11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

www.seanmacmalcom.org
presenta

www.middaschronicles.com
il Diario - l'Arte
l'Enciclopedia

News & Comunicazioni

Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

martedì 10 giugno 2008

152


I
l destriero, smarrita improvvisamente la presenza del cavaliere sopra il proprio dorso, si ritrovò a muoversi in maniera confusa nella battaglia, distratto in troppe direzioni nonostante la folla attorno ad esso stesse diventando sempre più rada, nel susseguirsi instancabile di morte che presto avrebbe condotto entrambi gli schieramenti all’annientamento completo. Nel cuore pulsante di quella caotica lotta, esso si ritrovò a retrocedere improvvisamente, rischiando di schiacciare sotto i propri zoccoli lo stesso padrone a cui evidentemente aveva offerto la propria fedeltà, la propria vita, non potendolo vedere ancora a terra nel punto in cui le sue zampe si stavano portando: solo la prontezza di riflessi dell’uomo poterono evitare tale tremenda ed ignobile fine, colpendo in maniera istintiva la mercenaria con i propri piedi, al fine di liberarsi della di lei presa per poi lasciarsi rotolare rapidamente di lato, a scartare la traiettoria di quelle mortali presse.
Notando la caduta del loro condottiero per mano della mercenaria, i membri della Confraternita lì astanti mossero con furioso ardire le proprie armi per eliminare gli avverarsi contro cui stavano rivolgendo la propria attenzione nel desiderio di muoversi a contrastare quella donna, per impedire la morte del loro compagno. Midda, spintonata indietro dall’uomo appena disarcionato, ritrovò immediatamente l’equilibrio e levò la spada in propria difesa nel momento utile ad impedire ad una pesante mazza di ferro e legno di schiantarsi contro di lei: l’eventuale impatto sarebbe stato decisamente sgradevole laddove ella risultava ancora ed unicamente protetta dal pesante mantello sottratto all’assassino di Ma’Vret, sicuramente utile nel contrasto al clima freddo di quella notte montana, ma assolutamente privo di significato contro armi di ogni sorta, fosse anche in opposizione al più minuto dei pugnali. Del resto, ella non era abituata a vedere il proprio corpo essere ricoperto da pesanti ed ingombranti armature, preferendo come consueti abiti quattro cenci degni dell’ultimo fra gli straccioni, con lo scopo di coprire le di lei parti più intime e non di proteggerla da eventuali attacchi: ai propri sensi, alla propria agilità, al proprio furore ella affidava in ogni lotta, in ogni scontro, tutta la propria esistenza ed il proprio futuro, fortificandosi in ciò, duello dopo duello, impresa dopo impresa, nell’apprendere come poter sopravvivere ad ogni piega del destino per quanto inattesa. Ai mercenari della Confraternita, giunti per tentare di offenderla, ella non riservò pertanto sorte migliore rispetto a tutti i loro predecessori, tagliandone gole, aprendone ventri, mutilandone arti e, ben presto, liberando la via per poter tornare a fronteggiare il proprio reale avversario.
L’uomo, riconquistata a sua volta equilibrio e posizione eretta dopo la violenta caduta da cavallo, era stato impossibilitato a tornare dal proprio compagno, all’ascendere nuovamente sull’alta sella dell’animale per causa dei continui attacchi da cui dovette difendersi, uccidendo i nomadi che contro di egli cercarono di offrire i propri colpi migliori per porre fine a quella battaglia nella sua morte. Per quanto diverso fosse il suo stile di combattimento da quello della donna, concentrando non tanto nell’agilità quanto nella potenza dei propri colpi forza ed attenzione, affidando alla propria armatura il compito di proteggerlo dai propri avversari, anch’egli non si dimostrò inferiore alla situazione, tenendo testa a tutti i guerrieri che contro di lui ardirono di offrirsi, accumulando i loro cadaveri ai propri piedi in una mortale mietitura: ma laddove la mercenaria affrontava con serietà la morte, rispettandola sinceramente nonostante gli atteggiamenti di lei spesso volutamente ironici, egli si protraeva una continua ed ininterrotta risata ad accompagnare ogni proprio gesto, ogni proprio fendente, ogni movimento dell’ascia o della spada a strappare la vita dai corpi dei propri nemici.

« E così siamo in parità, Midda Bontor. » esclamò egli, ponendosi in posizione di guardia nel volgersi verso la mercenaria.
« Evidentemente nel luogo da cui provieni questa parola assume un significato diverso da quello a cui sono abituata. » commentò per tutta risposta la donna, lasciando roteare la spada attorno al proprio corpo prima di porsi a propria volta in positura difensiva.
« Vuoi forse ammettere la mia superiorità? » domandò con sarcasmo fiero nella propria voce.
« Oh… certamente. » annuì ella increspando le labbra in un sorriso malizioso « Sono sicura che tu riuscirai ad giungere presto dove io mai sono stata fino ad oggi… nel regno dei morti! »

Con impeto l’uomo si scaglio contro l’avversaria, muovendo contemporaneamente l’ascia impugnata nella destra e la spada stretta nella mancina nel desiderio di stroncare la vita di lei, così fragile in quella leggera copertura per il di lei corpo nel confronto con la propria armatura: ella, però, nella lentezza a cui egli fu obbligatoriamente costretto, ebbe il tempo necessario per evitare i due colpi, scivolando all’indietro ed opponendo come unico bersaglio la propria lama dagli azzurri riflessi, contro la quale entrambe le armi nemiche si incrociarono generando una naturale fontana di scintille in tale impatto. Il cavaliere tentò di liberarsi da tale stallo imponendo un movimento rotatorio alle proprie armi, sperando, contemporaneamente, di disarmare l’avversaria: ma dove egli si stava attendendo una fiera resistenza da parte della controparte, la mercenaria pose invece anche la propria energia in quel movimento. Non più l’uomo, pertanto, fu a condurre quel mortale gioco metallico, ma la donna che, con un improvviso e deciso impulso offerto in contrasto a quel giro, scaraventò a lunga distanza la di lui spada, lasciandolo in possesso così unicamente della propria ascia.

« Cagna! » gridò egli con rabbia, ritraendosi di un passo all’indietro.

Per quanto ancora essi avrebbero potuto proseguire nella lotta, il duello trovò in quel momento la sua psicologica conclusione, compresa perfettamente da entrambi i contendenti per quanto lo sconfitto non volesse e non potesse umanamente accettare quella fine a cuor leggero. Nella propria antagonista, certamente, egli non avrebbe mai trovato perdono e possibilità di sopravvivenza, non dopo lo sterminio sistematico che aveva tanto sadicamente comandato e condotto in prima persona, godendo di ogni vittima delle proprie armi, dei propri gesti e tale consapevolezza lo stava spaventando più della stessa idea di morte: proiettando inconsciamente in lei tutta la propria intrinseca malvagità, il cavaliere non poteva evitare di accogliere con terrore il pensiero di ciò che ella avrebbe potuto compiere su di lui qualora lo avesse avuto come prigioniero, nel momento in cui quello scontro fosse volto a suo svantaggio così gravemente da non offrirgli neanche la possibilità di perire sotto i colpi nemici. Nell’interiore conflitto con i propri demoni personali più che in opposizione a Midda, catalizzatore involontario ed inconsapevole degli stessi, egli ebbe la peggio, giungendo all’aspra decisione di non poter proseguire ulteriormente in quella sfida, di non voler affrontare le conseguenze delle proprie azioni nella punizione che ella avrebbe potuto imporgli.
Folle nella fine così come era stato nel corso della propria esistenza, egli si strappò di colpo l’elmo, mostrando per un fuggevole istante il viso di un uomo maturo: pelle chiara ricoperta da lieve ed incolta barba fulva e da troppe rughe, gli imponevano un’anzianità maggiore di quanto effettivamente non fosse, stagliandosi attorno a due giovani occhi scuri, sbarrati nell’evidenza di tale pazzia. Ancora ridendo, nell’osservare la donna ora a lui distante non più di sei piedi, egli sollevò la propria arma, con il chiaro desiderio di usarla contro di sé, per risolvere in maniera definitiva quello scontro, per non concederle alcuna possibilità di vittoria nei suoi riguardi.

« No! » esclamò a quel punto la donna, tendendo la mano destra in avanti, quasi cercare di arrestare il moto di quella scure, del suo doppio filo che con una lieve carezza avrebbe potuto aprire il collo scoperto dell’avversario in maniera assolutamente naturale, quasi spontanea, come se per null’altra ragione fosse mai stata forgiata.

Ma, quasi a dispetto dei desideri dei due contendenti, del suicida da un lato e della mercenaria dall’altro, non fu quella lama a segnare la fine dell’uomo, quanto la punta di una spada che, grondante di eccessivo e variegato sangue, emerse violenta e rabbiosa dalla di lui bocca dopo averne attraversato la nuca, spingendosi poi in egli per oltre tre piedi di lunghezza: un guerriero nomade, liberatosi in quegli istanti dai propri avversari, nell’individuare un’occasione tanto proficua per vendicare tutti i compagni, tutti gli affetti, tutti gli amici morti per mano di quell’essere, non aveva posto alcun indugio intervenendo in un affondo preciso nell’unica parte vulnerabile di quel corpo.
In tal modo, con lo stesso sorriso sadico e malato che aveva mantenuto perennemente sotto il proprio elmo e che solo per pochi secondi aveva mostrato apertamente alla propria nemica, alla donna da egli tanto cercata in battaglia per la consegna di un confuso messaggio, il cavaliere morì. E, dietro di sé, come proprio retaggio, egli lascio solo un amaro beffeggio offerto verso coloro che gli sarebbero sopravvissuti, nella consapevolezza che quella tragica vicenda, per tutti loro, aveva appena trovato inizio e non conclusione.

2 commenti:

coubert ha detto...

che pazzo! :|

Sarebbe stato bene insieme a certi personaggi di Bleach :lol:

Sean MacMalcom ha detto...

Non conosco il fumetto/cartone in questione... ma sono assolutamente d'accordo sulla constatazione della follia del personaggio! :D