11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

mercoledì 4 giugno 2008

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I
monti Rou’Farth rappresentavano la catena montuosa più estesa nei regni meridionali del continente di Qahr, espandendosi longitudinalmente all’interno del territorio ed attraversando, con le proprie alte vette sprezzanti verso il cielo, diverse aree di influenza politica. Esistenti da epoche antecedenti ad ogni stirpe di sovrani, ad ogni dominio umano, dove, probabilmente, avevano assistito all’alba della civiltà moderna e dove, verosimilmente, sarebbero rimasti come silenziosi spettatori alla scomparsa di ogni forma di vita, essi si erano ritrovati stupidamente spartiti dagli uomini, quasi potessero essere proprietà di creatura mortale, divisi pertanto fra quattro diversi regni, nell’ignoranza e nell’egoismo tipici di menti limitate ed irrispettose, che ne condividevano l’estensione: Tranith, Kofreya, Y’Shalf e Gorthia.
Più a meridione era il pacifico regno di Tranith: fondato su ideali di pace e serenità per favorire scambi economici e commerciali più che sulla reciproca dominazione, in tale penisola i monti Rou’Farth erano osservati, nonostante tutto, con un certo rispetto, con decisa ammirazione, risultando in questo sfruttati per le proprie ricchezze naturali. Molti erano gli insediamenti che, con estensioni più o meno vaste, avevano posto le proprie fondamenta su quella roccia, traendo da essa il materiale per le proprie modeste erezioni rivolte alla terra più che al cielo, per i propri splendenti edifici adattati a quelle forme antiche e sacre agli dei. La catena montuosa si poneva, pertanto, come una fonte di ricchezza e di vita per i residenti e, meno rispettosamente, quale una scomodità per i mercanti itineranti: questi ultimi, in effetti, erano i soli entro in confini del regno non amare la presenza di quella naturale meraviglia, nel momento in cui, all’interno di quelle forme aspre, si ritrovavano costretti a condurre le proprie carovane percorrendo sentieri forzati, muovendosi attraverso un numero limitato di passi noti, da sempre battuti nel corso della storia, lungo i quali venivano sprecati inutilmente tempo ed energie e, con esse, il denaro che avrebbero altresì potuto rappresentare impiegati in altro modo. Ma questo era e restava un problema di pochi, che nulla toglieva al rispetto offerto nei confronti di simili dimostrazioni del potere e della forza degli dei dalla popolazione tranitha.
Sopra alla penisola di Tranith, i monti Rou’Farth erano visti, al contrario, come un confine, una doppia barriera di difesa ed un doppio fronte d’offesa a divisione dei regni di Kofreya e Y’Shalf. In quelle zone, da tempi tanto lontani dall’essere dimenticati e perduti nella memoria, ogni giorno furiose e sanguinarie battaglie trovavano luogo, versando un quotidiano ed abbondante pegno di morte, vedendo soldati perire a dozzine su quelle cime altrimenti silenziose e solitarie in conflitto sempiterno. Tale, infatti, era l’avversione fra i due regni, così simili fra loro eppur così nemici, forse proprio in conseguenza di tanta somiglianza: gli stessi dei, a levante ed a ponente di quella catena montuosa, erano adorati nell’adempimento dei medesimi riti, ritrovando come sola differenza l’appellativo con cui ad essi ci si offriva; gli stessi edifici, ad est e ad ovest di quella catena montuosa, erano eretti all’interno di città fra loro quasi identiche, vedendo come unica diversità la presenza o l’assenza di spigoli nelle forme di tali architetture; gli stessi problemi sociali, su un versante o su quello opposto di tale giogaia, erano vissuti ed affrontati quotidianamente da popolazioni fra loro del tutto assimilabili, diversificati solo da lievi caratteristiche somatiche spesso tanto impercettibili da richiedere un elevato sforzo di concentrazione all’eventuale osservatore. Nelle praterie kofreyote ad ovest delle montagne e sotto l’influenza di Kriarya, città del peccato, era il fenomeno del brigantaggio: nelle proprie vesti di nera lana grezza, essi cercavano sopravvivenza quotidiana da una nazione alla quale non sentivano di appartenere, dalla quale non si sentivano desiderati o amati, piagati quali erano dalla guerra e dalle violente conseguenze del passaggio degli stessi soldati che avrebbero dovuto essere considerati amici e protettori. Non diversamente, in vesti di bianca lana grezza, anche ad est delle montagne era condotta una simile guerriglia, portata avanti quotidianamente contro il proprio stesso Paese, per il proprio diritto ad esistere, per offrire un futuro ai propri figli: un tempo pastori e cacciatori, anch’essi erano stati costretti a divenire predoni spietati, in conseguenza del conflitto e dei suoi orrori, sempre più interni che esterni, vagando e lottando nelle praterie y’shalfiche ad est, sotto la giurisdizione della provincia di Y’Lohaf. Solo odio e diffidenza, pertanto, potevano essere offerti dai due popoli verso la catena montuosa, a rappresentanza di una guerra senza fine.
Risalendo ulteriormente lungo la linea generata dai monti Rou’Farth, spingendosi fra le cime più alte ed impervie, si giungeva poi all’interno dei confini di Gorthia: in quella zona, nonostante un confine chiaramente delineato, il territorio si proponeva così sfavorevole agli insediamenti umani, così nemico dei mortali, da non subire, in effetti, alcun controllo politico. Ma anche in una simile terra di nessuno, la vita umana non veniva meno e popolazioni nomadi, esuli senza patria, trovavano lì possibilità di vivere insieme, tranquilli, lontani da guerre e violenze: la maggior parte di essi era costituita da soldati disertori o da ex-mercenari, i quali avendo ormai abbandonato ogni velleità bellica fra quei monti cercavano solo la pace, lontano da un mondo che non avrebbe mai potuto offrirla a loro. Celati quali erano fra le cime più alte, essi avevano dato vita a piccole comunità, all’interno delle quali mutuo soccorso era assicurato ed offerto a chiunque ne avesse avuto bisogno, accogliendo, non senza un minimo di sospetto, coloro si fossero avvicinati ad essi alla ricerca come loro di serenità. Semplice era la vita lì condotta nelle condizioni così offerte dal territorio: nessuna legge era a regolamentazione della vita del gruppo, in quanto fedeltà e rispetto verso chiunque erano i soli principi ritenuti necessari al mantenimento della quiete e dell’equilibrio, prevedendo come unica punizione, di fronte a qualsiasi violazione di tale naturale norma, l’allontanamento, l’esilio, l’interdizione perpetua da quelle loro comunità. Nessun commercio era condotto all’interno della comunità: nel momento in cui qualcuno avesse posseduto in eccesso, avrebbe immediatamente offerto tale esubero ai propri compagni, prendendo a propria volta da essi ciò di cui altrimenti avrebbe difettato. Il nutrimento, la dieta con la quale essi vivevano, trovava il proprio apice nella carne derivata dalla caccia, principale attività di vita, accompagnata raramente da frutta o verdura, beni altresì rari e preziosi su quelle vette, a simili quote. I letti nei quali riposavano si concedevano nella forma di folte pellicce, principalmente di orso, all’interno delle quali ci si sarebbe potuti avvolgere in inverno, a ricercare tepore, o sopra ci si sarebbe potuti adagiare in estate, a trovare un giaciglio più morbido del semplice e nudo terreno altrimenti offerto sotto le loro schiene. Le abitazioni della comunità, infine, erano costituite da tende, realizzate con pelli di animale, soprattutto camosci e montoni, tese attorno a tre o quattro lunghi pali in legno legati al vertice: elementari nella propria architettura, simili temporanee costruzioni potevano essere montate e smontate rapidamente, per permettere pronte capacità di movimento al gruppo, pur concedendo, una volta posate nel luogo prescelto, un caldo ed asciutto riparo dalle intemperie del tempo, pioggia o neve che venisse loro concessa.

Proprio all’interno di una delle varie tende di uno di quei gruppi nomadi, in una notte di metà Phamja, un uomo ed una donna impegnavano le proprie energie intrattenendosi reciprocamente nel piacere offerto dal loro rapporto fisico, donandosi bruciante passione, intenso ardore ed assoluta dedizione, in un connubio di sensi raro e prezioso. I due amanti, ritrovatisi da oltre una settimana, non si erano più frequentati per lungo tempo avendo entrambi intrapreso scelte di vita decisamente distanti, ma ciò non si sarebbe mai detto in quel momento: essi apparivano simili a divinità dell’amore, incarnatesi in sembianze mortali solo per poter godere appieno di ogni aspetto di quel sentimento unico.

« A-aspetta… » invocò egli, costringendo le proprie labbra a separarsi dalla carne di lei, nella quale sarebbe potuto perdersi « D-dammi… un minuto. Devo bere, o credo potrei svenire. »
« Mmm… » protestò ella, mordendo delicatamente la pelle del suo collo, a volerlo trattenere a sé « Stai invecchiando. » lo canzonò con aria sorniona.
« Se avere necessità di fermarmi un istante dopo oltre tre ore significa invecchiare… sì, sto invecchiando. » replicò l’uomo, aggrottando la fronte e guardando divertito la compagna.
« Un tempo avresti resistito per almeno quattro, vecchio brontolone. » sorrise la donna, spostandosi sinuosamente dal di lui corpo, per lasciarlo libero di muoversi.
« Un tempo non passavo le mie giornate a prendermi cura di due figli. » commentò scuotendo il capo ed allungando una mano verso la bisaccia dell’acqua, appesa appena sopra di loro.
« Chi è causa del suo mal... » citò, appoggiandosi su un fianco ed osservandolo con desiderio evidente.
« Ehy… e questi graffi cosa significano? » esclamò osservando la pelle della propria spalla arrossata da cinque leggere escoriazioni « Devo ancora comprendere se è meno pericoloso fare l’amore con te o sfidarti a duello, Midda Bontor! »
« Muoviti a bere, Ma’Vret… » lo rimproverò la mercenaria, socchiudendo gli occhi predatori « Se hai ancora fiato per lamentarti significa che non sei abbastanza stremato. »

2 commenti:

coubert ha detto...

Fortuna che Midda doveva correre in cerca della nave, che i suoi amici sono in pericolo... :lol:

Sean MacMalcom ha detto...

[faccina angelica] Ha solo fatto una piccolissima deviazione...