11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

venerdì 14 marzo 2008

064


S
alge Tresand aveva guadagnato il titolo di “capitano” quale solo proprietario e comandante della Jol’Ange, una goletta di fattura tipicamente tranitha attraccata non distante dal punto dove Midda e Camne avevano avuto occasione di essere accolte da egli. In realtà, la nave doveva la propria intera esistenza proprio al di lei capitano, che l’aveva praticamente costruita quasi dal nulla, partendo solo da uno scheletro quasi marcio di una vecchia nave e rimettendola in sesto e ridonandole vita con impegno e passione, lavorando giorno dopo giorno per anni interi prima di poterla portare nuovamente a riaffrontare le acque.
La storia di quell’imbarcazione e del suo proprietario, per quanto romantica, non era assolutamente un caso straordinario, non un episodio unico nel proprio genere. Alla maggior parte dei figli del mare, degli abitanti delle coste come Salge, infatti, non era concessa la possibilità di possedere una propria nave, complice un retaggio familiare non sempre benestante: a tali persone, quindi, solo due alternative potevano essere offerte per inseguire il richiamo della loro reale natura, della vera essenza dei loro cuori, delle loro anime. La prima, la più consueta, era data dalla possibilità di offrirsi a qualche armatore o a qualche capitano, impegnando la propria vita al servizio di una nave, in un equipaggio, con una scelta apparentemente semplice ma mai scontata, mai banale, come altri avrebbero potuto pensare: decidere di diventare parte di un tale gruppo, infatti, non era paragonabile ad alcun lavoro mercenario, per quanto tale potesse apparire. Entrare a far parte di un equipaggio, infatti, richiedeva al soggetto coinvolto di legarsi ad un livello molto profondo a persone a lui totalmente estranee, affidando loro la propria vita ed il proprio destino e ricevendo delle medesime in custodia le loro esistenze ed i loro futuri: tale scelta richiedeva pertanto la creazione di legami di rispetto, di fiducia, di fedeltà spesso superiori a quelli necessari a concepire una nuova famiglia, vincoli che finivano per perdurare fino all’ultimo grande appuntamento di ognuno di coloro che li votavano. La seconda alternativa, invece, era meno semplice, meno scontata ma non per questo meno attraente rispetto alla prima, richiedendo a chi ne vagliava l’ipotesi grande forza di volontà, insieme ad audacia e, forse, un pizzico di follia: tale strada era, infatti, quella che anche Salge aveva percorso. Un lungo cammino che era incominciato dalla baia in cui vecchie imbarcazioni venivano poste in disarmo, vero e proprio cimitero navale, per poi proseguire in intensi ed estenuanti anni di lavoro, giorni e notti trascorsi a tagliare, piallare, lisciare il legno nella speranza di modellare in esso il proprio futuro. Non tutti coloro che intraprendevano tale via erano in grado di giungere al termine: la maggior parte, anzi, cedeva nell’impresa, rinunciando al proprio sogno di diventare comandante ed accontentandosi della più disponibile alternativa offerta dal destino del marinaio. Chi però, al contrario, si dimostrava abbastanza deciso, abbastanza tenace, abbastanza forte, nell’animo e nel corpo, da prendere un residuo ammuffito e trasformarlo in una nuova nave, chi riusciva nello scopo prepostosi, poteva a tutti gli effetti essere considerato un capitano, con tutti i diritti ed i doveri derivanti da tale ruolo, venendo riconosciuto e rispettato da tutti gli altri capitani e da tutti i marinai, quale riconoscimento dell’impresa compiuta.
La Jol’Ange, figlia del duro lavoro dell’uomo dai lunghi capelli corvini, si presentava come un’imbarcazione degna di ogni rispetto al pari di colui che le aveva donato nuova vita. Con una lunghezza di quasi novanta piedi ed un baglio di oltre ventidue, vedeva il proprio scafo scintillare in bianchi riflessi lucenti, appena ovattati da rare incrostazioni saline: due alti alberi contraddistinguevano la natura di goletta della medesima, presentando ammainate tre gruppi di ampie vele rosso fuoco, capaci di concedere grande velocità quando spiegate. Tale principale pregio, sommato ad un’elevata manovrabilità offerta dalle sue dimensioni, comunque ridotte rispetto ad imbarcazioni maggiori, e ad una discreta capacità di carico, in una stiva ampia più di quanto potesse apparire, rendeva la nave perfetta per ogni genere di utilizzo: da quello mercantile, semplice e redditizio, a quello esplorativo, emozionante e rischioso, senza dimenticare quello bellico, distruttivo e mortale. Una modesta ma preziosa gemma che solcava da anni i mari attorno al continente, condotta con indomito coraggio dal proprio capitano e dal di lui equipaggio: nove valenti membri, sei uomini e tre donne nei ricordi di Midda, che per quella nave avrebbero donato la propria vita più di una volta, se fosse stato loro concesso.

« Vedo che la tua bambina gode sempre di ottima salute… » commentò la donna guerriero, sorridendo quasi con tenerezza nello sguardo nell’osservare la Jol’Ange in tutto il proprio splendore.
« Non posso negare di essere un padre molto orgoglioso. » rispose Salge, voltandosi verso la donna e la fanciulla.
« Perché ti definisci suo “padre”? » domandò Camne, intervenendo nel discorso dimostrando di non comprendere a cosa potessero riferirsi i due « E’ un modo di dire o c’è un’altra ragione? »
« C’è un’altra ragione: devi sapere, infatti, che il nostro buon capitano ha costruito la meraviglia qui presente con le sue stesse manine. » le spiegò la mercenaria, quasi con una nota di orgoglio personale a quell’affermazione.
« Oh… » spalancò gli occhi la fanciulla « Ma è incredibile… »
La donna sorrise a quel trasparente stupore, per poi tornare a rivolgersi all’uomo nel notare alcuni volti non noti sopra al ponte: « Mmm… hai un nuovo equipaggio? »
« Da oltre un anno ormai. » confermò egli, annuendo e facendosi scuro in viso a quelle parole « Purtroppo una terribile febbre ha sterminato tutti i miei vecchi uomini, quelli che anche tu conoscevi, durante una missione ad oriente… »
« Come?! » non poté evitare di esclamare ella a quella notizia, per quanto retorica rischiasse di apparire tale espressione.
« E’ stato un incubo indescrivibile. » commentò l’uomo, scuotendo il capo « Io solo sono sopravvissuto, per grazia di Tarth… »

Un momento di silenzio seguì inevitabilmente a quelle parole, laddove alcuna risposta sarebbe apparsa appropriata. Purtroppo la piaga dei contagi era una delle principali ragioni di morte per gli equipaggi di ogni continente, superiore al pericolo offerto dai pirati, dalle guerre, dai mostri marini e da qualsiasi altra possibilità: vivendo quasi sempre a strettissimo contatto, infatti, risultava sufficiente che un solo membro contraesse un’infezione virale per condannare a morte l’intero gruppo, soprattutto durante viaggi al di fuori delle normali rotte, al di fuori dei rischi noti.
Alla mente di Midda rapidamente tornarono i volti degli uomini e delle donne che aveva conosciuto durante il periodo della propria vita trascorso su quella nave, provocando in lei un istante di profondo disagio nello scoprire così inaspettatamente la notizia della loro ormai antica morte. Una parte di lei, addirittura, si colpevolizzava quasi di aver lasciato la via del mare, la strada condivisa con essi, per riprendere quella della terra, tornando alle proprie quotidiane imprese mercenarie, tornando ad una vita completamente diversa dalla loro: forse, se ella fosse stata presente in quella sciagurata occasione, avrebbe potuto intervenire in qualche modo, a difesa di ognuno di quei vecchi compagni perduti, a salvaguardare le loro vite, ad evitare le loro morti.
Camne, pur non conoscendo personalmente nessuno fra i defunti commemorati in quel silenzio, tacque a propria volta separandosi addirittura fisicamente dalla propria salvatrice, forse sentendosi del tutto estranea a quel dolore, a quei ricordi, ma giudicando ugualmente necessario rispettare quel momento e quelle morti.

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