11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

mercoledì 20 febbraio 2008

041


A
ll’alba del terzo giorno dall’attentato subito, la donna guerriero riprese piena conoscenza. La febbre che aveva dilaniato il di lei corpo, originata dall’infezione frutto della ferita alla spalla, l’aveva finalmente abbandonata, concedendole per la prima volta un reale e sereno risveglio.
Riaprendo gli occhi la prima immagine che vide fu quella di un soffitto a lei noto, a cui seguirono rapidi i mille piccoli particolari contraddistintivi della di lei camera da letto nella locanda di Be’Sihl: era tornata nel luogo per lei più simile ad una casa, sdraiata nel di lei letto, avvolta in lenzuola pulite e lievemente profumate di fresco. La vista di quel luogo così familiare la tranquillizzò, evitando alla sua solita prudenza di costringerla a scattare in piedi alla ricerca della propria arma: al contrario, lo sguardo di lei restò per un lungo momento rivolto al soffitto ed alle mille sfumature dello stesso a lei più che note, concedendosi un istante di assoluto vuoto mentale prima di iniziare a riprendere il filo interrotto dei propri pensieri. Nel muovere solo lo sguardo attorno a sé, scorse due figure all’interno della stanza, semiaddormentate su due sedie non lontane dal letto ove lei era distesa: la prima figura era quella del locandiere, avvolto in una coperta multicolore dai riflessi vivaci a protezione dell’umidità e degli sbalzi di temperatura della notte; la seconda figura era quella di uno dei garzoni che solitamente aiutavano il proprietario nella gestione della locanda, a sua volta stretto in un’altra coperta, quest’ultima di lana grezza. I capi di entrambi, in quello stato di dormiveglia, erano appena ripiegati in avanti, appoggiando il mento contro il petto e generando, di conseguenza, un lieve russare. Il volto del shar’tiagho, appena corrucciato da un lieve velo di preoccupazione, appariva comunque sereno, come era sempre da quand’ella lo aveva conosciuto la prima volta: era la di lui voce che la donna aveva udito nel delirio in cui era rimasta immersa negli ultimi giorni, quel suono che non l’aveva abbandonata nelle oscure maree dell’oblio della morte, aiutandola a riemergere da esse. Un nuovo debito che ella sentiva così di avere nei confronti dell’unica figura amica in quella città rinnegata anche dagli dei.

Concedendosi sufficiente tranquillità mentale e fisica, Midda iniziò ad effettuare un classico controllo sul proprio corpo, a comprendere il livello di danno che aveva subito e quanta autonomia poteva esserle offerta. Non aveva idea di quante ore o giorni avesse dormito, ma sapeva di non potersi permettere una lunga convalescenza: in Kriarya non vi era posto per i deboli e se lei si fosse dimostrata debole, l’inferno che aveva appena attraversato sarebbe risultato quasi piacevole in confronto a ciò che l’avrebbe attesa. Iniziando dalla mobilità del capo, fu soddisfatta di constatare che solo un lieve dolore conseguiva al tentativo di ruotare il volto verso destra, tirando conseguentemente i muscoli ed i tendini connessi alla spalla lesa. Al contrario, meno contenta fu per la situazione degli arti superiori: laddove il braccio destro risultava perfettamente operativo, il braccio sinistro si ritrovava ad essere praticamente immobilizzato. La ferita alla spalla era ancora troppo fresca, troppo viva per tentare qualsiasi movimento ed, anzi, se si fosse sforzata di certo i punti che percepiva sulla propria pelle sarebbero saltati portandola a rischiare di morire dissanguata. Una prospettiva tutt’altro che piacevole, considerando ciò che aveva passato. La freccia, comunque, non doveva aver fortunatamente intaccato i polmoni o alcun altro organo vitale, altrimenti non sarebbe sopravvissuta per essere lì a constatarlo. Al di là del braccio destro, l’addome e le gambe parvero rispondere come sempre, rassicurandola sul proprio stato di salute e sulle proprie possibilità di sopravvivenza: il braccio sinistro era temporaneamente andato e con il destro non avrebbe mai potuto gestire la spada, ma nonostante quello ella restava ancora una formidabile avversaria per la maggior parte degli abitanti della capitale, membri della Confraternita compresi.
Completato quel controllo fisico, decise di provare a rialzarsi, approfittando del sonno di Be’Sihl, certa che altrimenti egli non le avrebbe concesso di muoversi ancora per lungo tempo. Nel contrarre delicatamente gli addominali al fine di recuperare posizione eretta, non poté evitare di denotare la propria nudità al di sotto delle coperte che l’avvolgevano, fatta eccezione per un ovvio e doveroso stretto bendaggio che le copriva l’intera spalla sinistra, avvolgendosi parzialmente anche attorno ai seni: la cosa non la imbarazzò, non avendo nulla di cui vergognarsi nel proprio corpo, ma introdusse un fattore di svantaggio nei piani di movimento che aveva in mente dato dall’assenza dei di lei abiti. Lo sguardo della donna, quindi, si mosse nell’intero perimetro della stanza alla ricerca dei propri quattro stracci, ritrovandoli puliti, anche più del solito, e ripiegati sulla scrivania: evidentemente il locandiere aveva avuto la premura di non liberarsi dei di lei vestiti, per quanto rovinati, arrivando addirittura a lavarli per farglieli ritrovare pronti per l’uso. Egli la conosceva abbastanza, infatti, da sapere che la donna teneva troppo a quei vestiti, se così si potevano definire, per pensare di sostituirli.
Scoprendosi dalle coperte e tenendo stretto a se il braccio sinistro con il destro, per non sforzarlo, ella adagiò delicatamente i piedi sul pavimento della camera, leggera e silenziosa come un gatto: dalla spalla ferita arrivavano spesso dolorosi avvertimenti, ma la di lei mente si impegnava a filtrarli, al fine di renderle possibile e sopportabile l’utilizzo del proprio corpo nei limiti di quanto le potesse essere concesso da quella lesione. Sollevatasi dal letto, sempre in assoluto silenzio, si mosse accanto al locandiere con la propria naturale grazia, superandolo e dirigendosi alla scrivania vicino alla quale stava riposando, per altro, il garzone. Giunta alla medesima, lasciò per un momento il proprio braccio sinistro per allungare il destro a impossessarsi nuovamente dei propri abiti ma in quel movimento, nel lieve spostamento d’aria conseguente a quell’atto, il garzone si ridestò: in un primo istante egli dischiuse gli occhi velati dal sonno, ad osservare il mondo attorno a sé senza però comprenderlo; poi, quando riuscì a mettere a fuoco le immagini, si ritrovò involontariamente ad esclamare un verso di stupore non meglio definito nell’incontrare le forme nude della donna guerriero davanti a sé, in uno spettacolo che, nonostante il bendaggio, offriva molte ragioni di meraviglia.

« Cosa succede? » farfugliò la voce di Be’Sihl, a sua volta risvegliatosi per colpa di quel gemito.
« Io… io… » balbettò il giovane aiutante, non riuscendo a staccare gli occhi dal corpo della donna ed, al tempo stesso, non riuscendo ad evitare di esplorare tutte le tonalità possibile di rosso con il proprio viso per l’imbarazzo.

Midda, dal canto suo, sbuffò sonoramente, impadronendosi senza più troppe premure dei propri abiti e ritornando verso il letto, desiderosa di rivestirsi e rimettersi in azione. Se solo quel ragazzo avesse continuato a dormire sarebbe potuta allontanarsi indisturbata, invece ora non avrebbe potuto evitare di sorbirsi una predica dal suo benefattore.

« E riprenditi. » commentò ella fra il severo e l’ironico, verso il garzone « Sembra che non abbia mai visto una donna nuda in vita tua… »
« Dove diavolo pensi di andare? » intervenne il locandiere, alzandosi di scatto nel vederla tentare di rivestirsi « La ferita non si è ancora rimarginata… »
« Avrà tempo di richiudersi quando saremo in viaggio verso Dairlan… non sai che è un viaggio lungo? » sorrise lei sorniona per tutta risposta, mentre con non poca difficoltà tentava di indossare il proprio perizoma.
« Tu sei pazza! » esclamò a quel punto Be’Sihl, muovendo una mano al fine di impossessarsi degli abiti di lei e costringerla, così, a restare a letto.
« Non ci provare. » lo fulminò con lo sguardo, ora seria, la donna, bloccandolo con la mano destra « Quei figli di cane hanno rapito Camne e mi hanno quasi uccisa. Vado solo ad esigere la vendetta mia di diritto: la legge me lo consente. »
« Ti farai ammazzare… » replicò egli, a denti stretti.

Nel vivo di quella discussione, nessuno si accorse della comparsa di una terza figura maschile sulla scena, che restò per un primo momento in divertito silenzio, salvo poi intervenire a stemperare gli animi.

« Sinceramente non mi interessa se vuoi farti ammazzare o meno, ma concordo sul lasciarti ancora un po’ nuda… sei un gran bello spettacolo, sfregiata. »

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