11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

www.seanmacmalcom.org
presenta

www.middaschronicles.com
il Diario - l'Arte
l'Enciclopedia

News & Comunicazioni

Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

sabato 3 dicembre 2011

1414


« D
ei… »

Madido di sudore, nonostante la notte a metà della stagione primaverile fosse ancora caratterizzata da un clima sufficientemente fresco, dopo alcuni lunghi istanti lo shar'tiagho si accorse di non essere più sdraiato ma, in effetti, seduto, con lo sguardo fisso verso il nulla davanti a sé. A seguito del risveglio, in diretta conseguenza delle forti emozioni vissute, egli non aveva potuto ovviare a un istante di smarrimento, un intervallo infinitesimale, o forse infinito, umanamente più che comprensibile, nel corso del quale la sua mente aveva dovuto compiere un sincero sforzo nella volontà di recuperare cognizione della realtà a sé circostante, in grazia anche e soprattutto a quanto direttamente suggeritole dal resto del suo corpo, con ogni propria singola terminazione nervosa, con ognuno dei propri sensi. E sebbene la sua vista continuasse a imporre alla sua attenzione l'immagine della radura in cui aveva posto il campo in quella notte, con le braci di un fuoco ormai prossimo a un naturale spegnimento per consunzione; sebbene il suo udito gli imponesse la quiete della notte tranitha, in maniera effimera interrotta nella propria naturale sinfonia dal suo grido, e pur subito dopo nuovamente ricolma della moltitudine di quei piccoli, singoli suoni propri di quella vita pur non immediatamente visibile e pur li egualmente presente; sebbene il suo olfatto gli lasciasse assaporare la fragranza caratteristica della terra e dell'erba, e di quella terra e di quell'erba accarezzate dall'umidità della notte e in questo in grado di riconquistare un proprio giusto spazio, una legittima richiesta d'attenzioni abitualmente non offerte loro; sebbene il suo tatto gli imponesse una comunione viva, concreta, reale non solo con il suolo sotto di sé, ma anche con la brezza leggera posta finalmente a confronto diretto con la sua pelle, non più protetta da una qualche coperta; e, ancora, sebbene il suo gusto gli trasmettesse l'amaro sapore di un rigurgito di bile, probabilmente in conseguenza delle emozioni vissute; egli ebbe sincera esitazione ad accettare che il sogno fosse effettivamente tale e che nulla di quanto vissuto, o così da lui presunto, fosse realmente accaduto.

« Credo di iniziare a comprendere cosa provasse Midda quando il suo simpatico sposo la tormentava nel cuore della notte con incubi ossessivi… » commentò fra sé e sé, o forse rivolto, come ormai di consueto, al proprio cavallo, inevitabilmente agitatosi a sua volta in conseguenza del grido da lui elevato verso il cielo, e ora verso il medesimo rivolgente uno sguardo chiaramente interrogativo, a implicita dimostrazione di quanta intelligenza si celasse dietro a quegli occhi scuri, al di là di ogni preconcetto umano « Però credo che questa volta Desmair non abbia da essere considerato responsabile. » soggiunse, arricciando le labbra in un lieve, amaro sorriso « Dopotutto non posso negare una chiara paternità su queste immagini. »

Ammissione sincera, per quanto inevitabilmente malinconica, fu quella del locandiere, ove, invero, anche durante le ore di veglia, così come in quelle di riposo, ogni suo pensiero, ogni sua fantasia, ormai, non era più in grado di concedergli immagini diverse da quelle appena sognate, frenandosi sempre, e per sua fortuna o disgrazia, impossibile a definirsi, prima di giungere realmente a confronto con Midda o con il suo cadavere, dal momento in cui l'eventualità rappresentata dalla seconda possibilità, malgrado ogni rassicurazione offertagli da parte di Desmair, risultava per la sua mente quale uno straziante blocco, un confine impossibile da violare o da ipotizzare di violare. Codardo, probabilmente, avrebbe potuto essere giudicato quel suo comportamento, quella sua impostazione meramente psicologica ancor prima che fisica, ove, dopotutto, stava impegnandosi al solo fine di raggiungere la propria amata, ovunque ella potesse essere. Ciò nonostante, anche umano, naturale, legittimo, tutto ciò avrebbe egualmente dovuto essere compreso, nel considerare non solo i propri sentimenti per l'amata, ma anche la complessa evoluzione caratteristica peculiare del loro stesso rapporto.
Per oltre una dozzina d'anni egli aveva pazientemente atteso che ella accettasse l'evidenza di quanto il loro rapporto, la loro relazione, inizialmente d'affari, successivamente di amicizia, di complicità, di affetto sincero, potesse e dovesse maturare in qualcosa di più, accettandosi per quanto ormai era indubbiamente divenuta. Poi, improvvisamente, ella era morta… o così egli aveva creduto e temuto, salvo fortunatamente scoprire come tale tragedia non fosse occorsa. E proprio in diretta conseguenza alla straziante angoscia vissuta in quelle lunghe ore, in quella singola giornata in cui ella aveva simulato un propria prematura dipartita, egli aveva compreso di non voler più attendere, di non poter più rimandare. Una comprensione, in grazia agli dei tutti, condivisa anche dall'amata, con la quale, pertanto, finalmente tutto aveva avuto inizio. Un inizio meraviglioso, certamente, che accanto ai sentimenti già provati, aveva visto finalmente esplodere fra loro una passione quasi fanciullesca, per quanto entrambi, ormai, non avrebbero più potuto considerarsi giovinetti in virginale attesa di quell'amore sin troppo cantato in troppe ballate: un inizio, comunque, non semplice, non sì scontato o banale, ove immediatamente la vita di lei, la straordinaria quotidianità di una donna divenuta leggenda, aveva preteso da entrambi un giusto tributo, presentando nella loro nuova comune esistenza la medesima figura del semidio al quale ella, solo poco tempo prima, era stata costretta a legarsi, in una storia ormai divenuta non solo nota al locandiere, ma, spiacevolmente, anche per lui un'inquietante quotidianità.

« Sono forse in torto, Desmair?! » questionò ad alta voce, rivolgendosi al semidio, quasi fosse lì realmente presente e, in effetti, considerandolo qual tale, ove sicuramente, malgrado il silenzio degli ultimi giorni, l'assenza di nuovi contatti a seguito dell'ultimo utile a rimproverarlo, egli non aveva smesso di accompagnarne ogni singolo passo con i propri spettri, non diversamente da come, del resto, aveva ammesso di aver compiuto in ogni singola giornata degli ultimi due anni… o forse più « Hanno da ricondursi a te questi incubi? E' forse il tuo modo per pormi in guardia da quanto potrebbe attendermi una volta raggiunta questa maledetta Mera Namile? Conosci qualcosa che ancora non hai condiviso con me? »

Parole colme, al contempo, di ironia, di retorica, ma ancora di tensione, di timore, nell'eventualità che nelle medesime si potesse celare qualche barlume di realtà, di veridicità.
Tuttavia, al di là di quanto il demone potesse essere lì indirettamente presente o meno, questi non diede trasparenza di aver udito gli interrogativi destinatigli o, più probabilmente, ove anche li aveva uditi, non volle destinare ai medesimi alcun interesse, a imporre al proprio interlocutore, implicitamente, in tale silenzio, la consapevolezza di quanto mai avrebbe dovuto compiere l'errore di ritenerlo al proprio servizio, di considerarlo quale una sorta di benefico jinn di alcune canzoni y'shalfiche, pronto a esaudire ogni suo desiderio, ogni suo capriccio. Se ruoli da padrone e da servo avessero potuto essere riconosciuti in quella loro relazione, Desmair mai avrebbe accettato qual proprio il secondo, così come già più volte aveva direttamente o indirettamente ricordato all'uomo.
Così, ancora una volta, Be'Sihl dovette accontentarsi della compagnia offertagli dal proprio cavallo, l'unico fedele, o forse solo costretto, ascoltatore rimastogli….

« Evidentemente, malgrado la propria ipotetica immortalità, anche lui sta dormendo in questo momento. » sospirò, scuotendo il capo, a chiudere in tali parole il cerchio aperto con le precedenti « Che pessimo cavaliere ti sei ritrovato, vecchio mio… » soggiunse, rivolgendosi apertamente verso lo stesso quadrupede a lui prossimo « Di giorno ti faccio percorrere miglia su miglia, lungo mulattiere che persino una capra avrebbe timore di percorrere… e di notte non ti permetto di dormire quietamente, coinvolgendoti nei miei drammi personali. »

E con tali parole, di inequivocabile richiesta di perdono verso la bestia, per quanto improbabilmente da essa apprezzabile, lo shar'tiagho volle considerare conclusa quella questione, elevando una silente preghiera ai propri dei nel mentre in cui si impegnò a rassettare la coperta nella quale si era avvolto nella volontà di cercare protezione dall'umidità della notte, prima di tornare a sdraiarsi e a chiudere nuovamente gli occhi, con la speranza di poter trascorrere le ultime ore prima dell'alba con maggiore serenità rispetto alle precedenti, e, purtroppo, con la certezza di come ciò non sarebbe avvenuto.

Nessun commento: