11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

sabato 9 febbraio 2008

030


Q
uando la luna giunse a scintillare alta nel cielo, mostrando timidamente solo un lieve arco argentato rivolto a ponente, la donna e la ragazza erano già a godere del riposo dei giusti.

Dopo che Midda ebbe concluso il proprio bagno, l’uso della vasca passò a Camne che ne usufruì per un periodo decisamente minore: a seguito del breve discorso fra loro, la fanciulla aveva apparentemente perso di nuovo la voglia di parlare, richiudendosi nella propria timidezza e nel proprio silenzio. Dal canto suo, la donna guerriero non si sentiva del tutto a proprio agio nel ruolo materno che il fato le aveva imputato e, per questo, non insistette ulteriormente laddove non vide riscontri nella controparte: attese tranquillamente avvolta in una coperta che la giovane lasciasse il largo catino, occupando quel tempo per esaminare ogni pollice della propria pelle, della propria carne, allo scopo di redigere un censimento completo di tutti i danni che quell’ultima missione le aveva inflitto. Incastrato fra il braccio destro ed il metallo del medesimo, sotto la spalla, ritrovò addirittura un dente, ricordo degli zombie che aveva affrontato: dal risultato di quel conteggio decise che il pagamento finale da richiedere al mecenate sarebbe stato pari a cinque volte la ricompensa inizialmente stabilita. Non un pezzo d’oro di meno, a fronte di un numero tanto alto di ematomi, costole incrinate, graffi, morsi e lesioni di vario genere, che per fortuna comunque non avrebbero rappresentato nulla di permanente.
Allorché la ragazza concluse la propria pulizia, ricomparendo a sua volta nuda nella stanza, la donna le consiglio di iniziare ad occupare il letto e cercare di prendere sonno, per quanto l’ora non fosse affatto tarda. Quella sera, infatti, avrebbero saltato, non senza un certo dispiacere, la cena: l’assenza di un abbigliamento adeguato per la fanciulla non rendeva ipotizzabile una loro apparizione in pubblico ed anche laddove tale problema non si fosse presentato la donna guerriero, in effetti, non avrebbe avuto ugualmente intenzione di offrire ulteriore stress emotivo alla giovane, considerando sufficiente l’impatto già avuto con la città in quel primo giorno. Camne avrebbe avuto tutto il tempo, l’indomani e nei giorni successivi, di entrare a contatto con i mille volti di Kriarya e di spaventarsi per essi a sufficienza, senza alcuna esigenza di accelerare i tempi: in fondo nonostante il lungo cammino a piedi dalla palude di Grykoo alla capitale, i viveri non erano loro mancati e fare a meno di un pasto parve un prezzo accettabile. La ragazza non obiettò alla decisione presa dalla sua salvatrice e si infilò senza una parola sotto le coperte del letto, chiudendo immediatamente gli occhi sotto i lunghi capelli rossi ancora bagnati, a cercare un oblio che non tardò a raggiungerla.
Lasciando la fanciulla al proprio riposo, Midda si dedicò con tranquillità all’ultimo compito che ancora le restava da porre in essere prima di affidarsi a sua volta ad oniriche realtà. Senza sprecare il piccolo capitale d’acqua rappresentato dalla vasca ricolma, lasciando la coperta per evitare di bagnarla più del dovuto, ella si inginocchio nuda accanto al bacile, prendendo quelli che osava definire abiti e gettandoli in esso, nella speranza di offrire nuovamente loro una parvenza di dignità. Certo, avrebbe potuto cambiare vestiti senza problemi, visto e considerato che anche nell’armadio ne aveva degli altri praticamente nuovi, inadatti per Camne a causa delle diverse misure fra il corpo pienamente maturo della donna e quello ancora acerbo della fanciulla, ma ella era troppo affezionata a quei suoi quattro stracci per pensare di incamminarsi verso una nuova avventura separandosi da essi. Qualcuno avrebbe potuto definirlo attaccamento infantile, qualcun altro avrebbe potuto ipotizzare una forma di sciocca scaramanzia: lei, in effetti, non si era mai posta il problema. I suoi vestiti le piacevano, si trovava bene dentro di essi, sentendoli come una seconda pelle: e così come non si sarebbe separata dalla propria prima pelle, non avrebbe di certo lasciato quella seconda.
Quando l’operazione si concluse, l’acqua della vasca aveva cambiato completamente colore, trasformandosi in una fanghiglia amorfa che sembrava quasi aver portato in quella stanza una parte della palude da cui erano fuggite. La donna, comunque, si reputò soddisfatta dal proprio lavoro, lasciando riemergere da quel gorgo oscuro i propri abiti, in una parvenza di pulizia che cercava di restituire loro anche una vivacità, nei pantaloni tendenti al rosso per i fianchi e nella fascia di sfumature violacee per i seni. Strizzando con vigore la stoffa al fine di liberarla dall’acqua assorbita, ella portò nell’altra stanza ciò che chiunque altro avrebbe anche avuto vergogna a definire come abbigliamento, per appoggiarlo sulla sedia e lì lasciarlo ad asciugarsi, nell’aria della notte ormai imminente.
Stanca nella mente e nel corpo, la donna osservò per un istante la fanciulla addormentata, interrogandosi silenziosamente sulla correttezza o meno delle proprie scelte. Quasi nulla le era stato concesso di sapere su di lei, sulla di lei famiglia, su come avesse fatto a finire legata all’altare di quel tempio blasfemo. Ammesso ma non concesso che Dairlan fosse effettivamente la terra d’origine di Camne, due erano le possibilità in merito alla di lei famiglia: commercianti o pescatori. Se fosse stata figlia di commercianti, tutto il viaggio che la donna stava pianificando verso nord, non privo di costi e rischi, sarebbe pur valso a qualcosa: i parenti della giovane, infatti, non avrebbero avuto problemi ad offrirle una generosa ricompensa per il servizio reso. Ma se fosse stata figlia di pescatori, quella missione sarebbe stata fallimentare sul nascere, e lei avrebbe rischiato la propria vita ed il proprio denaro per beneficienza. Però, stupidamente, non riusciva a prendere in considerazione l’ipotesi di abbandonare la ragazza al proprio destino: così innocente, così pura nella propria concezione dell’esistenza, ella non sarebbe sopravvissuta più di poche ore nel mondo crudele che la circondava, finendo uccisa nel migliore dei casi o schiavizzata e stuprata per il resto della propria esistenza nel peggiore.

Per cercare di ritrovare serenità mentale e potersi concedere un sonno tranquillo, Midda dedicò quell’ultimo momento di luce, in un tramonto ormai in atto, alla cura del proprio corpo. Per quanto stanca fosse, non si risparmiò assolutamente un momento di distensione fisica, nell’esecuzione di una serie di esercizi che videro coinvolte prima le mani, poi le braccia, il collo, la schiena, i fianchi, le gambe: movimenti ritmici di tensione e distensione, di torsione e rilassamento che sciolsero lentamente ogni stress muscolare e nervoso accumulato nelle di lei membra. In aggiunta a quel rituale che compiva spesso anche prima di una missione o addirittura nel corso della medesima, la donna guerriero estrasse dall’armadio un piccolo tappeto arrotolato, distendendolo al centro della stanza e sedendosi su di esso, per una nuova serie di esercizi. Portando le piante dei piedi ad unirsi davanti a lei, con entrambe le ginocchia piegate ai propri fianchi, la donna spinse con le mani ritmicamente le proprie gambe a toccare il suolo, al fine di offrire di nuovo elasticità alla muscolatura ed ai tendini delle stesse: all’inizio, quasi, provò dolore nel retro delle cosce e dei glutei, fin troppo irrigiditisi nell’ultima missione, ma dopo qualche istante di delicata stimolazione tutto tornò a sciogliersi. Passato qualche minuto in quel primo esercizio, ella proseguì distendendo la gamba destra davanti a sé, dritta, e mantenendo la sinistra così piegata, per poi distendersi con l’addome in avanti e tendere le braccia ad afferrare il proprio piede: come già prima, anche in questa occasione inizialmente dovette constatare che il proprio corpo era rimasto più rigido del dovuto, ma in quel gesto riuscì a ritornarne alla sua naturale flessibilità.
Come al solito si ritrovò a sorridere fra il divertito e l’irritato per l’ingombro che in quel momento le offrivano le proprie forme: i seni, troppo prosperosi per i di lei gusti, erano un ostacolo alla propria agilità, al rendimento che l’intero corpo poteva offrirle. Era in frangenti come quello che arrivava quasi a comprendere le voci in merito alle leggendarie amazzoni tal’harthiane ed alla loro usanza di amputarsi i seni, raggiunta la maturità, per non avere alcun svantaggio rispetto agli uomini nel combattimento e nell’uso delle armi. Ma ella era troppo orgogliosa del proprio corpo e della propria femminilità, della luce di desiderio che con solo la propria presenza sapeva spesso accendere negli uomini, per rinunciarvi: certo, non lo avrebbe mai ammesso, ma per quella ragione non avrebbe mai negato il proprio essere donna. Ed, in aggiunta a quella considerazione, riteneva comunque una sfida più interessante dimostrare di essere migliore di qualsiasi guerriero maschio proprio con ciò che la natura le aveva generosamente concesso: la tradizione delle amazzoni, dal di lei punto di vista, era una negazione del valore della donna, non un’esaltazione dello stesso, nel momento in cui per combattere al meglio preferivano assomigliare agli uomini.
Con quei pensieri, Midda proseguì i propri esercizi fisici fino a quando la luce diurna non scomparve completamente, lasciando la stanza nell’oscurità quasi completa. Solo a quel punto, finalmente rilassata e riposata da ciò che aveva compiuto, arrotolò nuovamente il tappeto, per riporlo nell’armadio. Recuperata la propria spada, la portò ad adagiarsi sotto il letto, vicino al bordo laterale del medesimo dove ella avrebbe dormito dividendo il giaciglio con Camne.

Con un ultimo sguardo alla stanza, la donna guerriero si lasciò distendere a concedersi la prima serena notte di sonno dopo oltre due settimane, mentre la luna guadagnava lentamente il proprio posto in cielo.

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