11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

lunedì 9 giugno 2008

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« L
e tue parole risuonano confuse, morto. » esclamò freddamente la mercenaria, osservando il suo avversario con occhi di ghiaccio, con pupille nere simili a capocchie di spillo perse all’interno delle iridi azzurro chiaro.
« Non fartene preoccupazione, Midda Bontor. » replicò in una grassa risata il cavaliere « La tua vita sta per terminare e nessun pensiero avrà importanza per te, fra breve. »

In risposta a qualche comando non vocale espresso dal proprio padrone, forse un lieve tocco dei suoi talloni sui fianchi oppure un leggero movimento imposto dalle mani sulle briglie, l’enorme cavallo nero si eresse davanti alla donna guerriero, sollevando i propri zoccoli anteriori, più grandi dell’intero di lei capo, per tentare di schiacciarla, di porre rapidamente fine ad ogni discussione fra loro. Impavidamente ella restò immobile ad osservare l’animale, quel colosso apparentemente scolpito in un blocco di marmo nero tanta era la sua scultore imponenza, per poter analizzare l’armatura che lo ricopriva: essa, purtroppo per lei, si concedeva completa non meno di quella del cavaliere, rendendo tutt’altro che semplice l’ipotesi di penetrare in quella corazza, tanto ottimamente era stata studiata e predisposta attorno all’animale quale una seconda pelle per egli, un impenetrabile esoscheletro protettivo, facendolo apparire del tutto simile ad un mostro mitologico. La mercenaria, nonostante ciò, mantenne il proprio autocontrollo, memore del proprio passato, delle proprie numerose battaglie: aveva affrontato più volte mostri reali e peggiori di esso e, sicuramente, avrebbe trovato un modo per abbatterlo ed abbattere con esso quello sprezzante nemico troppo sicuro di sé e della propria vittoria. Ovviamente, per riuscire a sconfiggerlo, sarebbe dovuta restare in vita, requisito fondamentale per concederle qualsiasi possibilità contro l’avversario: un istante prima che gli zoccoli potessero colpirla, riducendola ad un ammasso di carne schiacciata ed ossa frantumate, ella si ritirò pertanto da tale traiettoria, con un felino balzo all’indietro. Il destriero, evidentemente addestrato a tale tattica di combattimento, istruito a poter uccidere i propri nemici con la propria possanza, non gradì quella fuga e lo dimostrò con un sonoro nitrire innervosito a precedere un nuovo tentativo d’offesa verso quella guizzante avversaria: le grosse e pesanti zampe, pertanto, si sollevarono ancora una volta da terra, precipitandosi immediatamente alla volta di Midda, la quale, per tutta risposta, lo scartò senza eccessivo impegno. In quel gesto, però, l’uomo sopra al cavallo tentò di porre fine alla competizione, approfittando dell’apparente distrazione di ella per cercare di raggiungerla con la propria pesante ascia: tale offesa non gli fu concessa laddove la mano desta di lei si levò a scudo del proprio corpo, offrendo a quel filo mortale il proprio nero avambraccio metallico, rilucente di rossi riflessi, contro cui nulla egli ebbe ed avrebbe potuto avere modo di osare e da cui, al contrario, fu costretto a ritrarsi rapidamente nel timore che ella potesse altrimenti afferrarlo e trovare così leva per trarlo a terra. Dimostrando ancora insoddisfazione di fronte ad una simile ostinazione per la vita, dimostrata dalla donna, l’animale sfogò tale frustrazione colpendola improvvisamente di testa e gettandola, in tal modo, diversi metri indietro attraverso i corpi sempre in guerra fra loro: nel compiere un simile sbalzo, la mercenaria non poté evitare di rimproverarsi per la propria carenza di attenzione, di quell’imprudenza utile a permettere agli avversari un colpo tanto semplice eppur doloroso. Anche il capo del cavallo, al pari del resto del suo corpo, si ritrovava infatti ad essere ricoperto in solida armatura, conformata similmente ad un elmo borchiato, per offrirgli protezione ed, al tempo stesso, per permettere ad un similare colpo maggiore offesa, risultando più pericoloso, più violento: il fiato della guerriera, per un momento in conseguenza di quell’impatto violento, parve così perdersi nel nulla, salvo poi riuscire a ritrovarsi e riprendere il proprio costante moto non senza un deciso sforzo di volontà. Comunque si fosse conclusa quella battaglia, un brutto livido in pieno petto non avrebbe mancato di ricordarle per qualche tempo quell’errore, imponendole di mantenere maggiore concentrazione in combattimento, non potendosi concedere il lusso del benché minimo errore: se al posto di corte borchie arrotondate, infatti, sul quel metallo fossero stati conformati dei lunghi e letali aculei, in quel momento ella sarebbe già stata uccisa, sarebbe già morta in conseguenza di un gesto tanto banale.

« Un punto per me, grande guerriera. » la schernì l’uomo, ridendo con gusto verso di lei.
« Invero è stato il tuo palafreno a colpirmi. » precisò la donna, risollevandosi e sorridendo sarcastica, per nulla intimorita da egli o turbata da simili tentativi d’offesa verbale « E questo è stato anche l’ultimo attacco che vi sarà concesso. »
« Parole ardite per una donna, mezza nuda, posta di fronte all’incarnazione della propria morte. » rimproverò egli, con tono ora serio.

Per quanto le parole del cavaliere non volessero ammetterlo, i di lui gesti tradirono un sentimento di timore verso la propria nemica nel momento in cui egli, a conclusione di tanto sprezzo, spronò il proprio equino compagno a travolgere nuovamente la donna, a completare quanto incominciato con quell’inatteso successo: se davvero egli fosse stato sicuro della propria superiorità, se davvero fossero a lui mancate ragioni per cui paventarsi, sarebbe rimasto in attesa di un tentativo d’attacco di ella piuttosto che affrettarsi nel cercare conclusione a quel duello, al mortale combattimento condotto all’interno di quel campo di battaglia dove uomini e donne si stavano uccidendo reciprocamente senza pietà alcuna, gli uni lottando per denaro, gli altri per la propria vita. E proprio nell’irruenza offerta da quella carica, nella quale egli desiderava chiudere ogni possibilità di scontro con ella, la mercenaria colse l’occasione utile per tentare di cambiare completamente le sorti di quello scontro: attendendo l’unico, prezioso ed insostituibile momento propizio, ella afferrò saldamente nella mano destra le briglie dell’animale, appena sotto l’attaccatura al muso, diretto contro di lei un istante prima dell’inevitabile nuovo scontro, per poi imporsi una potente spinta verso l’alto. Così ancorata alla cavalcatura a lei avversaria, ella compì una meravigliosa ed incredibile rotazione, sollevandosi verso il cielo oscuro, nell’impeto del proprio salto e del movimento della bestia, per poi ripiombare sul dorso della medesima, ponendosi alle spalle del cavaliere. Ancor prima che ad egli fosse concessa occasione di rendersi conto di quanto accaduto, la donna guerriero poté quindi puntare la propria lunga lama contro la base del di lui grosso collo, nel punto in cui l’elmo incontrandosi con il resto dell’armatura offriva una possibilità di mortale debolezza, se solo fosse stata colta con cura come ella aveva fatto. Egli, però, riuscì a dimostrarsi non completamente sprovveduto, quale avrebbe potuto essere, e, nel ricostruire rapidamente quanto accaduto, non si affidò al panico come altri avrebbero sicuramente fatto al suo posto: al contrario, conservando freddezza ed autocontrollo, egli riuscì a scuotersi dalla donna, posta in posizione troppo precaria per poter reggere a lungo.
Midda, effettivamente sita in una postura eccessivamente effimera, di fronte al rifiuto di egli di accettare la propria fine fu costretta ad allontanarsi, ponendo il più largo spazio fra loro per evitare la spada e la scure immediatamente rivolte al proprio indirizzo, in un nuovo tentativo del cavaliere di concludere quello scontro, di donarle l’ultimo ricordo della propria ricca ed avventurosa esistenza in quella tragica battaglia: balzando così lontano dalla meta coraggiosamente conquistata e troppo rapidamente perduta, ella ricercò solo per il tempo di un battito di ciglia spazio di riposo e di riflessione, tornando immediatamente a porsi contro il cavallo ed il cavaliere. Nell’ultima separazione compiuta da tale coppia, ella aveva guadagnato una pozione a loro posteriore, lasciando i due avversari altresì bloccati in un turbinio di corpi, di acciaio e di sangue che riempivano quelle vette poche ore prima innevate e silenziose: nel calpestare senza titubanza la carne e le ossa a sé offerte, la bestia cercò di voltarsi, nello sprone imposto dal proprio umano compagno, per poter tornare a rivolgere il proprio sguardo e la propria attenzione all’unica avversaria che non gli aveva ancora concesso appagamento nell’accettazione dell’inevitabile trapasso. Ma in quel movimento obbligatoriamente rallentato, alla stessa ostinata rivale venne concessa l’occasione proficua per condurre una nuova aggressione, circostanza che ella non mancò di cogliere al volo insieme ad una gamba dell’uomo, bloccata all’altezza della caviglia nella morsa inviolabile offerta dalla di lei mano destra: sbilanciandolo così di colpo, assalendolo prima di quanto egli si sarebbe mai potuto attendere in conseguenza dell’affrettata fuga appena compiuta dalla medesima, ella trascinò al suolo la propria controparte, in un rumoroso e pesante impatto contro il terreno roccioso.

« Un punto per me, grande condottiero. » commentò la mercenaria, con fierezza, nel parafrasare con disprezzo quanto da egli proposto poco prima.

3 commenti:

coubert ha detto...

E in tutto questo turbiino di gente volteggiante e di cavalcate, ricorderei nuovamente che Midda è praticamente nuda... :lol:

Palakin ha detto...

l'ho detto io che è scritta da un uomo questa storia! :P

Sean MacMalcom ha detto...

Provate a pensare ad un eventuale adattamento televisivo/cinematografico e vedrete che mi ringrazierete per queste scene!!! :P :P :P :P