11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

martedì 23 settembre 2008

257


L
a Biblioteca di Lysiath doveva la propria esistenza non tanto a Kofreya ed hai suoi sovrani, che ne avevano assunto da pochi secoli il controllo ricorrendo alla propria forza militare, quanto a Tranith, che l’aveva edificata in epoche decisamente più remote ma che, purtroppo, non aveva avuto il coraggio e le risorse sufficienti a difendere il proprio diritto di possesso su una così meravigliosa opera, forse una delle più importanti costruzioni di tutta la zona sud-occidentale del continente per il sapere che in essa era accumulato.
La città e la provincia in cui la Biblioteca era stata eretta, infatti, originariamente ponevano la propria appartenenza ai territori tranithi, ad un regno che del commercio e della diplomazia aveva fatto la propria principale arma, vincente senza dubbio nel mantenere la pace interna ed esterna ma non abbastanza da conservare intatto anche il territorio stesso del regno: in conseguenza di una simile incapacità, il reame era stato diviso in due penisole fra loro non confinanti con la cessione di Lysiath ai più belligeranti vicini kofreyoti, nell’inseguire il pur comprensibile desiderio di porsi al riparo dal rischio dell’inizio di una guerra che non avrebbe altrimenti potuto vincere. Una scelta, invero, pagata a caro prezzo non solo in considerazione del territorio perduto, quanto più propriamente per la medesima Biblioteca.
Secondo i desideri di coloro che le avevano dato vita, essa si proponeva più simile ad un palazzo reale che ad un edificio ignorato ed ignorabile dalla maggior parte della popolazione, quale a tutti gli effetti esso era: non eccessivamente diffuso in quella zona di mondo era infatti il rispetto offerto nei confronti della cultura, del prezioso tesoro che essa poteva rappresentare, laddove alcun equivalente valore in oro era possibile attribuire ad essa. Certamente alcuni libri, soprattutto quando reliquie di epoche tanto remote da essere state dimenticate, offrivano un certo pregio anche da un punto di vista assolutamente materiale, con pesanti protezioni dorate e, talvolta, ricche di ornamenti a custodia delle pagine in esso contenute, ma il vero valore di simili tesori non era ugualmente da ritrovarsi nel loro aspetto esteriore quanto piuttosto in quello interiore, in quelle pagine colme di una conoscenza altrimenti perduta senza di essi. Tranith ed i suoi illuminati governanti erano da sempre stati consapevoli della reale importanza rappresentata da tutti quei volumi, sia quando ricoperti d’oro e di gemme sia quanto semplicemente racchiusi in comune cuoio, rovinato dal tempo: per tale ragione essi non avevano mostrato il minimo dubbio, non avevano indugiato di fronte all’esigenza ed alla possibilità di investire tempo e lavoro nella realizzazione di un complesso realmente ammirabile, unico in tutto il regno ed in tutti i territori confinanti. Rispettando lo stile tranitha nella realizzazione degli edifici, la Biblioteca si proponeva non alta verso il cielo, ma bassa e larga sulla terra, approfittando del territorio pianeggiante di quella provincia ed estendendosi in un’ampiezza superiore a quella di molti villaggi del regno stesso, quasi pari a quella della stessa cittadella portuale attraverso la quale Lysiath poteva offrire uno sguardo sul mare, separata geograficamente quale si ritrovava ad essere dal medesimo. Sempre nel rispetto dello stile assolutamente inconfondibile di quell’architettura, di così unica quanto bizzarra, l’edificio si componeva in forme mai regolari, avviluppandosi su se stesso più simile ad un frutto della natura, una pianta o forse un muschio, che dell’intelletto dell’uomo: molte erano le stanze, quasi labirintiche, in cui esso era formato ed ognuna sembrava quasi voler trovare una propria autonomia dal resto del complesso, pur restando indissolubilmente legata ad esso, come le ramificazioni di un cespuglio al tronco centrale. Ogni piede della superficie di quella vasta erezione era poi stata arricchita originariamente dai più preziosi smalti, come solo le case dei più ricchi, le abitazioni dei mercanti più potenti e per questo più nobili in Tranith, potevano permettersi di essere: nel periodo tranitha di quella costruzione, probabilmente, impossibile sarebbe stato rivolgere lo sguardo in maniera diretta a simili forme sotto la luce del sole, altresì rischiando di essere accecati dai troppi riflessi, tali da rendere la Biblioteca stessa simile ad un secondo sole in terra.
Passata sotto il controllo di Kofreya, purtroppo, essa aveva assistito ad un rapido declino: meno rivolti all’intelletto e più alla guerra, non per la ricerca di un’elevazione spirituale e sociale come poteva essere in Gorthia, quanto per semplice brama di potere e di conquista, i sovrani kofreyoti pur riconoscendo il valore intrinseco in quell’opera non avevano voluto concederle lo stesso risalto del passato, abbandonandola e costringendo chiunque ad abbandonarla, nel richiuderne le porte al vasto pubblico, non comprendendo come la cultura, a differenza di qualsiasi altro valore, potesse trovare il proprio risalto proprio nella diffusione e non nell’oppressione. Ed il passare del tempo, purtroppo, non aveva permesso a quella situazione di risolversi quanto, invero, di complicarsi ulteriormente: dove fino a qualche decennio prima l’accesso alle sale colme di conoscenza era comunque stato consentito a pochi eletti i quali, non senza un giusto incentivo alla corruzione dei funzionari lì preposti, erano riusciti saziare a tale fonte la propria sete di sapere, in tempi più recenti le stanze della Biblioteca erano state definitivamente sigillate, come reazione in conseguenza ad informazioni non meglio confermate su un rischio di attentato alle stesse da parte di emissari y’shalfichi. A nessuno, per quanto disposto a pagare tale privilegio, era e sarebbe stato così più concesso l’ingresso a quel complesso: la difesa dello stesso, ancor prima che per la custodia dei tesori lì contenuti, risultava una priorità per il governo kofreyota, per non permettere ai propri avversari, ai propri rivali di poter porre un grave colpo a loro discapito nel contesto di una stupida e distruttiva guerra senza speranza di conclusione.
A mantenere lo stato di segregazione imposto su tale luogo, in conseguenza delle decisioni adottate dal governo centrale, era stata stanziata a tempo indeterminato una guarnigione militare, con il solo compito di non permettere ad alcuno l’accesso alla Biblioteca. La particolare locazione della medesima, periferica rispetto alla città a cui faceva riferimento, si proponeva di certo come d’aiuto in tale compito, richiedendo solo una sessantina di uomini accampati all’eterno del perimetro di guardia per sopperire ad una simile esigenza. L’impegno richiesto a tali soldati, in effetti, si proponeva praticamente nullo rispetto alle giornate trascorse dai loro compagni, dai loro compatrioti sul fronte con Y’Shalf: ciò nonostante, nessuno degli uomini lì preposti a sorveglianza del complesso era solito prendere con leggerezza il proprio compito, consapevoli quali si ritrovavano ad essere della precarietà del loro stesso incarico. Usualmente, infatti, non più di sei mesi era normalmente loro concesso in quel presidio, provenendo per la maggior parte dalle caserme dove avevano ricevuto la formazione base, l’addestramento primario alla guerra: al termine di tale scadenza, puntualmente ed inesorabilmente, essi venivano rimossi da tale incarico per essere inviati alle trincee, a combattere, e probabilmente a morire, lungo i monti Rou’Farth. Il tempo loro concesso, in un incarico tanto leggero e disimpegnato, si ritrovava così ad essere utilizzato allo scopo di proseguire i propri allenamenti, per mantenersi in forma e, forse, aumentare le rare possibilità che avevano di tornare un giorno a rivedere le proprie case e le proprie famiglie, ovunque esse fossero.

« Sarebbe stato troppo semplice se il volume utile a Sha’Maech fosse stato riposto nella sua personale libreria, vero? » chiese Howe, storcendo le labbra, nell’osservare sotto la luce della luna gli uomini disposti a cadenza regolare attorno alla Biblioteca.
« Sì… e poi non ci sarebbe stato gusto nel raggiungerlo, no? » sorrise divertita Carsa, di fronte a quella reazione di malcontento quasi grottesca per l’enfasi con la quale era stata espressa.
« Non so voi… ma il mio compenso sta riprendendo a salire: questo recupero ha iniziato a richiedere un po’ troppo lavoro. » commentò Midda, sdraiata a terra accanto ai compagni.
« Mi togli una curiosità? » domandò l’altra, piegando il capo di lato a quell’affermazione per osservarla meglio.
« Dimmi pure… » invitò la Figlia di Marr’Mahew, rivolgendo l’attenzione al loro obiettivo, studiando con interesse i movimenti delle guardie, ritmici, cadenzati, assolutamente marziali.
« Una delle varie caratteristiche che ti rendono famosa nell’ambiente è quella di riuscire a cambiare sempre la paga in conclusione alle tue missioni: come riesci sempre ad ottenere ciò che desideri? »
« Semplicemente offrendo il risultato del mio impegno solo in conseguenza del conseguimento di un giusto prezzo… » sorrise la mercenaria, strizzando l’occhio sinistro con complicità.
« Se avete finito di scambiarvi i trucchi del mestiere… che ne direste di provare a pensare insieme a qualche strategia su come entrare in quella sorta di roccaforte? » le interruppe nuovamente il shar’tiagho.
« Io avrei un’idea… »

A quelle parole, un silenzio improvviso calò sopra il gruppetto, mentre tre dei suoi elementi si voltarono ad osservare straniti colui che le aveva pronunciate… il quarto fra loro: Be’Wahr.

2 commenti:

Tanabrus ha detto...

Sciocchi bifolchi, chiudere una sì grande biblioteca...

...certo, almeno non l'hanno incendiata con la gente rinchiusa dentro come ad Alessandria, e questo è già un punto a loro favore...

Sean MacMalcom ha detto...

In effetti!