11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

domenica 16 marzo 2008

066



R
on-Hun era un mezzosangue del continente Hyn: giovane uomo sulla trentina, egli offriva un viso tondo adornato da grandi occhi castani, con riflessi rossicci ma di forma occidentale, non angolati verso l’alto nelle estremità esterne come quelli del suo capitano, nonostante la di lui origine orientale risultasse poi evidente nella pelle chiara ed olivastra. Corti capelli neri affollavano la superficie del di lui capo, mentre il suo corpo si presentava atletico, decorato finemente da un complesso tatuaggio a forma di dragone coprente quasi l’intera superficie visibile del suo torso, della sua schiena ed anche delle sue gambe: nudo ed imperlato dal sudore a livello superiore, era coperto da pantaloni grigi attorno fino ai polpacci salvo poi offrirsi scalzo. Due spade di lunghezza media erano rette fra le sue mani, rivelandosi con fatture evidentemente di terre lontane e con lame tanto affilate da poter dividere un corpo senza alcuna fatica: nessuna arma da taglio, per quanto sofisticata, per quanto lavorata con impegno e passione, era mai stata in grado di competere con quelle dei regni del continente orientale, create attraverso tecniche uniche ed inimitabili.
Masva appariva giovane, forse di qualche anno più matura rispetto a Camne ma non in maniera tanto evidente: donna quasi fanciulla, ella offriva corti e scompigliati capelli rosso-arancio simili ad un fuoco acceso e circondanti due profondi occhi blu, un naso delicato e piccole labbra, quasi da bambola di porcellana qual porcellana appariva in effetti il di lei volto nella pelle chiara ed appena macchiata da lentiggini. Il di lei corpo sopra ad un viso tanto delicato ed adornato unicamente da due tondi orecchini d’oro, si offriva altresì forte e vigoroso, non celando la di lei natura rivolta al mare: una camicetta violacea copriva una coppia di giovani seni ma anche una muscolatura frizzante, viva sotto la pelle ornata da tatuaggi marroni; pantaloni blu scuro, invece, fasciavano gambe forti ed equilibrate, scattanti per essere pronte ad ogni richiesta di una vita rivolta al mare.
Noal, il secondo in comando di Salge come da sue presentazioni, era un giovane uomo fra i venticinque ed i trent’anni: capelli di lunghezza media, non corti ma non abbastanza estesi da potersi definire lunghi, venivano mossi dal vento scompigliandosi ad esso, mentre sotto folte sopracciglia penetranti occhi castani si presentavano al centro di un viso squadrato, ricoperto altresì da un leggero strato di barba non recentemente rasata. Il di lui torso era rivestito solo da un corpetto verde acqua privo di maniche e tenuto aperto sul davanti, tipico di una foggia y’shalfica al pari dei di lui pantaloni, ampli e di colore bluastro. Il particolare che non poteva non risaltare in egli erano i tatuaggi sulle di lui braccia, non diversi per stile e forme da quelli dei suoi compagni ma assolutamente unici per il colore, lucente di tonalità dorate. Ai di lui piedi sandali in pelle, rapidi da indossare e rapidi da eliminare a seconda delle necessità richieste, completavano il quadro così offerto.
Av’Fahr, la cui pelle d’ebano evidenziava una chiara origine dai regni centrali, i domini del deserto, si offriva come un giovane uomo dal fisico scolpito, simile a colosso più che a comune mortale: corti capelli quasi completamente rasati ai lati del capo circondavano un viso appuntito nelle forme e negli zigomi, con un naso tondo appena schiacciato e grandi e carnose labbra a circondare una fila di bianchi denti simili a perle, unica nota di colore insieme a due occhi di intenso color verde. Sul busto muscoloso al punto da apparire quasi esplodere sotto la pelle tesa era appena visibile una serie di complessi tatuaggi tribali, difficilmente distinguibili dal colore scuro della sua stessa epidermide: solo ornamento di tutto il corpo erano due coppie di bracciali in oro e pietra nera, posti attorno ai suoi polsi sopra a forti mani forse in grado di spaccare un cranio semplicemente stringendosi attorno ad esso. Le di lui gambe, poi, erano coperte da pantaloni di color verde chiaro, quasi simile in tonalità a quello delle alghe, mentre ai di lui piedi, come per Noal, si presentavano sandali in pelle, in colore non diverso da quello dei pantaloni stessi per quanto più intenso.
Ja’Nihr, sorella di Av’Fahr, si concedeva con una bellezza esotica e selvaggia, una fiera indomata ed indomabile simile a pantera: corpo d’ebano come il fratello, appariva a sua volta alta e muscolosa, anche se non in misura tale da stonare e mortificare la di lei femminilità. Lunghi capelli neri composti in sottili trecce erano legati dietro al capo in una stretta coda, mentre la di lei stessa nuca si mostrava impreziosita da una catenella dorata, con pendenti lucenti sopra a due occhi castano chiari, ad un naso piccolo ed appena schiacciato ed a labbra così ricche da sembrar essere state concepite solo per venir morse con irrefrenabile passione. Il di lei corpo, privo di tatuaggi, mostrava altresì numerosi ornamenti dorati, per certi versi non dissimili da quelli di Be’Sihl, forse condividendo con egli in parte la terra d’origine: seni prosperosi apparivano celati da una camicetta bianca, legata stretta sotto ad essi ma nulla velando della loro sensualità, della loro forma piena. Fianchi larghi e forti, poi, erano coperti da pantaloni in tonalità rossastre e mentre ai piedi mostrava una coppia di ciabatte nere, fra le mani reggeva salda una lunga e pericolosa lancia.
Tamos, nella tonalità della pelle e nei tatuaggi color verde acqua, rivelava la propria origine tranitha, probabilmente delle isole dell’arcipelago: folti capelli castano chiari celavano completamente il di lui occhio sinistro, purtroppo perso in qualche impresa passata, mentre il di lui occhio destro, unico superstite, si presentava in colori castano scuri, al centro di un volto appena ovale con naso squadrato e labbra sottili. Il di lui busto si mostrava avvolto in uno stretto corpetto in cuoio, lasciando però completamente libere le braccia, mentre i pantaloni in tonalità marroni chiaro scendevano fino ai polpacci, permettendo di intravedere una prosecuzione dei di lui ornamenti tatuati fino alle caviglie, sopra a piedi lasciati nudi. Nella mano sinistra, egli reggeva con assoluto equilibrio un lungo e pesante tridente, attrezzo più che utile tanto nella pesca quanto nel combattimento, specialmente per un abitante delle isole tranithe in grado di trasformarlo in un’arma inevitabilmente letale.
Berah, infine, rispettando l’introduzione fatta di lei da Salge, si offriva come una magnifica donna, dotata di una bellezza più unica che rara. Impossibile definire la di lei terra d’origine, in un miscuglio di mille caratteristiche fisiche ereditate da un retaggio fin troppo amplio: la di lei pelle appariva bronzea, in una tonalità ramata più unica che rara, decorata con precisione e cura del dettaglio in una serie di finissimi tatuaggi rossi sul busto e sulla schiena. Il di lei viso, appena appuntito verso il mento, offriva labbra carnose non meno di quelle di Ja’Nihr, accompagnate da lucenti occhi ambrati ed un naso praticamente perfetto nell’equilibrio dei di lei zigomi, delle di lei forme: attorno ad esso, circondando quel volto, erano lunghi capelli corvini, trattenuti in un’alta coda da un fermaglio tubolare argentato. Le di lei spalle, scoperte, si concedevano ampie ed atletiche, senza per questo rinunciare ad un’intrinseca femminilità, mentre i di lei seni si presentavano ricchi ma non eccessivi, risaltati nelle proprie forme da uno stretto bustino dorato legato attorno al di lei addome da un intreccio di lacci. I suoi fianchi, poi, erano circondati, al di sopra del perizoma, da una fascia di stoffa marrone, in una corta gonna che concedeva assoluta libertà di movimenti alle lunghe e tornite gambe, perfette nella propria sinuosità. Ai di lei piedi erano due calzari dorati, praticamente una seconda pelle attorno alle di lei forme per quanto aderenti, mentre sui di lei avambracci risaltavano due protezioni metalliche, forse componenti un tempo di un’armatura.

Sette, fra uomini e donne, erano i membri dell’equipaggio della Jol’Ange, che si presentarono accanto al proprio capitano pronti a combattere senza porsi domande, senza dubitare delle di lui decisioni tanta era la fiducia ed il rispetto reciproco posto in quell’uomo. Nel momento in cui egli aveva stabilito che la donna e la fanciulla al suo fianco erano da considerare loro amiche e loro ospiti, per essi null’altro aveva importanza: si sarebbero battuti senza proferir verbo fino all’ultimo respiro dei loro avversari, accanto al loro comandante.

« Attendo una risposta… » sorrise Salge, osservando i sei marinai al servizio di Lehn-Ha, senza scomodarsi a recuperare i propri pugnali da dietro la schiena, certo come era dell’evolversi degli eventi.

E la sicurezza del capitano non si dimostrò vacua, la di lui valutazione non si dimostrò errata: nessuna replica fu offerta dal gruppo di avversari nel momento in cui, dopo tanto ardire contro Midda quando erano comunque scioccamente certi di poterla sopraffare, essi iniziarono ad indietreggiare, sciogliendo la formazione da loro composta e liberando il molo con sguardi frustrati e violenti.
Le due fazioni si erano guardate reciprocamente negli occhi ed alla fine la più debole aveva dimostrato il buon senso di comprendere la necessità di chinare il capo e lasciare il campo.

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