catena che avrebbe potuto condurre alla distruzione del sistema su cui l’intera Kriarya fondava la propria esistenza.
Per Midda, comunque, quell’intero discorso non aveva sinceramente valore: la di lei fedeltà a Brote era tale entro i limiti della ricompensa che egli poteva offrirle e se anche il mecenate fosse un giorno decaduto per lei nulla sarebbe cambiato, lasciandolo affondare da solo e cercando, altresì, nuove fonti di sostentamento a lui alternative. Nonostante questo, ovviamente, non era così priva di rispetto per se stessa da vendersi ad altri mecenati prima di un tale evento e, soprattutto, non era così priva d’onore da poter tradire il proprio per i desideri di un altro signore locale. Se poi tali desideri, invece di essere espressi in giusti termini economici, cercavano di imporsi attraverso il sopruso di un rapimento e di un ricatto, l’unica conseguenza che avrebbero ottenuto dalla donna guerriero sarebbe stata una violenta risposta.
Attaccare lord Bugeor a viso aperto, comunque, non sarebbe stato possibile: per quanto egli stesse violando i taciti accordi con gli altri signori della capitale, solo attraverso una decisione comune degli altri mecenati si sarebbe potuti intervenire a suo discapito senza rischiare di arrivare comunque al conflitto totale. La donna guerriero ed il suo temporaneo alleato, quindi, avrebbero dovuto operare nell’ombra, senza farsi notare e, soprattutto, senza farsi riconoscere o i loro rispettivi mecenati avrebbero dovuto rispondere delle loro azioni.

La residenza di Bugeor, non diversamente da quella degli altri signori della città, era rappresentata da un’alta torre in pietra. Su pianta esagonale, la costruzione si offriva con due diversi livelli: per i primi ottanta piedi circa essa appariva ampia almeno trenta piedi per lato, salvo poi restringersi di netto per i successivi ottanta piedi in una larghezza praticamente dimezzata. Lungo l’intera superficie della torre, sia nella parte inferiore sia in quella superiore, classiche finestre trifore e bifore si mostravano nello stile kofreyota, interrotte nella loro regolarità unicamente nella congiunzione fra i due livelli: in tale perimetro, una successione di dodici doccioni si apriva circondando l’intera torre, a permettere lo scolo dell’acqua piovana che si sarebbe potuta accumulare in quello spazio. In un eccesso desiderio di protezione, non a sproposito in effetti, ad una distanza di circa nove piedi dalle mura in pietra grezza un secondo margine difensivo abbracciava la torre stessa, rappresentato da un’alta cinta muraria: l’ingresso alla tale esterna protezione e l’accesso all’edificio risultavano fra loro opposti, presentandosi rispettivamente il primo rivolto verso nord ed il secondo verso sud, in mondo da offrire una migliore gestione della sicurezza anche con un numero limitato di guardie.
Attendendo il calare delle tenebre per il perseguimento della propria missione, i due mercenari si presentarono allo scoccare della mezzanotte sul versante meridionale della torre, ai piedi della solida roccia grigia che sopra le loro teste si estendeva per circa trenta piedi: meno esposto a sguardi esterni quel punto si concedeva come il migliore per tentare un accesso alla fortezza, anche se sul lato interno si sarebbero ritrovati proprio di fronte all’ingresso alla torre ed alle guardie lì presenti. Il loro piano era semplice quanto rischioso: avrebbero dovuto arrampicarsi lungo le pareti della torre, ascendendo fino alla congiunzione fra i due livelli; da lì avrebbero tentato di forzare la sicurezza della costruzione, non escludendo la possibilità di scontri armati con qualche guardia non ancora addormentata, ed avrebbero così raggiunto l’area di detenzione, ovunque essa fosse, liberando Camne. L’ipotesi alternativa di violare quella fortezza dall’ingresso principale sarebbe stata un assurdo pensiero suicida: neanche con una dozzina di guerrieri al loro fianco avrebbero potuto dichiarare guerra a quella costruzione sperando di poter sopravvivere ad una tale avventata scelta. Per tale ragione, per quanto considerabile forsennata, la decisione di arrampicarsi lungo la verticale della torre appariva la migliore che potevano permettersi di compiere.
In condizioni normali, una simile risalita non avrebbe comportato problemi per la donna guerriero, abile nello scalare le pareti più lisce non meno che nel combattere. Ma a seguito della ferita subita, e dell’impossibilità a muovere il braccio sinistro, la situazione risultava drasticamente mutata dalla norma. Un’arrampicata anche più banale di quella sarebbe risultata estremamente difficile potendo fare affidamento solo sul di lei braccio destro: un percorso simile a quello che li attendeva, di conseguenza, appariva praticamente impossibile a meno di non poter, per una volta, fare affidamento su qualcun altro. La vita aveva duramente insegnato alla mercenaria a non avere mai bisogno di niente e di nessuno, ad affrontare ogni impresa contando unicamente sulle proprie risorse, sulle proprie energie: in quell’occasione, però, Thyres sembrava richiederle di superare questo suo limite diventato quasi peccato d’orgoglio per collaborare con il proprio compagno, al fine di riuscire dove da sola sarebbe stato impensabile avere speranza di successo.

« Dobbiamo procedere il più rapidi possibili. » ricordò ella al tranitha, mentre controllava il nodo attorno alla propria vita della fune che la collegava ad egli « Le guardie dell’ingresso, ammesso che siano sveglie, non dovrebbero notarci se riusciremo ad essere abbastanza silenziosi e lesti: arrivati in cima alle mura esterne dovremo muoverci velocemente, per portarci sul versan… »
« Sfregiata… mi hai già spiegato quattro volte il piano. » sorrise l’uomo, bloccandola prima della nuova ripetizione « Vuoi avere un minimo di fiducia in me, per favore? »
« Se io non avessi molto più che un minimo di fiducia in te non accetterei tutto questo. » replicò lei, storcendo le labbra e sollevando la corda fra loro, come a mostrarla meglio.
« Se tu non fossi ferita, non ti saresti mai sognata di accettare tutto questo. » scosse lui il capo « Non prendermi in giro. »

Midda tacque a quelle parole. Il guercio aveva ragione di pronunciarle, per quanto il concetto che esprimevano non fosse generoso nei di lui confronti: ella aveva chinato il capo di fronte a quella situazione solo perché costretta dal destino. Se solo avesse avuto controllo sulla spalla e sul braccio sinistro, ferita o non ferita, sarebbe proceduta da sola in quell’impresa.
Senza aggiungere altro, l’uomo si voltò verso la parete di fredda pietra, resa appena umida dalla notte, per esplorarla con le dita prima di iniziare l’arrampicata: sei piedi di solida fune separavano il di lui addome da quello della donna e per mezzo di tale congiunzione la forza di egli avrebbe permesso a lei di sopperire al proprio handicap, risalendo a sua volta lungo la parete.

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