11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

martedì 11 marzo 2008

061


L
a penisola principale del regno di Tranith era attraversata dal proseguo della catena montuosa di Rou’Farth, la medesima che divideva il confine meridionale fra Kofreya e Y’Shalf, e proprio nel punto in cui i monti giungevano ad incontrare il mare era stata fondata in tempi immemori la città di Seviath.
Essa si offriva alta ed imponente lungo il litorale, costruita sul crinale stesso dei monti tale da apparire appoggiata come un velo ad essi, risplendente di marmi bianchi e bordi dorati, luminescente di mille piccoli smalti che in mosaici multicolori decoravano ogni tetto, rendendola simile ad un meraviglioso gioiello, un diadema forse lì appoggiato da qualche dea dei mari per non essere perso fra i flutti. Le forme delle architetture si mostravano molto differenti dallo stile kofreyota e da quello y’shalfico: laddove infatti le costruzioni in quelle terre si tendevano al cielo quasi a sfidarlo, in Tranith esse preferivano seguire le curve del territorio, crescendo su di esso come un manto vegetale in edifici bassi ma, spesso, molto contorti. Nessuno sapeva come e perché era nato un tale stile, ma in tutto il regno ed in particolare a Seviath le case, le locande, i templi sembravano volersi sbizzarrire in ogni forma che mente umana potesse concepire, plasmandosi in aspetti sempre originali e quasi mai ripetuti, mostrandosi a volte geometriche altre caotiche, a volte più simili alla normalità altre tanto fantasiose da non permettere comprendere cosa volessero rappresentare. Scalinate attorcigliate in spirali vertiginose congiungevano spesso i vari livelli della città, dalla costa frastagliata, nella forma di dozzine di moli diversi, fino a sfiorare quasi le nuvole, fra le estremità degli edifici eretti più in alto sul crinale del monte.
Nel versante più basso della città era accentrato il maggiore interesse economico e commerciale, accalcandosi spontaneamente e naturalmente attorno ai numerosi approdi, alle lunghe banchine in pietra che sembravano voler violare il mare pur addentrandosi in esso con assoluto rispetto, nella consapevolezza dei limiti da non poter prevaricare, da non dover oltrepassare. Tante, tantissime erano le navi lì attraccate, apparendo sulla superficie tranquilla dell’acqua come una vera e propria foresta di alberi e vele, dondolanti quasi all’unisono eppur ognuna con un proprio ritmo, una propria indipendenza, come le infinite onde del mare. Più vicino ai moli, più accostate al porto, erano accentrate tutte le attività mercantili, presenti in lunghe distese di banchi e banconi originariamente forse concepiti per poter essere mobili ed itineranti ma divenuti, nel tempo, più immobili degli edifici stessi alle loro spalle. In un così vasto mercato ogni genere di beni poteva trovare il proprio giusto spazio, per soddisfare qualsiasi richiesta, esigenza, desiderio o sfizio di qualsivoglia possibile cliente: sebbene la maggior parte degli acquirenti fossero in realtà i mercanti delle varie carovane, in una ripartizione delle competenze territoriali verso l’interno del continente, non mancavano infatti anche acquirenti privati, persone comuni di ogni estrazione e ceto sociale, anche se per lo più benestanti, che aggirandosi in quella fiera cercavano di trasformare in realtà ogni propria fantasia. Stoffe preziose, gioielli lucenti, spezie rare, ma anche terribili armi, attrezzature di ogni natura e persino schiavi trovavano i propri spazi in quel contesto, presentano le migliori offerte da ogni parte dei tre continenti.
Nel versante più alto della città era accentrato il potere politico della medesima, in alcuna contrapposizione con quello economico, rappresentato qual era dalle più antiche e ricche famiglie di mercanti di tutta Seviath: in un regno che aveva fatto del commercio la propria principale attività, tanto da arrivare a vendere interi territori nel mantenere la pace e l’indipendenza, non avrebbe infatti mai potuto essere una nobiltà di sangue a guidare le questioni politiche interne ed esterne. Nobili e feudatari erano così sostituiti in quelle terre da potenti mercanti, proprietari ed armatori di flotte intere di navi che quotidianamente attraversavano i mari a raggiungere mete per chiunque altro inarrivabili: a loro, alla loro bravura, alla loro capacità di gestire i propri affari era offerto l’onere e l’onore di scegliere in merito alle questioni pubbliche, richiedendo ai medesimi lo stesso impegno e la stessa dedizione che sapevano porre in quelle private. E per quanto ovviamente gli interessi privati spesso arrivavano a interferire in quelli pubblici, l’assoluta libertà di mercato e la conseguente frammentazione dei domini commerciali permettevano una equa ripartizione dell’autorità, non concedendo eccessi ad alcuna famiglia, non permettendo l’accentramento del potere nelle mani di uno solo. Sul lato superiore della città, così, le più sfarzose e lucenti costruzioni offrivano la lucentezza delle proprie decorazioni smaltate, dei propri colori abbaglianti, presentandosi quasi come una lunga fila di luci guida per le navi più lontane, laddove neanche i reali fari eretti lungo la frontiera dei moli sarebbe riuscita a mostrarsi.
Nessuna muraglia, nessuna cinta era mai stata eretta a difesa della città, in quanto alcun pericolo per la città era mai stato previsto o sentito: la filosofia di vita da sempre imperante in Tranith era infatti rivolta al compromesso, non al conflitto. Nessun altro regno aveva mai cercato di dichiarare loro guerra: tutti avevano invece preferito scendere a patti per garantirsi la possibilità di scambi commerciali con le famiglie tranithe, per riservarsi il diritto di poter usufruire delle loro reti di contatti, delle loro risorse economiche. Poter essere loro alleati risultava da sempre offrire più benefici che costi, ma nonostante ciò anch’essi dovevano confrontarsi con un’antagonista, una nemesi: gli unici reali nemici del regno, i soli avversari della quiete e della serenità di quelle terre erano i pirati, figli delle acque non diversamente dalla maggior parte dei tranithi e degli abitanti degli altri regni delle coste. Votati fin dalla nascita al mare, avevano fatto di esso il proprio unico luogo di vita, sfruttandone il potere, accompagnandone la furia per compiere le proprie razzie, per accumulare tesori ed influenza al di fuori di qualsiasi legge, al di fuori del rispetto per qualsiasi regno o governo costituito: contro di essi alcuna barriera avrebbe mai potuto difendere Seviath o qualsiasi altra città portuale, dato che il pericolo da loro rappresentato sarebbe sempre giunto dal mare, dalla stessa e sola direzione da cui mai si sarebbero potuti proteggere, a cui mai si sarebbero potuti chiudere a meno di non rinunciare alla propria stessa natura.

Alcuna alta parete, alcuna torre di guardia, alcun blocco di militari armati si offrì pertanto allo sguardo di Camne quando, affacciandosi dal carro all’interno del quale aveva percorso il lungo viaggio dalla violenta e bellica Kriarya, poté per la prima volta scorgere le luci di Seviath giungendo da uno stretto passo fra le montagne al di sopra della città stessa. L’incanto di essa si concesse alla fanciulla in tutto il proprio splendore, in quella lucentezza quasi magica offerta dal sole sorto da poco ed ancora orizzontale sul mare a salutare tutti gli abitanti di quella costa, quasi abbagliando la ragazza con i propri colori così brillanti: al confronto con Kofreya, con le sue tenebre di morte, Tranith appariva un mondo a sé stante, una realtà che avrebbe potuto riempire di entusiasmo e di gioia il cuore di chiunque, soprattutto quello di una giovane come lei.

« Un primo commento in merito a Seviath? » sorrise Midda, muovendo il proprio cavallo ad accostarsi alla carrozza dove era la di lei protetta.
« Beh… » rispose ella, guardandosi attorno con occhi spalancati ma al contempo coprendosi lo sguardo con la mano per non restare accecata da tanta luce « E’… wow… »
« Wow? » rise sommessamente la donna guerriero, di fronte alla genuina ed innocente semplicità dimostrata in quell’affermazione « La prendo come una valutazione positiva. »
« Lo è! » confermò Camne, annuendo vistosamente e scuotendo così la folta chioma rossa che circondava il di lei capo.
« Bene. » replicò la mercenaria, tirando appena le redini dell’animale per rallentarne il cammino e tornare nuovamente nella propria posizione in fondo al convoglio « Preparati… fra poco riprenderemo la nostra strada. »

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