11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

giovedì 15 dicembre 2011

1426


« C
onserva la tua gratitudine per il momento in cui ti salverò la vita dall'abbraccio mortale di una sirena… o di qualche altra simile creatura. » minimizzò Berah, quasi ridacchiando sebbene priva di intenzioni d'offesa nei suoi riguardi « Sei a bordo di una nave e, in quanto tale, è necessario che tu riesca a recuperare controllo di te e del tuo corpo, per poter collaborare, con tutti noi, al benessere comune. O, altrimenti, risulterai solo quale un'inutile e dannoso peso per noi altri e per la stessa Jol'Ange. »

Argomentazione tutt'altro che retorica, quella in tal modo e in tali termini appena scandita, ove mai il mare avrebbe tollerato o perdonato un qualunque sentimento di indolenza da parte di chi tanto ardito, o tanto sciocco, avesse deciso di avventurarsi senza una corretta impostazione mentale e spirituale, senza un giusto atteggiamento emotivo volto all'impegno, e all'impegno costante, entro i propri incontrollabili confini, entro il limitare del proprio incontrastato dominio, un regno più vasto rispetto a qualunque altro regno, in un ordine di grandezza probabilmente persino incomparabile con quello proprio della terra emersa, così come suddivisa fra tre pur smisurati continenti, Hyn, Myrgan e Qahr, i quali, dopotutto, volenti o nolenti, giacevano sin dal momento della loro creazione all'interno dell'abbraccio imposto loro dalle acque dei mari.
Chiunque avesse avuto desiderio, giustificato o folle, ispirato o delirante, di avventurarsi in tal direzione, in un confine dai più percepito qual avverso ancor più di qualunque altro possibile nemico, avrebbe dovuto essere disposto a collaborare alla vita di bordo della nave entro la quale avrebbe trovato accoglienza, ospitalità, rifugio, fosse esso il primo fra i sovrani o l'ultimo fra i derelitti: una regola, una legge, un dogma forse, innanzi al quale alcuno avrebbe mai potuto sottrarsi, così come anche la stessa giovane Camne avrebbe potuto facilmente testimoniare, avendo anch'ella inizialmente vissuto a bordo della Jol'Ange non quale membro dell'equipaggio, quanto, piuttosto, qual ospite, e pur, sin dal proprio primo giorno, non avendo ella mai potuto concedersi opportunità di ozio, né restando in disparte, né, tanto meno, venendo servita e riverita da coloro i quali, successivamente, sarebbero per lei divenuti quali fratelli e sorelle. A bordo di una nave, di quella goletta così come di qualunque altro veliero, dei mari del sud come di quelli del nord, della costa di levante così come di quella di ponente, di Qahr così come degli altri continenti, nessuno avrebbe potuto ovviare a una concreta integrazione con l'equipaggio, a una fraternizzazione con ognuno di loro, pronti insieme ad affrontare la vita così come la morte, ove, in caso contrario, impossibile sarebbe stato riservare a quella stessa nave opportunità di viaggio, destinandola, nei migliori dei casi, a finire in balia delle correnti, e nelle eventualità peggiori a essere distrutta, qual conseguenza dell'azione di una qualche altra nave pirata, di un qualche mostro marito o, banalmente, del moto dello stesso mare, tanto generoso a concedere occasione di vita quanto impietoso a imporre urgenza di morte a seconda dei propri personali, e insondabili, propositi. E a nulla, nel confronto con una tale norma, sarebbe valso analizzare come, sino al giorno precedente, quella stessa nave avesse vissuto serenamente la propria esistenza persino ignorando l'esistenza in vita di una figura qual quella propria di Be'Sihl, venendo adeguatamente gestita da tutti coloro già membri effettivi del suo equipaggio: quanto così stabilito sin dalla notte dei tempi, infatti, avrebbe trasceso ogni genere di razionale elucubrazione in tal senso, nell'affrontare quella medesima questione più qual ordine morale ancor prima che pratico, psicologico ed emotivo ancor prima che fisico, ineluttabile tributo al mare da parte di ognuno dei propri figli e di coloro che con gli stessi avrebbero deciso di percorrerne le invisibili, e pur infinite, vie.
In tutto ciò, come già Camne prima di lui, anche Be'Sihl, nato e cresciuto fra le calde sabbie di Shar'Tiagh, e vissuto sulla solidità della terra di Kofreya sino a quel giorno, figlio del mare o no che egli fosse, non avrebbe potuto pertanto escludersi dalla vita comune a bordo della Jol'Ange, nell'essergli addirittura e persino già stato riservato lavoro utile al proseguimento stesso di quel viaggio, a lui assegnato entro gli evidenti limiti della propria personale condizione, della propria natura innegabilmente estranea a quella pur propria di chiunque altro lì presente. In effetti, senza particolare originalità, senza eccessivo sforzo volto a individuare una qualche attività specifica idonea a offrire risalto alle sue eventuali capacità personali, il locandiere già era cosciente di come sarebbe presto stato lì impiegato qual mozzo, e, in tal ruolo, si sarebbe impegnato nei compiti che gli sarebbero stati assegnati accanto all'unica altra, e ufficiale, simile figura a bordo della Jol'Ange, quella del giovane Ifra, uno degli obbligati acquisti conseguenti le dolore perdite di cinque anni prima: un compito, quello, addirittura esplicitamente concordato con lo stesso Noal al momento del suo ingresso a bordo della goletta, che non ne avrebbe potuto turbare, e non ne turbava, l'orgoglio personale, nel vedersi assegnata una mansione innegabilmente umile; e che, al contrario, lo avrebbe allora veduto riservare tutta la propria assoluta e totale dedizione nel compimento di qualunque mansione gli sarebbe stata riservata entro i limiti di un tale ruolo, nella personale volontà di collaborare in ogni modo alla riuscita di quel viaggio, di quell'avventura dopotutto da lui stessa a loro tutti destinata.

« Devo… devo solo riuscire a riprendere il controllo sul mio stesso corpo. » tentò di giustificarsi, in verità inutilmente, ove tale ovvietà sarebbe lì apparsa, e apparve, qual retorica, palese nell'evidenza della propria personale condizione « Puoi esser certa che, non appena potrò, recupererò quanto in questo momento non sto compiendo. » promise, dimostrando quanto, benché qualcuno l'avrebbe potuto ritenere qual abituato a dare ordini ancor prima che a riceverli, qual effettivamente egli era, il suo cuore era lì pronto ad affrontare tutto ciò nei giusti modi, nelle corrette vie, con quella preziosa modestia che, più di qualunque altra abilità per lui possibilmente propria, gli avrebbe permesso di ritagliarsi una reale occasione di integrazione fra loro.
« Avrai tutto il tempo per ritrovarti appeso al di fuori della nave a grattare le incrostazioni di salsedine dallo scafo… » lo volle scherzosamente rassicurare Berah, accogliendo con prevedibile approvazione un tale atteggiamento « Ora ascolta i consigli di Masva e impegnati al solo scopo di superare questo malore. »
« Così sarà. » confermò l'uomo, dimenticandosi, per un istante, di non potersi permettere di muovere il capo e, in conseguenza di ciò, annuendo e subito subendo le conseguenze derivanti da simile gesto, utili a ricordargli quanto tutt'altro che superata, malgrado gli occhi chiusi e la posizione eretta, avesse da essere considerata la propria inimicizia con il mare.

E così fu.
Non in quel giorno, né in quello seguente, ove il suo stesso corpo, malgrado ogni serio e sincero proposito da parte sua, sembrava rifiutare una qualunque possibilità di relazione con il mondo acquatico a sé circostante, quella realtà che avrebbe dovuto attecchirne, innanzitutto, mente e cuore, nel lasciarlo spaventato e sconvolto, e che pur, altresì, nulla di tutto questo avrebbe su di lui imposto, non, per lo meno, sino a quando la sua amata Midda non fosse stata posta in salvo. Dopo, forse, egli avrebbe potuto permettersi di elaborare la follia compiuta, nell'aver abbandonato la certezza offertagli dalla terraferma per intraprendere un viaggio in mare, ma sino ad allora il suo personale limite, in tale confronto, non sarebbe certamente stato rappresentato dal suo intelletto o dalle sue emozioni, quanto, piuttosto, dal suo viscerale, e fisico, rifiuto di tutto quello.
Un rifiuto che, tuttavia, al terzo giorno non mancò di iniziare a cedere il passo a quella che, qualcuno, avrebbe ironicamente potuto definire qual quieta rassegnazione, laddove, innanzi all'evidenza che da tutto quello non avrebbe voluto, né potuto, sottrarsi, anche il suo corpo dovette alfine accettare di scendere a patti con simile realtà, concedendogli un minimo di tregua, fosse anche, e banalmente, per permettergli di adempiere a quella primaria esigenza nutrizionale indispensabile per la propria sopravvivenza, per il proprio benessere, e che pur, nelle precedenti quarantotto ore lo aveva visto perseverare in un obbligato digiuno. E fu proprio quando, finalmente, egli non solo ebbe modo di apprezzare nuovamente il languore della fame, quant'anche si vide capace di ingurgitare qualcosa di solido senza, immediatamente, avvertire il proprio stomaco armarsi per offrirgli aspra battaglia, che l'uomo comprese, al pari di tutto l'equipaggio a sé circostante, di essere finalmente pronto per fare la propria parte, per impegnarsi a sua volta nell'offrire il giusto tributo di fatica e sudore a tutti gli dei del mare, a qualunque pantheon essi appartenessero.

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