11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022

lunedì 31 marzo 2008

081


« V
ado io. »

Tre erano le motivazioni che spinsero la donna guerriero verso quell’affermazione, all’apparenza di natura tutt’altro che emotiva: fredda infatti era la voce, glaciali gli occhi tanto chiari da sembrare più bianchi che azzurri, larghe le pupille nere come le tenebre più oscure che in tale estensione cercavano di penetrare. I muscoli del di lei corpo non fremevano, ma si mostravano tesi ed elastici, simili ad un complesso di catapulte pronte a fiondare i propri pesanti proiettili contro un obiettivo da distruggere: ella era preparata, predisposta psicologicamente e fisicamente a condurre a termine il proprio compito, l’impegno che aveva già decretato come proprio.

« Cosa?! » domandò retoricamente il capitano, avendo perfettamente udito quelle parole.
« Vado avanti io. » ripeté la mercenaria.

La prima motivazione era data dalla propria esperienza: con rispetto e nessun desiderio di sottovalutazione per i propri compagni d’avventura, ella riteneva di essere la più indicata per affrontare l’ignoto rappresentato da quella nave. Quel genere di incarichi, del resto, erano da anni parte essenziale della di lei natura, del di lei lavoro: raramente, per quanto ella apprezzasse pianificare nei minimi dettagli ogni propria azione, ogni propria strategia, le era stato concesso di poter fronteggiare una missione nel pieno controllo su tutte le incognite, nella conoscenza preventiva di tutti gli imprevisto. Al contrario, come anche la recente incursione nella palude di Grykoo aveva dimostrato, la maggior parte della di lei vita la vedeva impegnata a difendersi da creature immonde, pericoli sovrannaturali e stregoni di ogni risma e questo, a lungo andare, le aveva concesso una certa abilità, una predisposizione essenziale derivata dall’esperienza: la capacità di sopravvivere.
Tale virtù, per quanto potesse sembrare scontata, non era assolutamente naturale nelle persone comuni, nella maggior parte della popolazione, la quale ritrovandosi di fronte ad un pericolo, di fronte ad un orrore anche consueto, non sarebbe stata in grado di conservare il controllo, di richiamare a sé la giusta quantità di adrenalina utile a ribellarsi a ciò che la propria mente non desiderava elaborare, a ciò che le proprie emozioni non desideravano accettare. Sicuramente ai marinai della Jol’Ange quella capacità non mancava, essendo un requisito indispensabile per i figli e le figlie del mare, per tutti coloro che quotidianamente vivevano laddove chiunque altro sarebbe morto: ma forte della propria esperienza, forte della natura della propria stessa esistenza, ella osava peccare in superbia nel ritenere di avere le migliori possibilità rispetto a chiunque altro contro qualsiasi genere di pericoli l’avessero potuta attendere all’interno di quella nave fantasma.

« Non da sola. » obiettò con convinzione Salge.
« Sai anche tu che devo andarci da sola. » ribatté Midda.

La seconda motivazione derivava da un ragionamento assolutamente logico e non atto ad una propria sopravvalutazione nel confronto con i compagni di navigazione: escludendo Camne, sua protetta, ella era l’unica risorsa non indispensabile alla goletta per proseguire il viaggio verso nord. La perdita di un solo membro dell’equipaggio avrebbe creato un danno agli equilibri interni della nave, al rapporto di forze perfetto creatosi nel tempo fra persone un tempo estranee poi diventate famiglia: la mercenaria non voleva accettare di poter essere responsabile per un tale danno con la propria indolenza, di essere fonte di nuovo dolore e nuova tragedia a bordo della Jol’Ange e nel cuore del capitano della stessa.
Qualcuno avrebbe potuto sicuramente obiettare che, in tale ragionamento, quell’azione appariva più dettata dal senso di colpa, dal rimpianto per gli antichi compagni abbandonati ad un triste destino che dal un ragionamento realmente logico. Qualcuno avrebbe anche potuto affermare che il di lei voler cercare la morte si presentava quale conseguenza di un desiderio di espiazione per la colpa della propria assenza passata: forse tale obiezione non sarebbe stata inesatta, forse l’emozione in quel momento stava influenzando veramente la di lei logica, ma ciò non poteva rendere vana la razionalità della motivazione, la correttezza delle conclusioni raggiunte: era e sarebbe rimasto innegabile che la donna guerriero, fra tutti i membri dell’equipaggio, risultava essere il più sacrificabile. E per quanto Salge potesse voler opporsi, voler negare quella realtà dei fatti, anche egli non poteva non rendersi perfettamente conto di quanto ella fosse nel giusto.

« Hai tempo dieci minuti per tornare a fare rapporto. » acconsentì l’uomo dai lunghi capelli corvini « E se per tale termine non avrai dato notizie, verremo a cercarti… »
« Se per tale termine non avrò dato notizie, allontanatevi. » rispose la donna, seria in volto « Perdere tempo nella ricerca di un cadavere non aiuterà di certo voi altri a sopravvivere. »

Il silenzio calò a quella triste affermazione da parte della donna guerriero, nella consapevolezza della gravità di tali parole.
La terza motivazione che spingeva ella a prendere un rampino, a farlo roteare vorticosamente sopra la propria testa ed a gettarlo verso la nave fantasma, per creare un contatto, un ponte di corda fra la Jol’Ange e quell’obiettivo, era forse quella più stupida, di cui lei stessa provava una certa vergogna a rendersene conto. Nel momento stesso in cui Salge aveva negato ogni possibilità di proseguire nella navigazione ignorando quel veliero alla deriva, ella aveva desiderato gettarsi in quella nuova avventura, penetrare nelle viscere tenebrose di quel mostro marino per scoprirne i segreti più oscuri: era un sentimento sciocco il suo, un ardire inutile che nulla le avrebbe portato in tasca, escludendo la possibilità che a bordo della nave vi fossero dei tesori ad attenderla. Ma la mercenaria non stava compiendo tutto ciò per denaro, non vi era un incarico offerto da un mecenate e da lei accettato a spingerla a porre a rischio la propria esistenza: forse, dopo tante avventure, dopo tanti pericoli, dopo tante battaglie, ella non poteva concedersi tanta tranquillità come al contrario in quei giorni non si era negata. Il di lei animo, il di lei cuore, la di lei mente, il di lei corpo, non potevano permettersi di restare a riposo, non potevano donarsi serena quiete: ella aveva un bisogno costante, quasi assuefante di nuove sfide, di nuove prove nelle quale sentirsi viva e padrona del proprio destino, nelle quali danzare insieme alla morte e per essa poter trovare gusto nella vita, in ogni istante di esistenza che le poteva essere concesso.
Era sicuramente sciocco, ma Midda aveva bisogno di quella nave fantasma, aveva necessità dei pericoli che essa avrebbe potuto offrirle, delle mille morti che in essa potevano stare attendendola: perché ormai, dopo tutti quegli anni, lei non era più semplicemente una marinaia, forse non era più neanche una figlia del mare, nel quale un tempo poteva ritrovare l’apice e la completezza piena del proprio essere. Ella era ormai una guerriera, una combattente, forgiata nel sangue e nel dolore, in un fuoco troppo forte, troppo vivo per permetterle di poter tornare indietro, di poter rinnegare la propria nuova natura in virtù di tutte le gioie della propria vita passata.
E nel suo legare con forza l’estremità della corda alla balaustra della Jol’Ange, quella innegabile realtà si offrì chiara non solo ai propri occhi ma anche a quelli di ogni altro presente, dell’intero equipaggio e di Camne: il di lei cuore, un tempo votato al mare, ormai era stato spezzato in tale amore, in tale legame, indurito dalla violenza del resto del mondo, dagli orrori di una vita troppo lontana da quella serenità.

« Midda! » esclamò la fanciulla sua protetta, avanzando verso di lei come a fermarla.
Ma la donna non si fece bloccare da quel richiamo, gettandosi in un balzo a pendere sopra le onde, salda nel proprio controllo sulla corda: « Salge e gli altri si prenderanno cura di te se non dovessi fare ritorno, Camne. Ma non avere timore… ho la pelle più dura di quanto non possa apparire. »

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