11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

giovedì 20 marzo 2008

070


A
l di là di quello che la maggior parte delle persone potevano ritenere, un viaggio lungo come quello che avrebbe dovuto condurre Midda e Camne da Seviath, posta lungo la costa sud-ovest del continente, a risalire fino a Dairlan, sita al largo del litorale nord-ovest dello stesso, non poteva essere improvvisato, ne fondare la propria esistenza su un semplice desiderio del capitano o dell’equipaggio.
In una ballata epica, forse, una traversata come quella che la donna guerriero aveva richiesto alla Jol’Ange sarebbe potuta essere attuata immediatamente, vedendo il capitano comandare di levare le ancore e fare rotta verso nord, con sguardo fiero ed audace verso l’ignoto di fronte a sé: nella realtà, invece, l’uomo si ritrovava a dover fare i conti con molti fattori, con grandi responsabilità, prima di permettersi di offrire un tale ordine al proprio equipaggio. Nel migliore dei casi, infatti, il viaggio avrebbe richiesto almeno un mese di navigazione e nessuna nave avrebbe mai potuto salpare alla ventura per un tragitto tanto lungo, e di conseguenza decisamente pericoloso, senza stabilire a priori una lunga serie di dettagli: le rotte più sicure da seguire sulla base delle correnti marine e dei venti noti per quella stagione, i porti sui quali poter contare per effettuare scalo e rifornire di viveri e di acqua la stiva, l’equipaggiamento e l’armamentario più idoneo per il percorso scelto e così via dicendo. Nel proprio ruolo di comandante, Salge non poteva concedersi il lusso di sbagliare, dato che ogni suo minimo errore avrebbe potuto rappresentare la morte di un membro del suo equipaggio se non la fine dell’intero gruppo e della nave stessa: proprio per tale ragione il rapporto fra un equipaggio ed il proprio capitano non poteva permettersi di essere fondato su qualcosa di meno di una fiducia assoluta ed incondizionata, tale per cui i marinai non si sarebbero mai opposti agli ordini ricevuti anche laddove non avessero avuto cognizione di causa sulla natura degli stessi. A bordo di una nave, tutti gli uomini e le donne dovevano agire come membra di un unico ed armonico corpo, muovendosi all’unisono per compiere le proprie mansioni ed i comandi impartiti dalla mente ed affidando la sopravvivenza dell’intero corpo al successo di tale coordinazione: la mente senza l’ubbidienza del corpo sarebbe da sola risultata inutile, come del resto anche il corpo senza le istruzioni della mente non avrebbe avuto possibilità di agire.
Nel momento stesso in cui la richiesta di Midda trovò risposta nel consenso del capitano, tutto l’equipaggio della goletta venne posto subito in azione al fine di compiere autonomamente tutta la lunga serie di attività utili a permettere alla Jol’Ange di tornare operativa nel minor tempo possibile. Appena giunta, qual era, da una precedente missione, infatti, la nave non avrebbe potuto riprendere il largo senza prima subire un’accurata serie di controlli diagnostici su ogni centimetro della propria superficie, per assicurarsi che l’integrità strutturale fosse assolutamente inalterata e non vi fossero rischi nel riprendere la via del mare. Parallelamente a questo, la stiva doveva essere completamente svuotata di tutto ciò fino a quel momento conteneva, ormai inutile, per essere riorganizzata in vista della nuova meta, del nuovo tragitto. La maggior parte delle scelte relative a tali operazioni, di normale competenza del capitano o del suo luogotenente, a bordo della Jol’Ange potevano essere svolte senza incertezze o consulti dai singoli membri dell’equipaggio: essi, infatti, vivevano e collaboravano insieme da così tanto tempo per cui ogni decisione minore era ormai data per scontata. A Salge ed a Noal, al contrario, erano invece riservati i compiti più delicati della scelta della rotta da seguire, del calcolo degli scali da compiere e, conseguentemente, dei viveri e delle risorse da imbarcare: una serie di stime e calcoli meno banali di quanto non potessero essere ipotizzabili ad uno sguardo esterno e per il quale anche la presenza di Midda venne richiesta, nel vagliare quali fossero eventuali limiti a lei imposti o compiti da lei richiesti nell’assolvimento di quella missione.
Dopo il breve incontro con Berah sottocoperta, pertanto, l’attenzione della donna guerriero venne richiesta per tutto il giorno nell’alloggio del capitano, all’interno del quale alla mente di ella non mancarono di riaffiorare troppi ricordi che fu, comunque, in grado di gestire con la stessa freddezza e lo stesso controllo che normalmente poneva contro un avversario, in uno scontro mortale.
Solo al calare del sole l’attività di pianificazione venne interrotta per la cena ed il conseguente riposo.

« Av’Fahr… ho pronunciato correttamente il nome? » domandò la mercenaria con tono cordiale, uscendo prima degli altri sul ponte e rivolgendosi all’uomo, unico presente in quel momento sulla superficie della nave, intento nell’ultimare il riavvolgimento di alcune cime.
« Se tu volessi essere precisa, dovresti allungare lievemente la “a” ed addolcire la “erre”… » sorrise l’uomo, lasciando risplendere una fila di bianchi denti fra le labbra d’ebano « Ma qui a sud quasi nessuno lo dice correttamente. »
« Conosco un uomo di Shar’Tiagh che gestisce una locanda a Kriarya… » commentò ella, iniziando lentamente a muovere in maniera ritmica e rotatoria le spalle, per sciogliere la muscolatura irrigiditasi nella prolungata immobilità « Credo di aver lottato non meno di sei mesi prima di capire come chiamarlo senza storpiature, non che ad altri o a lui stesso fosse altrimenti importato. »
« Non sono shar’tiagho… » precisò il marinaio « Vengo da un po’ più a nord… ma non posso che apprezzare il gesto di rispetto che vuoi offrire nella corretta pronuncia dei nomi. »
« Sai… non mi piacerebbe sentirmi chiamare “Maida”, “Meddia”, “Midia” o in altri strani modi, come del resto mi è già successo. » spiegò rivolgendosi verso il proprio interlocutore, iniziando in quelle parole a muovere il capo, piegandolo da una spalla all’altra al fine di distendere la muscolatura del collo « E per questo preferisco imparare le pronunce corrette… Av’Fahr. »
« Quasi giusto questa volta… » le concesse egli, guardandola incuriosito da quei strani movimenti « Non pensavo che vi fossero shar’tiaghi proprietari di locande nella città del peccato. » aggiunse poi.
« E’ una persona in gamba… » sorrise ella, piegando il braccio sinistro dietro alla propria schiena dall’alto e tirandolo delicatamente con la mano destra dal basso lungo la propria colonna vertebrale « Una fra le migliori persone che io conosca, escludendo ovviamente Salge. »
Dopo un momento di silenzio, l’uomo riprese parola, come incerto sull’esprimersi o meno: « Senti… posso farti una domanda forse indiscreta? »
« Basta che non mi chiedi dettagli in merito a “quella volta”… » rispose scherzosamente, sottintendendo il riferimento all’aneddoto per cui il capitano l’aveva resa celebre, mentre invertiva il braccio destro ed il sinistro nella posizione dietro la schiena.
« “Quella volta” penso che chiunque fra noi avrebbe dato non meno di sacco d’oro per esserci… » ridacchiò egli, scuotendo poi il capo « Niente di tutto questo, comunque: mi stavo domandando… ma che diavolo stai facendo? »
« E’ solo un po’ di esercizio fisico… serve per sciogliere la muscolatura e renderla più elastica, meno tesa, riducendo così il rischio di stiramenti, crampi ed altri inconvenienti simili… » spiegò ella, sorridendo tranquilla « E’ una pratica che mi insegnò tempo fa un mio maestro d’armi. »
« Ahhhh… » esclamò l’uomo, per dimostrare di aver compreso.
« Ora, per esempio, sto coinvolgendo tutta la muscolatura delle spalle… vedi? » continuò la donna, voltandosi per mostrargli la schiena e la muscolatura coinvolta in quel momento, in un misto di tensioni e distensioni sotto la di lei pelle chiara.

Av’Fahr studiò con interesse sincero la situazione e poi, decisamente incuriosito da quelle parole che normalmente gli sarebbero apparse quasi ridicole ma che pronunciate da una donna di quella fama non dovevano di certo esserle, appoggiò le cime a cui si stava dedicando per cercare a sua volta di porsi in una simile posizione. La muscolatura dell’uomo, però, era tanto sviluppata, tanto piena e vigorosa, da renderlo contemporaneamente incredibilmente legato nei propri movimenti: sicuramente se avesse indossato una casacca in quel momento l’avrebbe distrutta nell’esplosione di forme che il tentare quel gesto causò sul di lui busto, mentre le mani condotte dietro la di lui schiena, nonostante l’impegno, non riuscirono a raggiungersi, non poterono fisicamente essere in grado di congiungersi, separate da un’eccessiva distanza.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

bentornato, anche se in nuova forma :)
Simone

Sean MacMalcom ha detto...

Ma ciao!!!! :D

Che piacere rivederti!!! :))
Ti ri-linko immediatamente!